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lunedì 10 gennaio 2022

Di "uno per tutti , tutti per uno" e liberalismo

“Mai come oggi il comportamento individuale può determinare la vita degli altri, e viceversa- scrive il  presidente del GC N.Pini ne La Regione del 3 gennaio-  e ancora:“per non arrendersi a una società che tende a disgregarsi, a dividersi, a individualizzarsi è più che mai attuale il motto ‘Uno per tutti, tutti per uno’… nei nostri dialoghi, nelle nostre scelte e nelle nostre azioni, per un 2022 di libertà individuale e collettiva”.
Condivido sulla necessità di agire uniti per affrontare e risolvere i problemi.
Tuttavia vi è che l’agire di una persona non dipende solo dalla sua volontà e/o capacità, ma anche dalla sua possibilità di farlo in modo sostenibile. Infermieri, medici, addetti  al pronto soccorso sul fronte da 2 anni hanno dato tutto in modo encomiabile, ma ora sono allo stremo psico- fisico. Meno visibile ma altrettanto drammatica sta diventando il quotidiano di piccole realtà economiche: artigiani, ristoranti, negozi costretti a mettere mano ai risparmi, indebitarsi per continuare, oppure chiudere, come molti stanno facendo o faranno. Idem per i lavoratori in crescente difficoltà nel reperire un lavoro duraturo e/o remunerato almeno per tirare a fine mese.
Omicron, ultima variante di Coronavirus, obbligando migliaia di individui a tapparsi in casa, sta  ulteriormente appesantendo la situazione, soprattutto per  quelle famiglie (la maggioranza) costrette di condividere spazi ristretti ( vedasi 3-4 persone, adulti, bimbi, giovani e/o anziani in meno di 80mq, con un solo servizio in un immobile di città) condizioni che generano dinamiche perniciose; mentre altre (la minoranza) che possono disporre di maggior agio sia di locali, sia di spazio interno e/o esterno (giardino e magari la residenza secondaria). Insomma la realtà quotidiana di molti degli “uno” sta diventando- per molti lo è già- drammaticamente difficile e stressante; ai problemi di salute (long covid), si aggiungono quelli di accedere ad un lavoro qualificante, avere un reddito sufficiente per soddisfare i bisogni primari, condizioni di lavoro, nonché alloggi e ambienti salubri.
Una disparità socio economica accresciuta in modo strisciante negli anni, che la pandemia ha proiettato in primo piano, mostrandoci i limiti del liberalismo e della coppia “democrazia e capitalismo”.

L’ennesima ondata di Coronavirus - e non è finita- sta scompigliando le carte, obbligando nuovamente  gli stati  ad intervenire (indebitandosi)  per garantire la sopravvivenza nazionale, mettendo a nudo, per usare le parole di Jan Zielonka (prof presso Uni Cà Foscari-Venezia, nonché discepolo di Ralph Dahrendorf che fu tra l’altro Patrone dell’Internazionale liberale) “la vera portata dell'insensata trascuratezza neoliberale: tre decenni di forte crescita del settore privato a spese del settore pubblico” (leggi smantellamento di attività e/o trasferimento di compiti). I profitti sono stati di norma privatizzati mentre lo Stato si è fatto carico dei rischi.”
Il ruolo dello stato, del settore pubblico sta ridiventando centrale. Tuttavia, malgrado le spinte sovraniste, è impensabile, per via delle dipendenze reciproche, un ritorno alle autonomie degli stati nazionali. Come impensabile il ricorso ad uno stato totalitario. Per Zielonka la soluzione sta nel realizzare “un settore pubblico capace di operare a diversi livelli territoriali, all’interno di una rete complessa”. Per attuarlo vanno restituiti al sovrano (i cittadini ) quei poteri“a cui gli stessi liberali -come denunciò aspramente Dahrendorf- hanno tolto, devolvendoli sempre a istituzioni non maggioritarie come le corti costituzionali, le banche centrali e la Commissione europea”. Senza tale condizioni la via liberale “Il tutti per uno, uno per tutti “ è illusione o mera retorica.


7 gennaio 2022

Pubblicato in La Regione , 10 gennaio 2022


domenica 9 maggio 2021

Assenteismo e partecipazione: il "boccino" ai Municipi

 

Le elezioni comunali del 18 aprile hanno restituito “normalità istituzionale”, ma non risolto il problema dell'assenteismo. Molte le ragioni fra cui: ritardi nell'affrontare questioni concrete, «abisso» tra promesse elettorali e azioni, inadempienze nell'applicazione di leggi e/o decisioni che fa dire: «cambia niente», anticamera dell'assenteismo ai doveri civici e problemi politici. Che fare?

Sappiamo che un individuo partecipa ad un progetto o è motivato a farlo quando sono realizzate almeno due condizioni: a) le questioni affrontate sono per lui comprensibili, importanti e significative, b) può contribuire attivando le sue risorse (capacità, competenze)

La soluzione dei problemi comunali è un'opportunità per implicare anche cittadine e cittadini che dispongono di conoscenze e competenze utili. Tradotto in pratica significa per i municipi:
a) definire in modo collegiale il programma di legislatura (obiettivi e relative priorità), presentarlo entro tre mesi dall'insediamento al CC e contemporaneamente alla cittadinanza. Ciò consentirà al cittadino di seguire, controllare il rispetto degli impegni e anche valutare l'operato dei rappresentanti eletti.

b) adottare metodi che propizino il coinvolgimento dei cittadini, nonché l'utilizzo delle loro competenze nell'evincere problemi, nella ricerca di cause, e nella formulazione di soluzioni. Due esempi tra vari altri attivati in Svizzera.

Sion: il Municipio nel 2019 decide di adottare il metodo «Oregon” applicato dal 2010 nello omonimo stato americano: prima di ogni votazione un gruppo rappresentativo della popolazione (panel) viene selezionato per sorteggio, e dopo aver ascoltato esperti, sostenitori e oppositori, redige un breve rapporto con pro e contro, che viene allegato al materiale di voto. A Sion il primo panel di cittadini designato si è riunito durante due fine settimana redigendo un rapporto sull'iniziativa federale del 9 febbraio 2020: «Più abitazioni a prezzi accessibili». 2 paginette che presentavano la questione elencando 3 argomenti rilevanti a favore e 3 contrari, senza alcun consiglio di voto.

Vernier (Ginevra): il Municipio istituisce nel 2019 il “Conseil des habitants”. Obiettivo: permettere alle decisioni degli abitanti di essere prese in considerazione e di avere un impatto sulla politica comunale. Liberamente riuniti, con l'aiuto di un animatore, gli abitanti hanno proposto 15 argomenti, scegliendone poi 3 prioritari (Pianificazione territoriale e trasporti, Inserzione e integrazione, Solidarietà e Aiuto solidale). In seguito 3 distinti tavoli deliberativi, a libera iscrizione, si sono riuniti durante 7 fine settimana analizzando la situazione, elencando questioni o problemi, per poi elaborare le raccomandazioni. I rapporti dei 3 gruppi, integrano la documentazione ufficiale del Comune.
Partecipazione e coinvolgimento: i neo municipi hanno il «boccino» in mano. 

 

Pubblicato in Corriere del Ticino , 5 maggio 2021



 

venerdì 16 aprile 2021

Debito: in Svizzera nessuna strategia per il dopo Covid

 Il Coronavirus ha costretto gli stati ad intervenire per salvaguardare la salute dei cittadini e tenere a galla l'economia, facendo però esplodere il debito pubblico. Anche quello CH. Autorità e creditori non si stancano di ricordare che poi occorrerà onorare l'impegno: interessi e importo prestato.

Non a caso quindi il CF ha incaricato la Task Force scientifica per Covid 19 di esaminare la questione del debito. «Anche considerando un forte aumento del debito di 15-20 punti percentuali –scrive la Taskforce- raggiungerebbe il 60%, una percentuale significativamente inferiore a quello dei paesi vicini (70% in Germania, 90% in Austria); inoltre essendo i tassi d'interesse in Svizzera vicini allo zero e/o negativi il costo del debito non metterebbe in pericolo la stabilità finanziaria o la prosperità del paese».
La monetizzazione del debito, l'opzione preferita e raccomandata da Jean Tirole,autorità e capofila della teoria neoclassica,insignito del «cosiddetto Nobel per l'economia nel 2014» sceso subito in campo all'inizio della pandemia, non è  menzionata dalla Task force. Forse per il fatto che la situazione del debito svizzero non desta preoccupazione alcuna. È buona cosa sapere che abbiamo discreto margine di manovra finanziaria riguardo il debito e che non ne siamo strozzati.
Ma come affrontare il futuro? Attorno a noi l'UE dapprima e ora con anche l'America di Biden si sono mossi con tanto  di strategia per affrontare il futuro. Futuro nel quale il ruolo dello stato ridiventa centrale, dopo il trentennio neoliberista. In concreto  investimenti pubblici:  l'UE lo fa con il Next Generation EU (750 miliardi di €) per incrementare il bilancio dell'UE con nuovi finanziamenti raccolti sui mercati finanziari per il periodo 2021-2024, e Green Deal europeo, piano d'azione per promuovere l'uso efficiente delle risorse passando a un'economia pulita e circolare, e ripristinare la biodiversità e ridurre l'inquinamento. Mentre dopo i 1900 MRD di dollari per  lotta alla povertà e sostegno al ceto medio, Biden ha annunciato un maxi-piano di 2.250 MRD  di investimenti destinati a: ricostruire, modernizzare  infrastrutture, promuovere una nuova politica industriale, tecnologie avanzate, sostenibilità ed  energie rinnovabili.
E la Svizzera? Lato Consiglio Federale tutto tace: nessuna strategia dichiarata per il dopo Covid. Benché la struttura produttiva appaia intatta, difficilmente potrà ripartire  al termine del lockdown; ed è illusorio pensare di ritrovare  il «business as usual» antecedente Covid: intanto perché i debiti appesantiscono le aziende, molte delle  quali non riapriranno, o saranno costrette a ristrutturarsi; altre già stanno procedendo  riorganizzando il lavoro sostituendo talune mansioni umane con sistemi e robot intelligenti, immuni ai virus. Un processo in atto ovunque! Poi, oltre all'incombenza climatica, sarebbe dimenticare l'urgenza di ridurre la dipendenza esterna riportando  in loco produzioni di vitale  importanza (non solo le mascherine protettive); e anche di  rivitalizzare l'economia circolare: produrre beni e servizi destinati al mercato locale, ciò crea lavoro, quindi anche salari che vengono spesi localmente (consumo). Consumo che rilancia la domanda, quindi la produzione. Economia circolare che può essere agevolata dall'introduzione di una moneta locale (come il Léman, in uso nel bacino lemanico, utilizzata persino da taluni comuni sia per i salari, sia per pagamenti imposte).

Il silenzio del CF sulla strategia per il dopo Covid, contrariamente al proverbiale «niente nuove, buone nuove» preoccupa per le conseguenze: un nicchiare irresponsabile per un paese che si vuole emancipato e democratico.

 

Pubblicato in AREA,  16 aprile 2021

 
Leggi altri articoli su AREA di Ferruccio D'Ambrogio

 

domenica 28 marzo 2021

Debito pubblico fine di un tabù?

 

«La Bce cancelli i debiti degli Stati» è l'appello del 5 febbraio scorso, pubblicato sui maggiori quotidiani, elaborato da un gruppo di economisti francesi, sottoscritto da 100 economisti di stati dell'Unione europea e non, tra cui 5 della Svizzera (fra i quali Sergio Rossi, uni Friborgo e Jean Michel Servet, IHEID-Ginevra). Un appello che sta suscitando un acceso dibattito tra i fautori e gli oppositori, guardiani dell'ortodossia monetaria.

In sostanza esso propone un deal tra BCE e stati appartenenti all'Unione europea. «La BCE – si legge -si impegnerà a cancellare il debito pubblico che detiene -2500 MRD di Euro - (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si impegneranno a investire lo stesso importo nella ricostruzione ecologica e sociale». «Ci sarebbe una perdita nel bilancio dell'Eurosistema e non altrove- spiega Jézabel Couppey-Soubeyran, cofirmataria - i fondi propri della BCE diventerebbero negativi, ma questo non le impedirebbe di funzionare, giacché una banca centrale non è né una società, né banca commerciale». «Gli stati – azionisti delle loro Banche centrali e di riflesso della BCE - «perderebbero dei dividendi, ma questo non sarebbe paragonabile al margine di manovra di bilancio così liberato e che potrà essere approntato per costruire la nuova struttura economica». La cancellazione di un debito statale non è una novità, fa notare l'appello richiamando «il caso della conferenza di Londra del 1953» che concesse la cancellazione di due terzi del suo debito pubblico della Germania permettendole di ritrovare il cammino della prosperità». Dal punto di vista giuridico formale nessun problema, sostengono i firmatari: «le istituzioni finanziarie a livello mondiale possono deliberare una rinuncia ai loro crediti – e la Bce non dovrebbe fare eccezione».

Secco Niet invece da parte della direttrice della BCE Christine Lagarde: «la cancellazione del debito è impensabile: violerebbe il trattato europeo». Per la cui modifica occorre l'unanimità dei 27 membri UE, probabilità oggidì uguale a zero» specifica Jacques Delpla, direttore del Think tank Asterion, già economista e consigliere di Nicolas Sarkozy. Delpla giudica la proposta degli economisti «fantasiosa: anche ammettendo che la BCE rinunci volontariamente alla sua indipendenza e voglia monetizzare i debiti pubblici, il problema si sposterebbe sugli altri creditori. Essi non sono degli stupidi: sanno che sarebbero i prossimi ad essere spinti a rinunciare ai loro crediti, venderebbero immediatamente i debiti europei che detengono, facendo salire alle stelle i tassi d'interesse». È agitare un fantasma , ritorca Couppey-Soubeyran: la cancellazione sarebbe il frutto di una decisione di politica economica concertata tra le parti, che riduce il rischio di default di taluni stati, quindi degli stessi creditori. La stessa Bce non mancherebbe certo di ricordarlo.

«Occorre appoggiare le politiche fiscali nazionali – afferma Lagarde- anche se incrementeranno l’indebitamento. Importante è che il pacchetto di aiuti del piano Next Generation EU diventi “operativo senza ritardi”.

Ma è proprio questo il punto critico, e contraddittorio che Lagarde non sa (o non vuole ?) cogliere: i circa 670 MRD previsti dal Next generation , implicano una controparte di investimenti degli stati. Ovvero ulteriori indebitamenti che per gli stati – la maggioranza- già fortemente indebitati, significherebbe rischio di vedersi interrotta l’erogazione dei fondi, perché non conformi ai vincoli del Patto di stabilità e crescita EU ( 60% debito/PIL e 3% deficit). Insomma il gatto che si mangia la coda.

Le leggi economiche e finanziarie, contrariamente a quelle che reggono la natura e l'universo, sono invenzioni degli umani, frutto di rapporti di forza tra gruppi di specifici interessi.

Dall'avvento dell'ideologia neo liberista la cancellazione del debito è un tabù che l'appello ha fatto saltare: gli Gnomi di Zurigo e confratelli sparsi nel mondo non gioiscono!


Pubblicato in AREA,  Giovedì 19 Marzo 2021

 
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sabato 9 maggio 2020

CAPITALISMO, DEMOCRAZIA E CITTADINI SORVEGLIATI

Il cellulare è diventato un oggetto multifunzionale: telefoniamo, inviamo e riceviamo messaggi, navighiamo, fotografiamo, filmiamo. Oggidì in tempi di pericolo di contagio è quasi d’obbligo averlo per fare pagamenti. Tuttavia il cellulare è anche uno strumento che consente di controllare il comportamento del suo utente: tutti i clic, tutte le operazioni svolte, essendo digitalizzate, sono accessibili al gestore della rete. Addirittura il cellulare se acceso e in rete può essere pilotato dall’esterno.

Insomma «si possono sorvegliare in tempo reale le persone, prevederne e influenzarne il comportamento» spiega Solange Ghernaouti, professoressa all’Università di Losanna specialista di cibersicurezza e ciberdifesa nella bella intervista curata da Moreno Bernasconi. «In teoria non esistono limiti a questo controllo totale» continua Ghernaouti, per la quale «non esiste nessuna sicurezza, controllo, trasparenza sugli attori che li manipolano, sulle infrastrutture di stoccaggio, di trattamento e di comunicazione, sulla durata di vita dei dati». E soprattutto non v’è «garanzia che i dati raccolti non siano utilizzati per fini diversi da quelli iniziali o che non siano piratati».

Proprio come accaduto con lo scandalo Cambridge Analytica, l’azienda implicata nella campagna elettorale di Trump, utilizzò i dati riguardanti 85 milioni di utenti USA fornitagli a loro insaputa da Facebook per pilotare il voto del cittadino! Shoshana Zuboff, professore emerito a Harvard, è stata esplicita: i Big Other, come lei chiama i big data analytics (sistemi di analisi dei dati sorretti dall’intelligenza artificiale) «sono progettati per controllare e pilotare a loro insaputa il comportamento umano».

I Big Other stilano in tempo reale mappe e identikit specifici su comportamenti, abitudini, preferenze, desideri di singole persone, o gruppi declinati secondo età, sesso, paese. Una manna per le aziende che mediante un’azione comunicativa personalizzata possono assicurarsi un vantaggio competitivo sui nuovi mercati. L’autrice definisce tale pratica «capitalismo della sorveglianza» (titolo anche del suo best seller scritto nel 2017) sottolineando che «gli imprenditori, appropriandosi dei dati personali, mettono in pericolo la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio».

Senza accorgerci siamo entrati in una dimensione in cui pochi attori economici sono in grado di influenzare scelte e comportamenti, invadendo campi extra economici, suscitando indignazione oltre che fra i difensori del libero mercato, anche tra quelli della democrazia. Paradossalmente mentre opinion maker e stampa denunciavano (giustamente) l’occhio orwelliano degli Stati autoritari (Cina e Russia in primis), sono rimasti ciechi riguardo il diffondersi delle pratiche di sorveglianza del capitalismo negli Stati democratici, «cadendo - è il caso di dirlo - dal fico».

Per Eduard Kaeser (filosofo e fisico svizzero) sia l’approccio «soft» della Silicon Valley, sia quello «autoritario» praticato dalla Cina mirano ad un individuo che si comporti in modo utile: economico (utilizzare le varie app) per quello californiano; sociale (cittadino diligente, rispettoso delle regole) per quello cinese. Sostanzialmente l’obiettivo di ambedue è «la programmazione dei desideri e delle decisioni» degli individui. In Cina la chiamano «armonizzazione», in California «debuging» (ricerca e correzione di errori). L’accettazione sociale deriva dal fatto che l’intelligenza artificiale, modulandosi su quella naturale, rafforza il conformismo, pur dando l’impressione ai singoli di essere totalmente autonomi nel loro agire.

La tendenza a conformarsi dell’individuo umano, quale essere sociale, è oltre tutto accentuata dalla tecnologia digitale che, per esempio, obbliga ad aggiornare le applicazioni. Questo spiega almeno in parte «la gioiosa predisposizione a farsi sorvegliare» rilevata dal direttore Fabio Pontiggia nell’editoriale del 17 marzo. Ivan Krastev (direttore del Centre for liberal strategies) ha individuato alcuni elementi concernenti gli effetti potenziali del coronavirus: ritorno di uno Stato forte e la sua capacità di spaventare la popolazione per convincerla a rispettare le nuove regole comportamentali, aumento del potere degli esperti, fascino verso l’autoritarismo tecnologico.

Fine della democrazia? Per fortuna come in Matrix vi sono ribelli. Scientifici e movimenti che sviluppano e adottano sistemi informatici a circuito chiuso, assicurando così autocontrollo e autonomia. Movimenti marginali, certo, ma che indicano la possibilità di sfuggire alla morsa di capitalismo e democrazia della sorveglianza.


Pubblicato in Corriere del Ticino , 8 maggio 2020


https://epaper.cdt.ch/epaper/viewer.aspx?publication=CDT&dat...


venerdì 8 maggio 2020

Sbagliare è umano, tirare dritto è criminale

«Life is what happens to you while you’re busy making other plans» cantava John Lennon. Proprio come il coronavirus che ha scombussolato abitudini e convinzioni nostre. Emergenza sanitaria d’un lato e stand by della macchina economica (ma non di quella finanziaria!) evidenziano pecche e difetti del modello mainstream: il capitalismo, sia a declinazione democratica, sia “del partito unico”. Tutti accomunati dallo stesso credo neoliberista: generare profitto, privatizzare, tagliare le tasse, smantellare lo Stato sociale e i servizi pubblici.
Sono venute a galla le negatività della globalizzazione: fragilità: la lunga e complessa catena di fabbricazione di una merce con unità produttive sparse ovunque e che prediligono grandezza di scala e specializzazione spinta; dipendenza: l’inceppamento di un solo elemento della catena rallenta la fabbrica, o crea penuria (prodotti farmaceutici, mascherine provenienti dalla Cina); chiusura e/o delocalizzazione di aziende locali, incapaci di reggere la concorrenza di paesi in cui vi sono meno vincoli sindacali e/o ambientali.
A cui si aggiungono elementi sottovalutati o considerati addirittura “salutari”: forme d’organizzazione del lavoro “labour saving” (risparmio di lavoro umano mediante adozione di intelligenza artificiale e robotizzazione) che esigono nuove e altre competenze, ma eliminano quelle intermedie; pressione sui salari derivante dalla concorrenza tra paesi; concentrazione di ricchezza e crescenti divari di reddito e di sostanza, tra ricchi e poveri, e tra paesi; aumento di malattie psicosomatiche (stress, burnout); e non da ultimo le esternalità (costi non contabilizzati) addossate alle comunità odierne e future: i danni a salute, habitat, infrastrutture, derivanti da inquinamento, effetto serra, prelievo ed esaurimento di risorse naturali, di cui vengono conteggiati solo costi di produzione per estrarle, ma non quelli compiuti dalla natura per offrirceli.
E allora quale futuro? Intanto benvenute le misure di sostegno statali all’economia: un “paracadute” in attesa di un altro modello di economia che sostituisca quello attuale in crisi. Crisi significa anche occasione di ripensamento. Parafrasando Einstein: “È follia riavviare l’attuale sistema economico aspettandosi risultati diversi da quelli attuali”.
Coronavirus ci ha insegnato che, noi umani, non possiamo dominare la natura essendone parte integrante. Il modello di sviluppo per il futuro dovrà avere specifiche caratteristiche. Assicurare: la soddisfazione dei bisogni essenziali di ogni individuo di questo globo in primis (cibo, acqua, abitazione, abiti, salute, sicurezza; la sostenibilità (salvaguardia del globo e dell’ambiente), essere parchi nell’uso energetico e delle risorse della terra in generale e di quelle locali.
A livello economico e ambientale ciò implica favorire: catene di produzione corte (il più possibile a km 0); economia circolare: produzione locale di beni e servizi, che rende possibile ridistribuire salari e introiti allo stato, che a sua volta consente di acquistare beni e servizi; prestiti senza interesse ad attori pubblici per investimenti significativi per la comunità; equi termini dello scambio tra paesi, eliminando i vantaggi concorrenziali basati su bassi salari, basse imposizioni fiscali e salvaguardie ambientali; adozione della moneta locale complementare a quella nazionale per agevolare scambi e rafforzare l’economia locale; reddito di base (finanziato tramite utili della BN e/o imposizione alti patrimoni e/o micro-imposta su transazioni elettroniche) che copra i bisogni di base.
Come nei grandi cambiamenti epocali del passato, tutto dipenderà dal rapporto di forza tra odierni “conservatori” (coloro, pochi, che prima e ora hanno le redini del potere politico ed economico) e progressisti (società civile e suoi movimenti). Il prossimo virus arriverà, avvertono gli scientifici. Sbagliare è umano, tirare diritto è criminale.
Pubblicato Giovedì 7 Maggio 2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°8 - 8 maggio 2020
Rubrica Dietro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

venerdì 10 aprile 2020

Di solidarietà e interesse

Coronavirus, oltre al dolore per le perdite umane, evidenzia il ruolo fondamentale della Società civile che sta dimostrando tutta la sua ricchezza con una crescente solidarietà che si esprime tramite azioni singole spontanee o organizzate (concerti, aiuti puntuali di sostegno a persone bisognose impossibilitate o costrette a casa). Un’esperienza umana che fa riscoprire il valore della vicinanza e rafforza l’unità d’intenti che sicuramente contribuiranno a modificare o almeno incrinare certezze e convinzioni.
Anche Confederazione, Cantone e Comuni si sono attivati avviando una serie di misure per venire in aiuto economico a ditte, commerci, piccoli imprenditori e lavoratori indipendenti ed autonomi. Altri aiuti arriveranno: 100 miliardi di franchi secondo la stima di due professori del politecnico per curare le ferite e far ripartire l’economia svizzera. Insomma una sorta di “piano Marshall CH”.

Le misure urgenti allevieranno lo stress e dovrebbero consentire di guardare al futuro con un minimo di fiducia. Futuro che però non potrà essere un semplice riavvio della macchina economica messa in crisi dagli effetti del coronavirus. Crisi significa anche occasione di ripensamento.
Oggi (ri)scopriamo di essere tutti sulla stessa barca e che tutti devono remare. Ma è poi vero? Due paradossi:
Esempio 1: da un lato il personale sanitario di ospedali e ambulanze che stanno dando tutto quanto possono, rinunciando a sonno, famiglia, esponendosi pure a maggiori rischi di salute per salvare gli altri. Dall’altro, persone che lucrano sulla scarsità di materiale necessario: liquido per disinfettare le mani, mascherine, medicamenti: una farmacia mi ha venduto una bottiglietta di disinfettante per le mani a 10 franchi, il suo prezzo usuale è 6,40. Spiegazione: scarsità, la legge di mercato.
Esempio 2: indipendenti, piccoli commerci hanno dovuto arrestare da un giorno all’altro la loro attività economica. Sono rimasti “nudi”: senza entrate, poche riserve, strozzati dall’obbligo di pagare oneri, tra cui interessi su prestiti contratti; al contempo istituti di credito che battono alla porta esigendo il pagamento degli interessi dovuti.
Una questione quella dell’interesse sul credito che tocca anche gli enti pubblici che giustamente iniettano finanziamenti per l’economia. Ma dove si procurano tali mezzi finanziari, come costituiscono i fondi, chi li alimenta? È un aspetto poco noto ai più. Lo Stato (in Svizzera Confederazione, Cantoni e Comuni) ottiene un credito da altri soggetti quali banche, imprese, fondi di investimento (sia nazionali sia esteri) che acquisiscono obbligazioni o titoli di Stato. Il debito pubblico non è nient’altro che la somma dei crediti forniti da istituti finanziari, non ancora rimborsati su cui corre l’onere dell’interesse. Interesse che tutti i debitori (tra cui Confederazione, Cantone) devono regolarmente pagare, oltre naturalmente a rimborsare l’ammontare del prestito.
Due almeno le constatazioni:
a) Quella dell’interesse è un’invenzione umana, non una legge divina e tantomeno ubbidisce alla legge della natura come invece fa il coronavirus.
b) L’ammontante dei prestiti dei vari Stati sarà enorme. La recente crisi del 2008 ci ha mostrato che a pagare il conto (interessi e diminuzione del debito) sono stati i cittadini tramite imposte o subendo misure di austerità che hanno tagliato fondi pubblici per la socialità, le infrastrutture ospedaliere necessarie... arricchendo una minoranza.

E una certezza: l’interesse è un meccanismo subdolo che condiziona le persone, concentra la ricchezza trasferendo il denaro da una vasta maggioranza ad una minoranza. È ciò che vogliamo continuare a mantenere?



Pubblicato Giovedì 9 Aprile 2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°6- 10 aprile 2020 Leggi altri articoli di Ferruccio D'Ambrogio
Rubrica Dietro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

https://www.areaonline.ch/Di-solidarieta-e-interesse-af9c3400?vis=5

sabato 28 marzo 2020

SETTE REGOLE DI NAVIGAZIONE NELLA TEMPESTA DEL VIRUS

Siamo tutti sulla stessa barca, tutti devono remare. È un’ottima metafora che però con il cornavirus incontra difficoltà: le autorità si appellano alla «responsabilizzazione individuale», lamentando comportamenti inadeguati, irresponsabili di taluni; in particolare giovani ed over 65 . Un ministro parla di «coprifuoco». Dove stanno gli inghippi? Una check list per orientarsi. Una premessa. «La responsabilizzazione della popolazione - secondo Olivier Desrichard, docente di salute pubblica all’Università di Ginevra - è fondamentale». Ciò implica che ciascuno possa comprendere quale comportamento deve assumere e sia motivato ad agire per interesse suo e quello collettivo. Necessaria quindi un’informazione trasparente e una comunicazione adeguata che raggiunga tutti.

1. Informazione trasparente. «Ognuno ha il diritto di ricevere liberamente informazioni, nonché di procurarsele presso fonti accessibili a tutti e di diffonderle» recita l’art. 16 della Costituzione federale. «Ciò vale soprattutto nei momenti critici come quelli che stiamo vivendo in cui il Governo limita una parte delle libertà ai cittadini», sostiene Effy Vayena, direttrice dell’Health Ethics and Policy Lab del Politecnico di Zurigo.

2. Qualità dell’informazione. È utile conoscere il numero giornaliero di contagiati e l’incidenza per fasce di età, nonché il numero di ospedalizzati e deceduti. Fondamentale avere la distribuzione per gruppi di età e le cause dei decessi. I dati cinesi (unici finora a livello scientifico) mostrano che la mortalità è maggiore più alta è l’età: 0,2% da 10-39 anni, 0,4% da 40 a 49, 1,3% da 50-59, 3,6 da 60-69, 8% 70-79, 14,8% più di 80. Ma anche che il rischio di mortalità è accresciuto da fattori di comorbidità, ovvero tipologie quali: malattie cardiovascolari,diabete, ipertensione, malattia respiratoria cronica, cancro. Insistere sui gli over 65 è riduttivo, banalizzante. Questione colta dal medico cantonale che il 24 marzo ha precisato che due decessi di persone sotto i 65 anni erano legati a tipologie importanti, senza tuttavia precisarle. È un primo importante passo.

3. Strategia e misure. La strategia adottata per affrontare la pandemia (finalità, fasi previste, obiettivi, misure associate e risultati per ogni singola fase) è parte integrante dell’informazione. Purtroppo della strategia governativa conosciamo solo finalità: ridurre i contagi per spostare il picco a metà luglio, onde evitare il tilt delle strutture sanitarie. Nulla, a differenza di Singapore, su scenari e misure che sicuramente le autorità hanno elaborato (o dovrebbero predisporre). L’inasprimento delle misure di contenimento a distanza di due soli giorni dalle precedenti - quando il loro effetto può essere misurato non prima di cinque giorni (periodo medio d’incubazione) - confonde il cittadino, diffondendo incertezza. E «l’incertezza genera comportamenti irrazionali a volte egoistici, sia presso i giovani sia presso gli anziani» dice Juan Falomir-Pichastor, professore di psicologia all’Università di Ginevra.

4. Comunicazione efficace. Per combattere incertezza e comportamenti inadeguati occorre una comunicazione efficace che arrivi alle varie categorie di persone, come suggeriscono gli specialisti. Ovvero: comunicazione che sia mirata, alla stessa stregua della pubblicità, secondo il target: giovani, adulti, anziani, ma anche di diversa cultura. E qui giocano un ruolo essenziale le dichiarazioni degli influencer, personalità pubbliche, youtuber, che secondo Pascale Roux utilizzano gli stessi codici e linguaggio.

5. Benefici per singolo e comunità. L’impatto dell’azione del singolo riguarda anche la comunità, ed essa può giocare un ruolo affinché ognuno si senta implicato. L’agire in squadra, oltre ad avere tante risorse, fa sentire meno solo l’individuo, dandogli nel contempo forza ed energia per affrontare compiti ardui e/o avversi.

6. Pressione sociale, regole. Ogni comunità vive secondo regole, alcune esplicitate (le leggi, altre meno. Per Olivier Desrichard occorre utilizzare la pressione sociale per diffondere il rispetto delle regole: lavare le mani in pubblico, distanza sociale, spiegando l’utilità di ogni comportamento, ma anche dare consegne chiare e applicabili dalle varie fasce d’età della popolazione.

7. Sanzioni. Nei momenti cruciali come quello che stiamo vivendo vanno ricordate e precisate le regole per salvaguardare l’integrità del gruppo e la sua sopravvivenza; tra queste, secondo Pascale Roux, anche le sanzioni per chi trasgredisce. La barca beccheggia violentemente, ma non è troppo tardi riprenderne il timone.


Pubblicato in Coriere del Ticino, 28 marzo 2020

mercoledì 18 marzo 2020

Riorientare il modello economico

“Il virus ha dimostrato di essere in grado di entrare negli ingranaggi del sistema mettendolo in crisi in quattro e quattr’otto. E siccome è successo una volta, a bocce ferme si dovrà riflettere sul come fare affinché il copione non si ripeta. È quindi auspicabile che, superata l’emergenza, la crisi generata dal Covid-19 ci spinga a una riflessione più profonda sulla necessità di riorientare il nostro modello economico imperante “ scrive il dir. Caratti nel suo editoriale dell’11 marzo.


Le ripercussioni sul sistema economico, sociale provocato dalla rapidissima diffusione del Coronavirus, lasciano allibito il comune cittadino, ma hanno colto impreparati anche i governanti. Quanto stiamo vivendo non è simulazione, bensì realtà con pesanti e dolorosi risvolti sia sociali sia personali. Ma anche conseguenze economiche per aziende e personale toccati dalle misure di contenimento. È venuto alla luce un fattore sottovalutato o ignorato: la  debolezza del sistema economico globalizzato dipendente da una sola area. La lunga e complessa catena di produzione della fabbrica mondo  si è bloccata, quando le autorità cinesi hanno messo in quarantena dapprima  Wuhan, epicentro dell’epidemia, metropoli di oltre 11 milioni di abitanti,  capitale della regione Hubei, il nodo ferroviario più importante della Cina. È la Detroit cinese dell’automobile, la valle dell’ottica (¼ delle fibre ottiche mondiali) e uno dei maggiori poli dell’elettronica, soprattutto componenti, che con altre distretti tecno industriali cinesi, pure toccati dalle ferree misure governative,  alimenta anche il just in time dei paesi occidentali


Nel 2002, la Cina rappresentava solo il 4% di questo commercio. Oggi la sua quota è quasi del 20%. Un rallentamento o interruzione delle forniture si ripercuote direttamente sull’attività di aziende anche in tutto il mondo in una sorta di effetto domino; anche  nella  nostra Elvezia.  Senza contare che la dipendenza arrischia addirittura di generare penuria beni di prima necessità come i prodotti farmaceutici di uso corrente  - vedi Dafalgan – provenienti dalla Cina. “Il "business as usual" non è più un'opzione” scrive Isabel sottosegretaria della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (CNUCES)-  ciò di cui abbiamo bisogno è un modello di organizzazione dell’ economia  aperto, più diversificato in termini di produzione e con catene del valore più brevi: un forte argomento a favore dell'integrazione regionale”. È una buona premessa, anche se non nuova: è dagli anni 70 che gli esperti, inascoltati, propugnano diversificazione e sostenibilità.


D’altronde ora non c’è altra scelta, pressati anche dagli effetti del cambiamento climatico e da quelli di industria 4.0 che, con IA e robot, sostituisce le persone in ambiti finora di solo competenza umana.

Onde evitare sorprese ed impreparazione gioco forza anticipare ed iniziare già sin d’ora a definire le condizioni umane, sociali, ambientali cui il futuro modello d’economia dovrà rispondere. È un compito della politica. Ma il treno degli auspici arrischia di andare nella direzione contraria:

Ursula von der Leyen, presidente dell’UE, ha dichiarato che intende giungere a siglare il nuovo trattato Ttip per liberalizzare il commercio Usa-Ue entro un mese… Insomma i grandi gruppi tecno industriali e i potenti fondi d’investimento non mollano la presa. Come dire: addio sostenibilità e diversificazione!  Politici e partiti dovranno dimostrare capacità di voler innovare. Ai cittadini e loro associazioni, spetta il compito di esercitare pressione affinché non si perda di vista l’obiettivo.



Pubblicato in La Regione, 18 marzo 2020

venerdì 13 marzo 2020

Evitare lo scaricabarile sui cittadini

Stiamo vivendo in un clima che per certi versi sembra quello di una sorta di guerra mondiale. Tuttavia in campo non vi sono eserciti che si combattono, ma un micidiale microorganismo scoperto nel dicembre scorso in Cina, denominato coronavirus. Differentemente dalla guerra tra paesi non vi sono chiusure di frontiere e combattimenti, ma misure di contenimento della diffusione all’interno dei singoli paesi – che possono essere drastiche: mobilità ridotta, chiusura di fabbriche come quelle applicate in Cina. Misure che a medio termine fanno saltare il complesso funzionamento della fabbrica mondo. L’esempio cinese è significativo: Wuhan epicentro dell’epidemia è una metropoli, capitale della regione Hubei, e il nodo ferroviario più importante della Cina; è la Detroit cinese dell’automobile, la valle dell’ottica (1⁄4 dell fibre ottiche mondiali) e uno dei maggiori poli dell’elettronica cinese che alimenta anche il just in time dei paesi occidentali. Un rallentamento o interruzione delle forniture si ripercuote direttamente sull’attività di aziende di altri paesi, tra cui il nostro. O possono, addirittura generare penuria di materie prime e/o beni di prima necessità come prodotti farmaceutici di uso corrente – vedi Dafalgan – provenienti dalla Cina.
L’importanza economica della tigre asiatica nell’economia mondiale è tale che una flessione del suo Pil si ripercuote su quello dei paesi avanzati. Non a caso l’Ocse parla di «rischio senza precedenti» per l’economia, che potrebbe dimezzare la sua crescita. Forse più che l’emergenza climatica, la diffusione del coronavirus ci fa meglio comprendere... il significato della globalizzazione e le sue conseguenze.
La situazione è critica, sta diventando grave, occorre agire per far ripartire il sistema economico, già sottotono che ora rischia di imballarsi. Coronavirus getta ulteriore sabbia negli ingranaggi di un motore che già faticava a causa di una debole domanda solvibile (salari stagnanti). Se non c’è produzione, non c’è distribuzione di salari, senza salari cade la domanda e lo stato perde entrate (imposte). Un pericoloso circolo vizioso che può generare situazioni di alto disagio e tensioni sociali.
Oltretutto fronteggiare l’epidemia richiede risorse supplementari per la sanità (addetti, strutture, medicamenti), per il sistema economico (compensare le ore di lavoro perse, mancanza guadagno piccoli imprenditori). Un serio grattacapo. L’impressione che se ne ricava è che politica, istituzioni internazionali, associazioni imprenditoriali siano frastornate, e non sappiano che pesci pigliare.
Nella crisi del 2008 che generò fenomeni economici simili se ne uscì con l’intervento degli stati che sopperirono alle difficoltà delle principali banche accollandosi i loro debiti – il noto too big to fail. Come nel gioco della “pepa tencia”, gli stati si ritrovarono sovraccaricati, con un forte aumento del debito pubblico, che hanno onerato “facendo quadrare i bilanci” con misure di austerità che hanno indebolito i sistemi sociali. Le vecchie ricette – “tagli d‘interesse da parte di Fed e/o iniezioni di liquidità nel sistema bancario della Bce attraverso il quantitative easing o il rifinanziamento a tassi agevolati degli istituti di credito – spiega Luigi Pandolfi per il quale – è ridicolo che in una situazione così eccezionale si insista ancora e unicamente sul «meccanismo di trasmissione della politica monetaria all’economia reale».
Una cosa è certa: l’iniezione di liquidità è necessaria per rilanciare il motore economico, producendo tuttavia beni e servizi utili alle persone e in sintonia con l’ambiente. Appare scontato che spetti allo stato sobbarcarsi l’onere dell’urgenza con investimenti pubblici, come d’altronde anche taluni ambienti dell’economia sostengono. Tuttavia per evitare lo scaricabarile sui cittadini e i ceti meno abbienti, sorge una questione fondamentale: in che modo e a quali condizioni?



Pubblicato Venerdì 13 Marzo 2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°4- 13 marzo 2020 Leggi altri articoli di Ferruccio D'Ambrogio
Rubrica  Detro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

martedì 10 marzo 2020

Di Globalizzazione e coronavirus


Nell’editoriale Globalizzazione e Coronavirus (La Regione 2 marzo 2020) Roberto Antonini scrive, a proposito di Coronavirus: “ Il microrganismo ormai a tutti noto da poco più di un mese ci ricorda due cose. La prima è la fragilità del sistema: oggi un virus provoca un vero e proprio “grounding” globale di parte dell’economia mondiale (dall’aviazione alla manifattura, al turismo). La seconda riguarda proprio la visione antropocentrica che, mettendo al centro dell’universo l’uomo con la sua smisurata presunzione, ha creato le basi per una moltiplicazione delle malattie”. Proseguendo riprende i propositi Sonia Shah, filosofa, neuroscientifica e giornalista : “2/3 dei virus provengono da animali selvatici. Lo sconvolgimento ambientale (deforestazione, distruzione della biodiversità), le derive nell’alimentazione (gatti zibetto, serpenti e pipistrelli in vendita nei mercati asiatici), il riscaldamento climatico (con le zanzare tigre che oggi portano nel loro nuovo habitat occidentale malattie virali) sono alla base della trasmissioni all’essere umano di agenti patogeni innocui per i portatori animali. Come dire che la lotta al virus non è in fondo dissimile da quella che conduce Greta Thunberg”. Concludendo con i “ propositi di Philippe Le Bé, giornalista e scrittore romando: “C’è da sperare la sofferenza alla fine possa risvegliare le coscienze e portarci a maggior spiritualità “.

Condivido l’inquadramento della problematica relativa alle pandemie, nel loro sviluppo storico, la visione antropocentrica, nonché la fragilità del sistema economico. Ma proprio su quest’ultimo ritengo occorra spingersi oltre interrogandoci sui principi e i meccanismi che reggono sistema economico dominante, il capitalismo nelle sua accezione neoliberista, retto da regole volute dagli uomini. D’altronde lo stesso Smith ritenuto “padre “dell’economia capitalista nel suo testo fondamentale La ricchezza delle nazioni pur affermando che “l’imprenditore di successo, facendo interesse proprio fa anche quello generale” avverte che “in un libero mercato, una combinazione efficace non può aver luogo se non col consenso unanime di ogni singolo commerciante, e non può durare più a lungo di quanto ogni singolo commerciante continui a pensare che possa.” Purtroppo è quanto sta succedendo oggidì, agevolato da un quadro legislativo (vedi Costituzioni ): si ignora, dimentica e/o nega(?) l’avvertimento di Smith del consenso unanime. E allora campo libero all’agire dei grandi fondi d’investimento che procurano agli azionisti benefici di oltre il 15%, ottenuti mediante alti tassi di produttività, tagli di posti di lavoro, delocalizzazioni
dove vigono condizioni produttive favorevoli ( minor costo salariale, legislazioni ambientali e sociali favorevoli al profitto) che beneficiano un’infima minoranza, producono scorie, disastri umani, sociali, ambientali che ci stanno portando alla distruzione del nostro habitat. Forse più che di spiritualità necessitiamo di un ritorno alla politica (con la P maiuscola) che, nel rispetto della sostenibilità biologica - ambientale, delle differenze culturali e geografiche, faccia l’interesse di tutti gli esseri umani. 



Pubblicato in La Regione 

giovedì 30 gennaio 2020

Diritto all’alloggio senza carità

Nella ricca Svizzera solo il 10% della popolazione può ambire a un’abitazione propria, gli altri giocoforza restano inquilini, in “balia” del mercato immobiliare. Questi sta conoscendo un boom edificatorio senza precedenti. Malgrado l’eccesso di alloggi liberi (sono decine di migliaia in Svizzera di cui circa 6mila solo in Ticino) il fenomeno non sembra avere fine.

A prima vista tutti dovrebbero trarne profitto. È il caso per le casse pensioni, assicurazioni e grandi fondi privati che nell’immobiliare hanno trovato un settore ideale: non pagare interessi negativi richiesti dalle banche per depositi, tesorizzare il capitale in nuove edificazioni in attesa del momento favorevole per realizzare utili. Ma è anche il caso per gli inquilini che hanno un reddito disponibile sopra i 6.500, rispettivamente 5.500 fr. per il Ticino (importo sopra o sotto il quale si situa il reddito di metà della popolazione residente) che possono appagare le loro esigenze.

Ma vi sono anche i perdenti, coloro il cui reddito li esclude da qualsiasi ambizione, in particolare il 17% della popolazione classificata povera. Per loro giocoforza “abbassare le esigenze” a livello di spazio e comfort, adeguandosi a quel che il mercato offre: alloggi  sovente fatiscenti, mal isolati, umidi, rumorosi... Un fenomeno quasi invisibile; nella ricca Svizzera, i poveri non vivono in baraccopoli e per tutti c’è un letto e un pasto caldo, perbacco! Occhio non vede... e intanto la povertà dilaga e il diritto all’alloggio è sempre più una chimera. Certo rimane pur sempre il diritto all’assistenza, che per molti è però un’onta.

Insomma: mancano semplicemente appartamenti non lussuosi ma dignitosi a prezzi accessibili, e checché dica il Consiglio federale, il libero mercato è incapace di farlo. Per tali ragioni l’associazione svizzera degli inquilini (ASI) ha lanciato l’iniziativa federale “Più abitazioni a prezzi accessibili” raccogliendo oltre 105mila firme, su cui il sovrano voterà il 9 febbraio prossimo. In sostanza l’iniziativa chiede di modificare la Costituzione federale (art.108) per consentire alla Confederazione in  collaborazione con i Cantoni, di promuovere l’offerta d’abitazioni a pigione moderata, tramite enti d’utilità pubblica, con l’obiettivo di raggiungere una quota del 10% delle abitazioni di nuova edificazione; e inoltre autorizzare Cantoni e  Comuni ad applicare il diritto di prelazione su fondi idonei per la costruzione di abitazioni a scopi d’utilità pubblica (i cui alloggi, a parità di grandezza,  hanno pigioni inferiori fino a tre mensilità annue rispetto a quelle del mercato privato).

Il Governo non condivide il ruolo attivo dello stato nel mercato dell’alloggio, propone un decreto che aumenta di 250 milioni il fondo di rotazione a favore dell’edilizia abitativa di utilità pubblica, forzando però la mano: il credito diventerà operativo solo se l’iniziativa sarà bocciata!
Tuttavia e a prescindere dall’ammontare del fondo che per la maggioranza dei Cantoni consultati dovrebbe essere raddoppiato, il maggior difetto del progetto federale sta nel voler mantenere l’ente pubblico in un ruolo passivo e subalterno, se non quello di facilitare finanziariamente la costruzione  di alloggi, lasciando però l’iniziativa ai privati. Nessuna strategia del come colmare il deficit di alloggi a pigione accessibile, nessuno strumento incisivo, come il diritto di prelazione preconizzato dall’iniziativa e auspicato dalla città di Zurigo, dove i cittadini hanno voluto che il parco immobiliare in mano a cooperative o città raggiunga il 30%. E soprattutto nessuna sanzione per i proprietari che lasciano vuoti gli alloggi. L’iniziativa rappresenta un passo avanti nella giusta direzione: garantire a tutti il diritto all’abitazione relazionata al reddito disponibile, liberandolo finalmente dalle pratiche assistenziali impregnate di carità sovente vissute come umilianti.




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Giovedì 30 Gennaio 2020




giovedì 21 novembre 2019

Diritto all’alloggio quasi ovunque ignorato

Salari stagnanti, premi di cassa malati in continua ascesa, a cui si aggiungono pigioni in forte crescita. Per molti le cose stanno peggiorando, in barba al «diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, che includa un’alimentazione, un vestiario e un alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita» fissato dal Patto internazionale relativo a diritti economici, sociali e culturali adottato dall’Onu nel 1976, pure approvato dall’Assemblea federale il 13 dicembre 1991.

La questione dell’alloggio sta diventando un’emergenza ovunque. Berlino, Barcellona hanno fatto parlare di sé per le manifestazioni di cittadini che denunciavano il “ras-le-bol” per la scarsità di appartamenti primari a canoni accessibili, generata dal loro uso quali residenze per turisti. La “riscoperta del centro urbano”, nuclei storici in primis, e di quartieri popolari adiacenti quale luogo residenziale è oramai un fenomeno generalizzato. Stessa dinamica ovunque, anche da noi nelle città e località di zone lacustri: ristrutturazione di palazzi esistenti e/o edificazione di nuovi per far spazio a hotel stellati, residenze e condomini; tutti destinati a redditi medio-alti. La forte disponibilità di capitali alla ricerca d’investimento sicuro e i bassi tassi ipotecari hanno innescato un movimento di compravendita senza precedenti, con conseguente forte rivalutazione dei prezzi di terreni e immobili.

Se per i proprietari può risultare vantaggioso, per gli inquilini, soprattutto famiglie con reddito medio-basso, la faccenda diventa penosa e drammatica. Sloggiati dai quartieri a causa di pigioni fuori portata del loro reddito, sono giocoforza costretti a trasferirsi nelle zone periferiche, sovente distanti dal centro, poco o nulla servite da mezzi di trasporto pubblici, e dove il minor costo dell’alloggio non compensa l’aumento di quelli extra generati dal trasporto individuale che possono mandare in crisi il budget familiare allorquando il prezzo del carburante aumenta di pochi centesimi come evidenziato dai Gilets jaunes in Francia. A cui si aggiungono i disagi per lunghi tempi di trasferta tra domicilio e luogo di lavoro, la carenza o assenza di servizi per la copertura di bisogni basilari primari (asili, scuole, negozi, centri di assistenza medica); e non da ultimo la perdita di relazioni sociali, per coloro residenti da anni nello stesso quartiere. Tutti fattori che comportano un peggioramento delle condizioni di vita.

«Sono lieta che ci sia una legge che si rivolga a coloro che hanno particolarmente bisogno di alloggi», ha dichiarato Leilani Farha, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle questioni abitative. Non si riferiva però alla Svizzera, bensì al Portogallo dove il 1° ottobre è entrata in vigore la “Legge di base in materia di alloggio” che è un unicum: «Lo Stato è il garante del diritto all’alloggio» quale «diritto umano». «Le politiche dell’edilizia popolare – recita la legge portoghese – devono seguire i principi di universalità, proteggendo i cittadini dalle discriminazioni fra cui il canone d’affitto, promovendo l’uso di alloggi vuoti pubblici e privati soprattutto nelle aree urbane centrali». La legge consente di sanzionare i proprietari che lasciano vuoti case e appartamenti, e prevede che lo Stato metta a disposizione i beni immobili pubblici destinati alla locazione, favorendo l’accesso all’alloggio con canoni compatibili con il reddito delle famiglie. Stato ed enti locali possono applicare il possesso amministrativo, ricorrere al diritto di prelazione e all’esproprio con indennizzo.

Il Portogallo si è dotato d’una legge d’avanguardia. Resta ora la sua applicazione, ma è un passo nella giusta direzione per concretizzare il diritto all’abitazione ignorato da tutti i Paesi. Un esempio che altri Stati, fra cui il nostro, dovrebbero seguire.

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Giovedì 21 Novembre 2019
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domenica 2 giugno 2019

Tra l'incudine del precariato e il martello della sorveglianza


Il binomio “Capitalismo – Democrazia” è considerato da molti il miglior modello per garantire performance economica, libertà e sicurezza al cittadino. Affamato di profitto e sempre alla ricerca di produttività, il capitalismo crea e distrugge continuamente. Adotta le innovazioni che facilitano il raggiungimento dell’obiettivo. Ultimo esempio è Web 4.0 – quarta rivoluzione industriale - che associa automazione, robotizzazione a sistemi d’intelligenza artificiale. Essa consente forme radicalmente diverse di organizzazione del lavoro per concepire, sviluppare, produrre merci e servizi. Web 4.0 offre nuove opportunità di lavoro; ma, esigendo altre competenze, genera anche sconvolgimenti, esuberi, nonché forme di lavoro “autonome”, su chiamata alla “Uber”. La cosiddetta Gic economy (economia dei lavoretti) che  “messi tutti assieme- scrive  Riccardo Staglianò –“ superano di gran lunga la fatica e lo stress del lavoro full time, restando ben lontani dalla retribuzione”. Socialmente è una bomba ad orologeria.
Oltre a nuovi modi di concepire e realizzare prodotti e servizi le tecnologie attuali consentono di accedere e sfruttare la miniera dei “big data”. Una “miniera inesauribile che cresce alimentata costantemente dalle “tracce” (informazioni) lasciate da un numero crescente di utenti. Ovvero: utilizzo di una app., acquisto su un sito online, ma anche nei negozi fisici, foto, video, messaggi vocali, tweet, spostamenti, commenti, “I like” - che riguardano i loro comportamenti; ma anche di tutto ciò collegato alla rete. I sempre più potenti sistemi di analisi sorretti dall’intelligenza artificiale (Big Data Analytics ) stillano in tempo reale mappe e identikit specifici su comportamenti, abitudini, preferenze, desideri di singole persone o gruppi, declinati secondo età, sesso, paese. I grandi distributori commerciali quali Migros e Coop conoscono a menadito le preferenze di ciascun detentore di una carta fedeltà. Se volessero – non è una questione tecnica - potrebbero applicare prezzi specifici per ogni cliente.
Dal conoscere pratiche e comportamenti alla tentazione di influenzarli il passo è breve. Lo scandalo Cambridge Analytica, implicata nella campagna a favore di Trump, e che aveva utilizzato dati riguardanti 85 milioni di utenti USA fornitagli da Facebook ha scoperchiato il pentolone. All’ammirazione sfrenata è subentrata la diffidenza. Shoshana Zuboff, prof emerito a Harvard, è più esplicita: i “Big Other” come li chiama– “sono progettati per catturare e  controllare a loro insaputa il comportamento umano”. Mediante un’azione comunicativa personalizzata le aziende possono assicurarsi un vantaggio competitivo sui nuovi mercati. L’autrice definisce tale pratica “capitalismo della sorveglianza” (che è anche il titolo del suo recente saggio) perché gli imprenditori appropriandosi dei dati personali, mettono in pericolo la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio”.
Paradossalmente mentre “opinion maker” e stampa denunciavano (giustamente) l’occhio orwelliano degli stati autoritari (Cina, Russia in primis), sono rimasti ciechi riguardo il diffondersi delle pratiche di sorveglianza del capitalismo negli stati democratici, “cadendo - è il caso di dirlo- dal fico”.
Senza accorgerci siamo entrati quindi in un’altra dimensione in cui pochi attori economici sono in grado di influenzare scelte e comportamenti, invadendo campi extra economici. Un capitalismo che pone gli individui tra l’incudine erodendo e precarizzando il lavoro, e il martello della sorveglianza. “Sarà necessario combatterlo - scrive S. Zuboff- trovare nuovi mezzi di azione collettiva,  come seppero farlo  i lavoratori nel 19 secolo   contro  il capitalismo industriale”. Un modo anche per salvaguardare la democrazia.

Pubblicato su Area, Martedì 21 Maggio 2019 link 

giovedì 7 giugno 2018

Nuove officine: di gatti e volpi


Sulla carta le idee appaiono più che buone. Bisognerà ora saperle realizzare e implementare, sin d’ora consci che non sarà un gioco da ragazzi e che i gatti e le volpi di collodiana memoria – i quali solitamente si aggirano con proposte mirabolanti alla ‘campo dei miracoli’ – non mancheranno neanche questa volta”. Così il Direttore di questo giornale conclude il suo editoriale del 6 giugno in cui ha illustrato i tre benefici (piccioni) derivanti dalla scelta FFS: il primo quei 45 mila mq in centro città: “una pregiata area, che una volta liberata, venga impiegata” per creare “un parco tecnologico composto da aziende e start up innovative capaci di attirare centinaia di posti di lavoro” e più altri 15 mila di piazze e strade . “Il secondo affarone” poter “investire nel comparto stazione/ex Officine, ritrovandosi comunque le nuove Officine appena fuori dalle proprie mura” . Il terzo beneficio costiuito dalla “promettente stagione “ derivante dall’edificazione delle nuove Officine. “Sui piatti della bilancia” prosegue” vanno posti sicuramente gli elementi positivi (l’innovazione che ti porta nel futuro) e negativi (la perdita di posti di lavoro). Ma, anche in questo caso, vale la regola che chi sta fermo è condannato (magari lentamente e senza accorgersene) a indebolirsi e morire”. Un ragionamento che fila e può convincere...se non ci fossero a)la Convenzione per il Centro di competenza (CdC) nel settore della mobilità sostenibile e ferroviaria sottoscritta nel 2013 da 10 enti, tra cui FFS, Cantone, città, rappresentanti dei lavoratori (ass. Giù le mani e sindacati), b) l’iniziativa popolare del 2008 per Polo tecnologico industriale nel settore trasporti tutt’ora bloccata in Gran Consiglio. L’ottimo riassunto di Caratti, rappresenta quanto previsto dalla Dichiarazione d’intenti (DI) sottoscritta nel dicembre 2017 da FFS, CdS e Municipio. DI che ha un difetto: invalida quanto previsto dalla suddetta Convenzione, il cui obiettivo è di “costituire una piattaforma modulare nella quale confluiscano tutte le competenze presenti sul territorio regionale e nazionale al fine di incentivare e favorire lo sviluppo di progetti innovativi”; concretamente: “un sistema a rete formato dai diversi attori operanti nell'ambito della mobilità ferroviaria sul territorio ticinese” con “fulcro nelle Officine FFS di Bellinzona”... La convenzione precisa che “è inevitabile un contatto diretto e una stretta collaborazione con le attività delle Officine FFS di Bellinzona” e che “le FFS inizialmente giocheranno un ruolo importante per lo sviluppo di nuovi progetti”. Stranamente e purtroppo la DI non indica la necessità di definire un contratto che stabilisca attività e responsabilità specifiche dei singoli attori verso il CdC. Contratto necessario per colmare il vuoto della Convenzione che di per sé non ha vincolo giuridico. Senza tale contratto le FFS possono essere membro della Fondazione CdC, pur rimanendo passive come lo sono state finora. Inoltre riconquistano la totale libertà di “fare e disfare”, ovvero di realizzare la strategia aziendale senza render conto a nessuno, con tanti saluti sia al progetto industriale ticinese in campo ferroviario innovativa e di posti di lavoro qualificati, indicato dalla Convenzione, sia all’iniziativa per la creazione del Polo. Ambedue frutto di 10 anni di lotte e negoziati. E allora più che di gatti, qui si tratta di volpi. Quelle che con la Di sono riuscite (finora)ad ingarbugliare le carte, invalidando quanto e con tanta fatica è stato negoziato e scritto nella Convenzione. 

Apparso in La Regione, 7 giugno 2018