giovedì 17 settembre 2026

Quello che cambia e le scelte che contano

Il cambiamento climatico è oramai realtà! La prova: aumento di eventi meteorologici estremi frequenti e violenti, temperatura terrestre in forte rialzo, ghiacciai che scompaiono, permafrost che si dissolve, scioglimento delle calotte, innalzamento e acidificazione dei mari. Un processo distruttivo per ecosistemi, con grave perdita di biodiversità e alterazione degli equilibri naturali. Una crisi quella climatica che si intreccia con un'altra trasformazione altrettanto profonda: quella generata dall'intelligenza artificiale (IA). Mentre il cambiamento climatico mette sotto pressione le condizioni materiali della vita e dell’economia, l'IA ultima generazione, apparsa questa primavera, oltre alla velocità esecutiva, ha dimostrato disporre capacità cognitive che consideravamo di sola prerogativa dell’essere umano: comprendere problemi, ragionare, elaborare soluzioni, pianificare, scegliere e verificare i risultati. Due trasformazioni diverse, ma accomunate da una caratteristica importante: entrambe stanno modificando rapidamente equilibri ritenuti perenni! La crisi climatica mette in discussione il rapporto attuale dell'uomo con l'ambiente; mentre l’IA quello dell'uomo con il lavoro, la conoscenza e la produzione. Il clima ci impone di ripensare il nostro rapporto con il pianeta; l’uso dell’IA quello derivante dalle sue performanti capacità cognitive che concorrenzano quelle umane. La sfida, per la politica e per la società civile, è evitare che queste due trasformazioni vengano semplicemente subite o utilizzate da una minoranza per trarne profitto. La questione centrale diventa quindi: quale cambiamento auspichiamo e se saremo capaci di governarlo. Affrontare la crisi climatica e governare la trasformazione prodotta dall’IA implica avere lucidità su come agire, ponendosi tre domande centrali: chi? fa che cosa? con quali mezzi? Occorre precisare : chi (istituzioni) governerà la transizione, con quali strumenti e, soprattutto, nell’interesse di chi. Alla politica il compito di fissare regole, porre limiti, creare incentivi e anticipare gli effetti della trasformazione sul lavoro. Il “settore economico” (aziende) deve chiarire come utilizzare l’IA non soltanto in termini di performance (ridurre costi, aumentare la produttività, sostituire occupazione) ma anche per aumentare i benefici sociali (creare nuove attività e redistribuire equamente benefici dell’innovazione). Al “sistema della formazione” spetta invece la missione cruciale: preparare le persone non semplicemente a competere con le macchine, ma a lavorare con esse, sviluppando quelle capacità – giudizio, creatività, responsabilità, pensiero critico e relazioni umane – che acquistano ancora più valore nell’era dell’IA. Tutto quanto induce una domanda: se l’uso dell’IA sconvolge l’organizzazione del lavoro, generando più ricchezza con meno lavoro umano: come verrà distribuita? Chi ne beneficerà? E chi sosterrà il costo della transizione, quando professioni e posti di lavoro verranno trasformati o cancellati? È la stessa domanda di fondo che accompagna la crisi climatica. In entrambi i casi, la tecnologia non è il vero problema: lo è il modo in cui decidiamo di utilizzarla, compensando impatti negativi(sociali e ambientali). Per questo la sfida non consiste nel fermare il progresso tecnologico, ma nel governarlo. Servono istituzioni capaci di anticipare i problemi; imprese socialmente responsabili, sistemi educativi adeguati, politiche sociali che redistribuiscano equamente i benefici della ricchezza creata e proteggano chi rischia di essere escluso. La domanda, allora, non è più soltanto «IA sì o IA no?».Bensì molto più concreta e politica: chi decide, con quali regole e a vantaggio di chi? L’IA potrà diventare il più potente strumento di progresso mai costruito dall’uomo, oppure il più potente acceleratore di disuguaglianze. Tutto dipenderà dalle decisioni degli uomini che avranno il potere di governarla! Pubblicato in forma cartacea: AREA, 4 settembre 2026

venerdì 3 luglio 2026

IA e l'rresponsabile silenzio dei governanti

In maniera soft l'intelligenza artificiale (IA) sta permeando i vari ambiti dell'attività umana. Le ultime versioni messe congiuntamente sul mer- cato lo scorso febbraio da ChatGPT e Anthropic hanno dimostrato di disporre di capacità cognitive (pensare in modo logico, valutare, decidere e risolvere problemi) proprie agli esseri umani. Un exploit che apre la via a profonde riorganizzazioni dell'attività economica sostituendo l'essere umano in molte attività in cui era finora il solo ad avere le capacità. L'impatto, al pari della rivoluzione industriale dell'800, scombussoleră l'in- tera organizzazione socio-economica: taglio di mansioni e di posti di lavoro, senza tuttavia compensare con dei nuovi, come avvenuto fino al recente passato. Le conseguenze saranno socialmente disastrose: difficilmente le persone in esubero troveranno un lavoro, esploderà il numero dei senza reddito, anche e compreso chi pensa di esserne al riparo (vedi professioni intellettuali), impossibilitati di rispondere ai fabbisogni primari. Tilt in vista per casse pubbliche e sistemi di previdenza incentrati su redditi del lavoro. A fronte di questo futuro marasma il primo e unico Capo di stato che ha reagito è papa Leone XIV. Mognifica humanitas - titolo della sua prima enciclica - propone una riflessione tutt'altro che di meri contenuti religiosi, bensi concreta, saldamente rivolta a capire l'insieme delle implicazioni derivanti dall'uso della lA per l'esser umano. Leone XIV ha un percorso "anomalo" per un ecclesiastico di alto rango: prima della vocazione religiosa e dell'esperienza pastorale, c'è la formazione accademica plasmata da modelli rigorosi e razionali quali analisi, algebra e logica formale. Non sorprende che per affrontare la questione IA, si sia attorniato di specialisti fra cui il ricercatore Chris Olah, cofondatore di Anthropic. Nel suo intervento, allegato all'Enciclica, Olah evidenzia tre punti centrali. 1) Dovere verso i poveri: l'IA sostituendo il lavoro umano su larga scala, diventa un imperativo morale sostenere i futuri disoccupati. Essendo lo sviluppo dell'IA concentrato in poche mani è necessario trovare un modo per garantire che i benefici siano condivisi a livello globale; 2) Prosperità umana: indispensabile riflettere su cosa significhi per gli esseri umani prosperare pienamente nell'era dell'IA. Giocoforza considerare le tradizioni morali e spirituali delle varie societă. 3) Natura dei modelli di lA: la ricerca sulla struttura interna rivela aspetti "misteriosi e inquietanti", come strutture che rispecchiano le neuro- scienze umane e stati interni che sembrano riflettere emozioni umane. "Ciò richiede un discernimento continuo". Leone XIV ritiene che la società contemporanea si sia "sottomessa a una logica puramente tecnica ed economico, che tende a ridurre l'essere umano, la sua spiritualità e le sue relazioni a puri dati numerici o a profili cigoritmici; l'essere umano cesso di essere visto come un fine in sé (portatore di dignità intrinseca) e trattato come un mezzo di produzione o un consumatore da prevedere e manipolare". Denuncia le Big Tech che tramite il paradigma tecnocratico impongono forme di sovranità, che scavalcano i governi democratici. Critica la "idolatria dell'efficienza", il mito della performance perfetta, dell'ottimizzazione costante e dell'eliminazione dell'errore. Non rifiuta la tecnologia in sé, ma propone di sottometterla a un'etica deila responsabilità". Ovvero "trodurre i valori morali e i diritti umani in vincoli rigidi fin dalla progettazione dei sistemi di lA". Giunge alla conclusione che per scardinare il paradigma dominante occorre ripristinare il primato della politica riconsegnando alle comunità umane e alle istituzioni pubbliche internazionali il potere di decidere i contini etici della tecnica, spezzando il monopolio dei tecnocrati. Ai capi di governo silenti, agire! Pubblicato in forma cartacea: AREA, 26 giugno 2026

mercoledì 1 luglio 2026

È già iniziato il futuro senza lavoratori

Intelligenza artificiale (o IA) è oramai sulla bocca di tutti. A traghettare l’espressione IA è stato lo smartphone diventato indispensabile strumento non solo per comunicare con le persone, ma anche quale mezzo per interagire e trasmettere informazioni. Il cellulare è un prezioso assistente nello svolgimento delle varie mansioni quotidiane: dall’organizzazione dell’agenda, alla ricerca di informazioni, redazione di testi, creazione immagini, video o musica ecc. Esso svolge compiti, seppur semplici, che sono di competenza del cervello umano. L’innovazione in ambito di intelligenza artificiale corre strumento non solo per comunicare con le persone, ma anche quale mezzo per interagire e trasmettere informazioni. Il cellulare è un prezioso assistente nello svolgimento delle varie mansioni quotidiane: dall’organizzazione dell’agenda, alla ricerca di informazioni, redazione di testi, creazione immagini, video o musica ecc. Esso svolge compiti, seppur semplici, che sono di competenza del cervello umano. L’innovazione in ambito di intelligenza artificiale corre veloce: il 5 febbraio 2026 sarà certamente una data miliare, ricordata dagli storici. Ad avvertirci è stato un lungo post di Matt Shumer, noto imprenditore del settore IA,in cui spiega la sua impressione dopo aver potuto sperimentare GPT-5.3 Codex, l’ultimissima versione di OpenAI rilasciata 5 giorni prima, congiuntamente a Opus 4.6 di Anthropic. “Dico all’IA cosa voglio – scrive Shumer – mi allontano dal computer per quattro ore e, quando torno, trovo il lavoro già fatto. Ben eseguito, meglio di quanto avrei fatto io stesso, senza bisogno di correzioni. Non stava semplicemente eseguendo le mie istruzioni. Stava prendendo decisioni intelligenti. Aveva qualcosa che, per la prima volta, sembrava giudizio”. Una “sensazione inspiegabile di sapere che era la scelta giusta, che tutti dicevano l’IA non avrebbe mai avuto. Questo modello ce l’ha – o qualcosa di abbastanza vicino”. Shumer va dritto alle conseguenze per sé stesso: “Non sarò più necessario a lungo per il lavoro tecnico effettivo del mio job: ora mi basta descrivere in inglese ciò che voglio costruire e semplicemente… appare. Non è una bozza che devo correggere: il risultato è finale”. Egli coglie anche il rovescio della medaglia: ciò che “potrà accadere negli altri settori non tecnologici quali: diritto, finanza, medicina, contabilità, consulenza, scrittura, progettazione, analisi, servizio clienti”. Mutamenti che Shumer reputa avverranno velocemente “non tra dieci anni. Considerando quello che ho visto negli ultimi due mesi penso che sarà molto meno”. Cita pure Dario Amodei, CEOAnthropic, secondo il quale l’IA eliminerà il 50% dei posti di lavoro impiegatizio di livello base tra uno e cinque anni. Le opinioni di Shumer e Amodei sono importanti, soprattutto stimolano il necessario approfondimento onde capire le potenziali derivanti conseguenze: economiche, tecniche, organizzative ma anche sociali derivanti dall’applicazione dell’IA. Le due versioni uscite a febbraio, tra cui quella testata da Shumer, dimostrano di disporre facoltà di ragionamento e apprendimento, nonché creatività. Ottemperano lo standard ISO/IEC 42001 che definisce IA “la capacità di un sistema di mostrare abilità umane quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività”. Le due versioni dimostrano di essere capaci di affrontare questioni tipiche della sola mente umana! Svolgono quattro passaggi chiave: individuare il problema e le cause; definire criteri da ottemperare e possibili soluzioni con relativi mezzi; scegliere e valutare la variante adeguata; verificare i risultati rispetto alle attese. L’exploit della versione sperimentata da Shumer è la capacità di formulare autonomamente le ultime due fasi. Molte operazioni cognitive diventano da subito “automatizzabili”. Leggi: sostituzione dell’individuo umano. Insomma mai come ora vale il detto: adesso o mai più! La realtà che politici, capi di stato, imprenditori e finanzieri devono considerare è che la IA scombussolerà radicalmente la forma di organizzazione dell’insieme del globo, e con essa la vita della maggioranza delle persone che dipendono dal reddito del lavoro. Pubblicato in AREA, 27 MARZO 2026

venerdì 19 giugno 2026

L’INNOVAZIONE DISTRUGGE MA CREA LAVORO? NON PIÙ!

“Ogni legno ha il suo tarlo” cita un proverbio. Quello della struttura socio economica mainstream si chiama IA (intelligenza artificiale). V’è diffusa convinzione, suffragata dalla storia, che l’innovazione tecnologica sia indispensabile. L’economista Schumpeter (1883-1950) noto per aver analizzato il fenomeno, concluse che l’innovazione intesa come “far qualcosa di nuovo”(prodotti o nuovi metodi di produzione e/o forme organizzative) è il motore principale dello sviluppo economico. Chiamò “distruzione creativa” il processo in cui le innovazioni rendono obsoleti vecchi metodi di produzione e/o prodotti. Un “abbattimento costante della vecchia struttura economica” che considerava “necessario per costruirne una nuova, superiore”.. All’apice dell’innovazione tecnico-scientifica odierna figurano i programmi di intelligenza artificiale (IA), apparsi a inizio di questo decennio (detti di prima generazione) che hanno dimostrato di possedere abilità superiori all’intelligenza umana: sia in velocità di trattamento dell’informazione (lettura e analisi di documenti), sia nella soluzione di espressioni matematiche e di logica, nonché scrittura e programmazione. I timori di talune categorie di addetti di essere scippati delle loro compe-tenze e con ciò sostituiti, perdendo il lavoro, sono diventati realtà. Ne sanno qualcosa giornalisti, programmatori, tecnici di primo livello sostituiti dalla IA nello svolgimento del loro job! Nel frattempo l’IA ha fatto un altro passo da gigante, l’ultima versione del 5 febbraio scorso ha varcato un nuovo limite: svolgere operazioni che richiedono competenze cognitive (in particolare: analizzare dati e pensare in modo logico, valutare, decidere e risolvere problemi). Significativo l’exploit rivelato da uno specialista nello sviluppo di software come Matt Shumer, CEO e cofondatore di Other Side AI. A livello di capacità cognitiva la versione testata da Shumer ha mostrato di possedere competenze e abilità paragonabili a quelle umane, infrangendo un dominio che, benché immaginato e ripreso nei romanzi di fantascienza, sembrava fuori portata.(vedi La performance ha messo fine all’assioma shumpeteriano: “L’innovazione tecnologica, pur distruggendo lavoro, ne crea del nuovo” che si credeva perpetuo. Insomma, per la prima volta nella storia umana sono state automatizzate anche competenze cognitive (senza tuttavia attivare il principio di precauzione onde capirne tutti gli impatti). Il tarlo è all’opera e il suo rosume già appare. Sono effetti ancora poco visibili che saranno disastrosi: riduzione del fabbisogno di lavoro umano e minor socializzazione dei benefici (salari), concentrazione di competenze in poche piattaforme e proprietari di capitale tecnologico; aumento di disparità di potere (chi possiede IA o dati o infrastrutture e/o mezzi finanziari “cattura” gran parte dei profitti). Mentre il lavoro umano perde potere di contrattualità. Punto critico e cruciale è ovviamente il taglio di addetti che sarà sostituito dall’IA, e che difficilmente potranno trovare un job. All’orizzonte prossimo si staglia una nuova “questione sociale”, che investirà il globo intero, con ripercussioni nefaste che già colpiscono una percentuale crescente di cittadini e famiglie in Svizzera e in tutti i paesi avanzati toccati dalla carenza di lavoro e/o da salari non adeguati all’aumento del costo della vita e insufficienza di reddito per soddisfare i bisogni primari quali cibo, alloggio, sanità, nonché risparmio per affrontare la vecchiaia. Persone e famiglie costrette a indebitarsi per sbarcare il lunario. Indebitamento il cui ristorno arricchisce ancor più i benestanti, concentrando il potere economico nelle mani di pochi e con esso le disuguaglianze sociali anziché risolverle!

venerdì 17 aprile 2026

I risvolti dell’exploit cinese

 La Cina è assurta in pochi decenni a potenza economica:a livello Prodotto interno lordo (PIL) seconda solo agli USA, e primo nel gruppo dei BRICS.

Tale exploit è marcato da un evento passato in secondo piano, tuttavia rilevante. Il

riconoscimento politico della Cina voluto nel 1964 dal presidente francese De Gaulle,

primo paese occidentale a stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare

Cinese (RPC), allora guidata da Mao Zedong.

A quell’epoca la Cina aveva urgenza di realizzare e potenziare le vie di comunicazione:

occorrevano strumenti, in particolare: autocarri, ma non disponeva né tecnologia né

strutture. La Francia invece aveva un atout: autocarri di ogni tipo concepiti e

fabbricati da Berliet (nome del proprietario dell’omonima fabbrica che ebbe un ruolo

fondamentale).

La visita di una delegazione condotta dal vice-primo ministro Cinese alle fabbriche

Berliet, la possibilità data ai Cinesi di testare sul proprio territorio gli autocarri

francesi, convinse il governo cinese portandolo a negoziare con Francia e Berliet la

fabbricazione in proprio.

Ne scaturì un accordo per la produzione di autocarri in Cina mediante una società mista

a maggioranza cinese. La concretizzazione si svolse in 3 fasi principali: 1)formazione

al montaggio del personale cinese in Francia e allestimento della fabbrica per il

montaggio in Cina; 2) montaggio in loco degli autocarri e al contempo formazione di

personale tecnici e operai, nonché allestimento di strutture produttive dei singoli

pezzi; 3) produzione totalmente cinese.

Insomma un esempio di cooperazione che tramite il trasferimento di know-how consente

autonomia, sostituzione delle importazioni.

L‘esperienza Berliet diventò per la Cina il “modello da seguire” con i partner

occidentali. Negli accordi industriali successivi, il governo cinese avrebbe sempre

detenuto la maggioranza del capitale (51% o più), sempre vincolando il partner all

contributo tecnologico e formativo.

Nel 2001 1’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) comportò

l’adozione di riforme (liberalizzazioni del mercato, leggi più permissive riguardo la

regolamentazione del lavoro, ecc.). Riforme che hanno avuto conseguenze a doppio taglio:

positive: forte aumento degli investimenti esteri in tutti i settori chiave: dal

tessile, alla micro-meccanica e elettronica, ecc.(le multinazionali USA in primis Apple,

Microsoft) dando impulso all’esportazione e conseguente aumento del PIL, che si traduce

in ricchezza da poter distribuire tra azionisti e lavoratori. In Cina a vantaggio di

addetti di aziende localizzate massimamente attorno alle grandi città, facendo aumentare

la classe media ivi residente, il cui potere d’acquisto sprona le attività interne,

rafforzando l’economia del paese.

Ma anche conseguenze negative: acuizione delle differenze socio-economiche (tra classe

media delle grandi città e resto della popolazione, residenti nelle zone rurali e/o

attive nei settori tradizionali, facendo riaffiorare le proteste (quelle tragiche di

piazza Tienanmen nel 1989 rimangono vivide).

L’ exploit cinese realizzato in meno di 50 anni, frutto di compromessi, ha saputo far

coesistere due attori principali: il settore pubblico (inizialmente maggioritario) e

quello privato (sempre più importante).

Il futuro della Cina è condizionato dalla soluzione di 2 questioni : a)Economia: povera

di risorse naturali, a dipendenza al commercio estero b) Sociale: aumento di

disuguaglianze (tra citta e campagna e all’interno delle città).

La determinazione della Dirigenza cinese nel promuovere relazioni di cooperazione

economica basati sulla reciprocità (vedi BRiCS) o costruzione di infrastrutture

ferroviarie (vedi linee ferroviarie in Africa) mostra che la Dirigenza cinese ha

“chiarezza d’intenti”.

Chiarezza che per la soluzione alle questioni sociali è tutt’ora latitante! "Non temere

di andare lentamente, temi solo di fermarti” recita un proverbio cinese: non ci resta che

attendere!

giovedì 1 gennaio 2026

BIFORCAZIONE ECOLOGICA PER USCIRE DAL PANTANO

La scelta inevitabile tra la continuità del disastro e un nuovo sistema economico fondato su limiti fisici e giustizia sociale.

La qualità di un sistema socio-economico è valutata in base alla sua capacità di affrontare i problemi reali. Agli storici che valuteranno questo primo quarto del 21esimo secolo non sfuggirà né il peggioramento delle condizioni sociali della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali (in particolare: aumento dei costi, non controbilanciati da adeguamento di salari e pensioni che consentano di soddisfare i bisogni fondamentali) né l’incapacità di approntare un sistema socio-economico senza effetti perniciosi irreversibili a scala umana quali perdita di biodiversità e aumento temperatura terrestre. Due problemi interconnessi, generati dal sistema economico in vigore. Bisogni sociali degli umani da un lato e complessi e noti meccanismi biologici, chimici e fisici soggiacenti a clima e vita biologica, impongono una inderogabile e radicale svolta: approntare un sistema economico che consenta di eliminare suddette ripercussioni e nefaste conseguenze.


Benché sempre negata, o considerata subalterna ad altre priorità, l’emergenza assoluta è la biforcazione ecologica. Ovvero: abbandonare l’uso di risorse energetiche fossili approntando e coordinando azioni a livello mondiale, onde dismettere i sistemi attuali di produzione di merci organizzati con lunghe catene delocalizzate in vari paesi e assumere comportamenti individuali scevri dal consumo di risorse fossili. Concretamente significa: produrre a “km zero” abbandonando sistemi che implicano trasporti a lunga distanza di merce: dall’agricoltura (anche se “bio”), all’industria dell’abbigliamento, alla componentistica. Cambiamenti che comportano evidentemente importanti conseguenze tecnico organizzative, sociali quali il mutamento delle competenze professionali associate.


Imperativi e implicazioni che generano resistenze inficiando la messa in atto. In primis del sistema finanziario le cui priorità sono gli investimenti che producono il massimo profitto. A cui s’aggiunge l’inerzia: anche se le grandi compagnie del settore energetico, sotto pressione pubblica, abbandonassero il fossile, sarebbero immediatamente rimpiazzate da altre meno soggette a suddette  pressioni e localizzate in altri paesi. Infine, come fanno notare Cédric Durand e Razmig Keucheyan : “Più la trasformazione ecologica deve essere effettuata rapidamente, più la pressione dell’aumento sui costi diventa importante, ciò che rende ancora più difficile la mutazione”.
Insomma la biforcazione per stare in piedi necessita di una “seconda gamba”: massicci e rapidi investimenti. E qui cade un’altra tegola: “Il capitalismo non assicurerà il passaggio in modo sufficientemente rapido” come ha anche scritto il Financial time. Da un lato perché imprenditori, gestionari  di fondi non hanno singolarmente la potenza finanziaria sufficiente, ma soprattutto manca loro la capacità di coordinamento. Gli unici attori in grado di farlo sono i governi.

Per uscire dal pantano occorre “decolonizzare” i nostri immaginari economici, affermano Durand e Keucheyan e fare tesoro di studi pregressi. Riguardo al finanziamento pubblico valga la proposta di John Maynard Keynes che in un suo discorso radiofonico alla BBC nel 1942 disse: “Tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Egli intendeva che se un paese dispone delle risorse fisiche e della manodopera necessarie per portare a termine un progetto, i limiti finanziari non costituiscono un ostacolo insormontabile. Keynes riteneva che il “motivo monetario” (o ortodossia finanziaria) non fosse sufficiente per impedire a una società di costruire cosa vuole: ciò che conta è la produzione economica reale.


Publlicato in Area 9.12.2025 

TRUMP, LE TASSE E I PROFITTI DEI PRIVATI

 Si chiude il 2025, 80esimo delle Nazioni Unite, Istituzione voluta anche e soprattutto dai leader europei – segnati da due guerre mondiali – onde comporre conflitti senza l’uso delle armi. Un orrore oggidì “dimenticato” dai governanti odierni, entusiasti sostenitori del “Rearm Europe”, della leva obbligatoria e dell’educazione scolastica alla guerra di nazista memoria.

La guerra tra Russia e Ucraina, la cui fine è stata fortemente auspicata da Trump sin dal suo insediamento, ha visto sorgere forti contrasti tra UE e USA sulle priorità da portare al tavolo delle trattative. I tentativi di trovare un accordo evidenziano una profonda divergenza, con infruttuosi batti e ribatti tra presidente USA e omonimi dell’UE e Paesi membri. Paesi che nel passato recente erano sempre stati aderenti alle volontà della Casa Bianca, nonché permissibili agli umori dei suoi vari inquilini. Con Trump l’idillio si è rotto, con governi europei attoniti dal suo atteggiamento disinvolto e al contempo arrogante e sfacciato; che suscita loro irritazione quando è lontano, per poi renderli ligi al suo cospetto.

 

Tuttavia oltre ai problemi generati da stile e modalità comunicative adottate dal presidente USA, l’impressione è che alla maggioranza della stampa mainstream, ma soprattutto a governanti e politici, sfugga la comprensione (e derivanti conseguenze) del profondo cambiamento in corso nell’economia globalizzata. Economia, il cui scopo è e rimane sempre orientato a generare il massimo profitto. Comprensione che va oltre la mera ricerca di soluzione a problemi come quelli provocati dal Covid (che mandò in tilt le “lunghe catene di produzione e distribuzione” generando pesanti ritardi di produzione). Problema poi affrontato diversificando produttori e accorciando le “catene produttive”. Vi è che in sottofondo è rimasto un altro problema centrale: la dipendenza e/o il freno generato dall’esistenza delle leggi dei vari Stati, in cui è dislocata la produzione. Un intralcio soprattutto alla mobilità del capitale, alla sua organizzazione produttiva che si traduce in perdite di profitto.

 

Per sormontare l’ostacolo tecnico legislativo l’Eureka è quella che T. Negri denominò “lex mercatoria”: ovvero l’adozione di un insieme di regole, sancite da accordi commerciali tra privati, che consente di aggirare le legislazioni nazionali; ma al contempo togliendo il conflitto tra le parti dalla competenza del diritto pubblico, affidandolo a decisioni di diritto privato. Ciò toglie intralci burocratici, tuttavia il capitalismo “non può vivere senza forme statali, istituzionali, giuridiche, senza regole – ricorda Negri nella sua intervista pubblicata su area nel 2002 – prima di tutto perché le liti fra i capitalisti sono grandi, e poi perché sono tremendamente grandi i conflitti con gli sfruttati”.

 

Insomma in un modo o nell’altro è d’obbligo che il singolo Stato possa disporre di mezzi per affrontare tutto quanto fissato dalla propria Costituzione, garantendo il funzionamento delle varie Istituzioni e organismi, comprese quelle per l’esecuzione delle decisioni giuridiche e mantenimento dell’ordine. Questione che ai governanti solleva la domanda come e dove trovare i necessari mezzi finanziari, perché differentemente dai singoli cittadini e i loro averi, o quelli di istituzioni finanziarie private, Governo e Paese non possono “emigrare”! 

Trump, miliardario e buon capitalista può fare i conti solo con quelle disponibili nel proprio paese, ciò spiega i suoi “giochetti” con le tasse: stratagemma per rimpolpare le casse federali e “riportare” a casa le aziende dalle uova d’oro. Ovviamente per Trump fedele al suo credo: massima appropriazione privata dei proventi, tassando il lavoro!