giovedì 1 gennaio 2026

BIFORCAZIONE ECOLOGICA PER USCIRE DAL PANTANO

La scelta inevitabile tra la continuità del disastro e un nuovo sistema economico fondato su limiti fisici e giustizia sociale.

La qualità di un sistema socio-economico è valutata in base alla sua capacità di affrontare i problemi reali. Agli storici che valuteranno questo primo quarto del 21esimo secolo non sfuggirà né il peggioramento delle condizioni sociali della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali (in particolare: aumento dei costi, non controbilanciati da adeguamento di salari e pensioni che consentano di soddisfare i bisogni fondamentali) né l’incapacità di approntare un sistema socio-economico senza effetti perniciosi irreversibili a scala umana quali perdita di biodiversità e aumento temperatura terrestre. Due problemi interconnessi, generati dal sistema economico in vigore. Bisogni sociali degli umani da un lato e complessi e noti meccanismi biologici, chimici e fisici soggiacenti a clima e vita biologica, impongono una inderogabile e radicale svolta: approntare un sistema economico che consenta di eliminare suddette ripercussioni e nefaste conseguenze.


Benché sempre negata, o considerata subalterna ad altre priorità, l’emergenza assoluta è la biforcazione ecologica. Ovvero: abbandonare l’uso di risorse energetiche fossili approntando e coordinando azioni a livello mondiale, onde dismettere i sistemi attuali di produzione di merci organizzati con lunghe catene delocalizzate in vari paesi e assumere comportamenti individuali scevri dal consumo di risorse fossili. Concretamente significa: produrre a “km zero” abbandonando sistemi che implicano trasporti a lunga distanza di merce: dall’agricoltura (anche se “bio”), all’industria dell’abbigliamento, alla componentistica. Cambiamenti che comportano evidentemente importanti conseguenze tecnico organizzative, sociali quali il mutamento delle competenze professionali associate.


Imperativi e implicazioni che generano resistenze inficiando la messa in atto. In primis del sistema finanziario le cui priorità sono gli investimenti che producono il massimo profitto. A cui s’aggiunge l’inerzia: anche se le grandi compagnie del settore energetico, sotto pressione pubblica, abbandonassero il fossile, sarebbero immediatamente rimpiazzate da altre meno soggette a suddette  pressioni e localizzate in altri paesi. Infine, come fanno notare Cédric Durand e Razmig Keucheyan : “Più la trasformazione ecologica deve essere effettuata rapidamente, più la pressione dell’aumento sui costi diventa importante, ciò che rende ancora più difficile la mutazione”.
Insomma la biforcazione per stare in piedi necessita di una “seconda gamba”: massicci e rapidi investimenti. E qui cade un’altra tegola: “Il capitalismo non assicurerà il passaggio in modo sufficientemente rapido” come ha anche scritto il Financial time. Da un lato perché imprenditori, gestionari  di fondi non hanno singolarmente la potenza finanziaria sufficiente, ma soprattutto manca loro la capacità di coordinamento. Gli unici attori in grado di farlo sono i governi.

Per uscire dal pantano occorre “decolonizzare” i nostri immaginari economici, affermano Durand e Keucheyan e fare tesoro di studi pregressi. Riguardo al finanziamento pubblico valga la proposta di John Maynard Keynes che in un suo discorso radiofonico alla BBC nel 1942 disse: “Tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Egli intendeva che se un paese dispone delle risorse fisiche e della manodopera necessarie per portare a termine un progetto, i limiti finanziari non costituiscono un ostacolo insormontabile. Keynes riteneva che il “motivo monetario” (o ortodossia finanziaria) non fosse sufficiente per impedire a una società di costruire cosa vuole: ciò che conta è la produzione economica reale.


Publlicato in Area 9.12.2025 

TRUMP, LE TASSE E I PROFITTI DEI PRIVATI

 Si chiude il 2025, 80esimo delle Nazioni Unite, Istituzione voluta anche e soprattutto dai leader europei – segnati da due guerre mondiali – onde comporre conflitti senza l’uso delle armi. Un orrore oggidì “dimenticato” dai governanti odierni, entusiasti sostenitori del “Rearm Europe”, della leva obbligatoria e dell’educazione scolastica alla guerra di nazista memoria.

 

La guerra tra Russia e Ucraina, la cui fine è stata fortemente auspicata da Trump sin dal suo insediamento, ha visto sorgere forti contrasti tra UE e USA sulle priorità da portare al tavolo delle trattative. I tentativi di trovare un accordo evidenziano una profonda divergenza, con infruttuosi batti e ribatti tra presidente USA e omonimi dell’UE e Paesi membri. Paesi che nel passato recente erano sempre stati aderenti alle volontà della Casa Bianca, nonché permissibili agli umori dei suoi vari inquilini. Con Trump l’idillio si è rotto, con governi europei attoniti dal suo atteggiamento disinvolto e al contempo arrogante e sfacciato; che suscita loro irritazione quando è lontano, per poi renderli ligi al suo cospetto.

 

Tuttavia oltre ai problemi generati da stile e modalità comunicative adottate dal presidente USA, l’impressione è che alla maggioranza della stampa mainstream, ma soprattutto a governanti e politici, sfugga la comprensione (e derivanti conseguenze) del profondo cambiamento in corso nell’economia globalizzata. Economia, il cui scopo è e rimane sempre orientato a generare il massimo profitto. Comprensione che va oltre la mera ricerca di soluzione a problemi come quelli provocati dal Covid (che mandò in tilt le “lunghe catene di produzione e distribuzione” generando pesanti ritardi di produzione). Problema poi affrontato diversificando produttori e accorciando le “catene produttive”. Vi è che in sottofondo è rimasto un altro problema centrale: la dipendenza e/o il freno generato dall’esistenza delle leggi dei vari Stati, in cui è dislocata la produzione. Un intralcio soprattutto alla mobilità del capitale, alla sua organizzazione produttiva che si traduce in perdite di profitto.

 

Per sormontare l’ostacolo tecnico legislativo l’Eureka è quella che T. Negri denominò “lex mercatoria”: ovvero l’adozione di un insieme di regole, sancite da accordi commerciali tra privati, che consente di aggirare le legislazioni nazionali; ma al contempo togliendo il conflitto tra le parti dalla competenza del diritto pubblico, affidandolo a decisioni di diritto privato. Ciò toglie intralci burocratici, tuttavia il capitalismo “non può vivere senza forme statali, istituzionali, giuridiche, senza regole – ricorda Negri nella sua intervista pubblicata su area nel 2002 – prima di tutto perché le liti fra i capitalisti sono grandi, e poi perché sono tremendamente grandi i conflitti con gli sfruttati”.

 

Insomma in un modo o nell’altro è d’obbligo che il singolo Stato possa disporre di mezzi per affrontare tutto quanto fissato dalla propria Costituzione, garantendo il funzionamento delle varie Istituzioni e organismi, comprese quelle per l’esecuzione delle decisioni giuridiche e mantenimento dell’ordine. Questione che ai governanti solleva la domanda come e dove trovare i necessari mezzi finanziari, perché differentemente dai singoli cittadini e i loro averi, o quelli di istituzioni finanziarie private, Governo e Paese non possono “emigrare”! 

Trump, miliardario e buon capitalista può fare i conti solo con quelle disponibili nel proprio paese, ciò spiega i suoi “giochetti” con le tasse: stratagemma per rimpolpare le casse federali e “riportare” a casa le aziende dalle uova d’oro. Ovviamente per Trump fedele al suo credo: massima appropriazione privata dei proventi, tassando il lavoro!

giovedì 14 agosto 2025

UN NUOVO LEONE NEL BUIO DEL NEOLIBERISMO

Nel “buio” di civiltà odierno (in cui tutti i Governanti sottoscrivono trattati -da quello riguardante la proibizione di bombardare città disarmate (accordo/convenzione  dell’Aia del 1905, a quelli sul Clima delle Nazioni Unite) una tenue luce di speranza aveva illuminato il Mondo: quella di Papa Bergoglio Francesco, contrario a guerre, a favore dei deboli e della salvaguardia della natura. La designazione di Robert Francis Prevost, le sue prime dichiarazioni da eletto, oltre che la scelta del nome, mantengono acceso il lume.

Intanto il nuovo pontefice non viene dal nulla: alla guida del Dicastero dei Vescovi Prevost affermò che riguardo al cambiamento climatico era “ora di passare dalle parole ai fatti: con l’ambiente ci deve essere un “rapporto di reciprocità”. Lo scorso 29 novembre partecipando ad un seminario a Roma aveva messo in guardia “dalle conseguenze “dannose” dello sviluppo tecnologico, ribadendo l’impegno della Santa Sede per la tutela dell’ambiente e che a risposta doveva «basarsi sulla Dottrina sociale della Chiesa» che fu opera di Leone XIII.

Un riferimento quest’ultimo, che chiarisce la sua scelta del nome. Leone XIII, autore nel 1891 della suddetta Dottrina sociale, denunciò le pesanti ripercussioni sociali generate dal capitalismo industriale, che in pochi decenni aveva radicalmente modificato  il sistema socio-economico portando al “monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile”. 

Sostanzialmente la fase storica attuale ha parecchie analogie con quella dell’800. Ambedue caratterizzate da una rivoluzione radicale, ovvero un cambiamento profondo e  irreversibile dell'ordine esistente. 

Leone XIII colse il disagio, richiamando i singoli Stati ad assumere un ruolo attivo per dirimere i conflitti crescenti tra “capitale e lavoro”. Riconosceva le reali sofferenze e ingiustizie subite dai lavoratori; ponendosi tuttavia in una posizione mediana rispetto ai socialisti(di cui criticava la volontà di abolire la proprietà privata) da lui considera contraria alla legge naturale; e ai liberali (in particolare della corrente laicista, di cui  Leone XIII criticava l’idea di libertà sganciata dalla verità morale e religiosa, la separazione netta tra Stato e Chiesa, nonché  l’autonomia assoluta della ragione. 

A distanza di poco più di un secolo, e dopo una fase di politiche di welfare, avviate a fine dell’800, nonché il susseguirsi di innovazioni tecnologiche importanti, è riaffiorata, diventando endemica, l’emarginazione socio economica, nei paesi, im primis quelli ricchi occidentali.

Lemme lemme il neoliberalismo sta plasmando la società :

  1. favorisce innovazioni tecnologiche a mero interesse economico senza complimenti sociali(vedi la cosiddetta intelligenza artificiale che invade il campo delle competenze cognitive fino a pochi anni orsono di solo e stretta competenza umana, che aumenta l’efficienza, riducendo il fabbisogno di personale umano, creando  ricchezza, che non “gocciola”, arricchendo a dismisura i super ricchi; .
  2. guida la politica degli Stati privilegiando i criteri di massima crescita economica a CT, sminuendo l’importanza delle misure di welfare (in CH: vedi costi casse malati, rendita AVS lontana dal ”coprire adeguatamente il fabbisogno vitale” (art 112 Costituzione Svizzera), idem a livello ambientale; 
  3. considera gli obiettivi ambientali quale possibilità e non condizione necessaria. Consentendo agli stati con la maggior impronta ecologica (tra cui la Svizzera ) di “mascherare” il deficit utilizzando il mercato dei bonus; e chiedere  ottenendolo un rinvio della scadenza per la proibizione dell’uso di risorse fossili (vedi conferenze delle nazioni unite  su clima e biodiversità del 2024)

A differenza della crisi sociale, l’emergenza climatico ambientale odierna e la distruzione di materie prime non sono una questione ideologica. Ambedue impattano indistintamente su tutto e tutti. L’alternativa è una sola: cambiare il sistema socio economico mainstream, altrimenti la 6° estinzione di massa cancellerà dalla terra il sistema biologico a cui apparteniamo.


Publlicato in Area  del 23 maggio 2025 Rubrica *Dietro lo specchio

Il futuro assediato dalla elite

 La storia dell’umanità è costellata da momenti “bui”. Quello attuale è il più grave per  via di problemi e relative possibili conseguenze a breve e lungo termine. I titoli delle News ne evidenziano tre: in primis le due guerre che stanno provocando strazio, oltre che distruzioni di risorse economiche e naturali. Poi l’aumento della disparità sociali, sopratutto nei paesi che si considerano avanzati, Svizzera compresa, ovunque la forchetta di reddito tra base e sommità della piramide si è allungata: super ricchi sempre più ricchi, mentre una parte di classe media sta scivolando” verso il basso, ingrossando quella alla base, facendo sempre più fatica a sbarcare il lunario. Infine, ma non ultimo, il cambiamento climatico palesemente in corso generato dal crescente livello di gas ad effetto serra generati da risorse energetiche fossili che con l’Accordo di Parigi del 2017 i singoli Stati si erano invece impegnati ridurre. Tre eventi indegni a qualsiasi società che si definisce avanzata e progredita.

Mentre le guerre sono erroneamente classate quali “eventi straordinari” di forza maggiore”, che presto a tardi terminano, quando invece sono diventate un elemento centrale dell’economia, con pesanti conseguenze umane psicologiche, oltre che materiali di chi le ha vissute, le due altre questioni -aumento di popolazione con un reddito insufficiente e incipiente disastro climatico- denotano invece inaudito agire di una schiera di politici chiamati a condurre le sorte del proprio Paese. Governanti che antepongono interessi a CT di una minoranza, a quelli, comuni e a LT, dell’insieme della popolazione. Politici e governanti che a mo’ di moderni "pifferai"argomentano che la soluzione a suddetti problemi non può realizzarsi a prescindere dalla crescita economica. Non prima di aver sermonato che il Liberalismo, rappresentato dalla coppia “Capitalismo-Democrazia” è la soluzione vincente, la sola in grado di affrontare e risolvere i problemi dellumanità.


Succede tuttavia che Trump, presidente del Paese considerato faro di democrazia, cancelli la sottoscrizione USA agli accordi sul Clima, con grande esultanza dei settori finanziari (tra cui la “nostra” UBS) felici di poter rilanciare i lucrativi fondi d’investimento. Inoltre, per riuscire nell’intento di riportare a casa parte della produzione all’estero, scelga le manieri “forti” facendosi baffo degli accordi internazionali sul Commercio(vedi dazi sulle importazioni).E succede che nell’Europa UE vi siano Governi entusiasti della proposta della Presidente Von der Leyen che per evitarelaffondamento economico del Titanic Europa” dia smalto alla soluzione di cui le "buone famiglie, a cui ella appartiene, trassero enormi benefici durante il Terzo Reich. Ovvero “il cosiddetto  Keynesismo militare che poggia sull’investimento nella produzione militare per generare salari e potere d’acquisto, rilanciando così l’economia. Dimenticando che ciò implica usare le armi (ovvero guerre) come fece la Germania di Hitler e hanno proseguito a fare gli USA dopo la fine della 2 guerra mondiale dalla guerra in Indocina a quelle del Vietnam su su fino ad Irak, Afghanistan, e dopo lo scoop del NYT anche con Ucraina. 


Evidentemente felicissimi i settori finanziari e varie élite che hanno visto i valori delle loro azioni spiccare il volo; per nulla turbati che la Sovranità popolare -principio cardine della democrazia liberale- sia sostituita dalle decisioni di élite a cui appartengono. 

Lemme lemme assistiamo ad un cambiamento caratterizzato da un trasferimento di sempre più  poteri ad istituzioni non maggioritarie come le corti costituzionali, le banche centrali e la Commissione UE”. Fenomeno che come scrive J. Zielonka, prof Cà Foscari Venezia- “priva gli elettori della possibilità di esprimersi in politica”, con le perniciose derive autoritarie a cui sempre più assistiamo. Ci attendono anni di grande incertezze nonché tensione sociali.I risultati nulla cambiando saranno terribili.



Un Harakiri globale

 Fra  i molti auspici formulati all’avvio del millennio figuravano: pace Guerra Fredda che suscitò il desiderio di un’epoca di pace con la mediazione delle Nazioni Unite; sviluppo sostenibile mediante veloce abbandono delle risorse energetiche fossili, il cui uso genera gas serra, responsabili del costante aumento di temperatura e tutela ambientale adottando misure di conservazione della biodiversità. 

Un quarto di secolo dopo il quadro è cambiato radicalmente, purtroppo in peggio: la guerra impera sia nel centro geografico dell’Europa tra due paesi confinanti (Russia e Ucraina), sia in Medio Oriente. A livello di sviluppo sostenibile e biodiversità gli indicatori ecologici riguardanti acqua, biodiversità , polluzione chimica, qualità della terra e clima sono al rosso scarlatto, mentre la temperatura terrestre e dei mari è in continua ascesa, superando con 25 anni di anticipo il limite massimo di 1,5 C rispetto ai livelli preindustriali, fissato per evitare conseguenze climatiche catastrofiche e irreversibili.

Sebbene la questione ambientale abbia progressivamente occupato uno spazio pubblico, con agenzie e ministeri dei vari paesi sempre più impegnati nella raccolta di dati, e con loro pure moltissime aziende nel convalidare i propri sforzi, le decisioni operative non sono all’altezza dei problemi. Interessi geopolitici e priorità economiche e finanziarie a corto termine conti-nuano a far slittare l’applicazione delle leggi su misureriguardanti l’abbandono delle risorse energetiche fossili, rispettivamente dell’uso di sostanze tossiche elaborate sotto l’egida dell’ONU. 

“La ragione principale dello smacco è e rimane la subalternità delle questioni ambientali alla

necessità di garantire la crescita economica, e quindi ai relativi obiettivi e strumenti”, scrive il sociologo Razmig Keuchean, “la crescita è e rimane il parametro cruciale a

cui Natura e insieme sociale devono accomodarsi”. La crescita è cioè “il Sacro Graal” dello sviluppo. “La difficoltàè strutturale. Essa risulta da tensioni reali tra imperativo

d’accumulazione del capitale e urgenza ecologica”.Significativa al riguardo la posizione dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico raggruppante 38 stati dell’area “occidentale”, fra cui la Svizzera, ma senza Cina, Russia, India, Sudafrica, Brasile). Essa parla di “crescita verde”, ovvero: disporre energiasenza emissione di gas a effetto serra. Ciò che aumenta ambiguità e confusione. Infatti seppur già esistono tecnologie che permettono di assorbire gas serra, a tutt’oggi il disaccoppiamento promesso tra

crescita economica e diminuzione dei gas serra è invisibile. 

L’illusione di poterlo fare è duplice: impossibile eliminare in tempi utili i gas serra ac-

cumulatisi negli ultimi 200 anni nell’atmosfera, e in continuo aumento. Ma anche se lo fosse il ragionamento coccia contro la crassa ignoranza delleleggi fisiche della termodinamica, che spiegano che nessun sistema può trasformare energia senza perdite, e ogni conversione energetica comporta inefficienze e accumulo di calore nel sistema terrestre. ueste regole natu-

rali – non modificabili da volontà politica o interessi economici – rendono illusoria l’idea di una crescita infinita basata su risorse limitate della Terra e sulla violazione degli equilibri climatici.

Il mantenimento di convinzioni basate su comprensioni errate sta mettendo in pericolo gli equilibri planetari e minaccia l’esistenza dell’intero sistema biologico a cui appartiene l’umanità. Ma di ciò i governanti dei paesi avanzati non sembrano aver compreso il significato. Un harakiri globale.


Pubblicato in AREA del 6 giugno 2025- Rubrica *Dietro lo specchio"

domenica 1 dicembre 2024

Una cura per salvare la vita sulla terra

 Il 2024 sta segnando ulteriori record climatici a livello di temperatura (vedi 33 ore consecutive sopra lo zero in vetta al Mt Bianco a 4806 mlm). L’aumento di temperatura, scrive Meteo Suisse- “può essere spiegata unicamente tenendo conto del contributo delle attività umane allaumento delle concentrazioni globali delle emissioni di gas a effetto serra”. In particolare dall’uso di energie fossili (carbone, petrolio) a partire dalla rivoluzione industriale in poi. 

Emissioni che se fossero azzerate oggi, consentirebbero al complesso sistema naturale di riassorbire quelle liberate nell’atmosfera. Ma ci vorrebbero parecchi secoli per ritornare ai valori del preindustriale. L’azzeramento potrebbe invece limitare l’aumento a 4-5 gradi (oltre il doppio da preconizzato dalle conferenze ONU e sottoscritto dai governi).

Incombenza climatica e crescente divario nella distribuzione della ricchezza (il 10%più ricchi detiene oltre 85% del totale mondiale), non sembrano scalfire l’arroganza degli odierni “potenti della terra”: finanzieri e grands patrons dell’economia mondiale e fedeli politici a bordo del nuovo lussuosissimo Titanic. Mentre gli organi di diffusione (giornali, catene televisive) in mano ai primi offrono ampio e acritico spazio.


Il capitalismo uscito dalla crisi Covid mira cinicamente “al sodo”: massima e immediata redditività! Evaporato invece lo spirito di “entusiasta solidarietà” che aleggiava fra la popolazione e che sembrava potesse dar avvio ad una “Nuova era” di maggior equità, rispetto delle persone, della natura e di tuti gli esseri che la compongono! Al contrario: il singolo individuo vive sempre più isolato, le sue interazioni sociali limitate a persone/gruppi animati da stesse preferenze, sostanzialmente solo nell’interazione con l’economia: una relazione sostanzialmente di sudditanza!.

Il capitalismo odierno privilegia la produzione di beni e servizi solvibili, che assicurino massimo reddito a chi finanzia(azionisti e fondi investimento). D’obbligo la massima efficienza e produttività (niente tempi morti, minor costo di produzione) e la produzione di merce che abbia mercato (domanda solvibile): vedi armi, merce di lusso, ma anche a basso prezzo (usa getta e/o bassa qualità). I bisogni reali della maggioranza della popolazione (alloggi qualitativi, sanità, mobilità…) offerti a costi accessibili, non entrano in linea di conto; mentre affrontare l’incombenza climatica rimane un optional.


Che fare? In sostanza urge un cambiamento di paradigma culturale ( ovvero dei valori, principi etici, morali, scientifici e relative teorie) che  consenta alle persone di liberare la mente dal “fagocitamento” del capitalismo e poter  cambiare rotta per evitare  l’iceberg .che farà colare a picco l’intero  sistema biologico che ha dato vita anche a noi esseri umani.


Marco Bersani (Filosofo, socio fondatore di ATTAC Italia, e saggista)nel suo ultimo saggio fresco di stampa propone quello che chiama “paradigma “della cura”. 

Cura di sé, dellaltra, dellaltro, del vivente, del pianeta. Ovvero: dellinsieme degli elementi che compongono  e influenzano il funzionamento del sistema Terra su cui può essere riorganizzata la società futura. Bersani indica due condizioni (che chiama Rivoluzioni culturali)per riuscire nell’intento: Liberismo, 

1) rovesciare la cosmogonia” della narrazione liberista”, rimettendo al centro che a)“la natura è luniverso dentro il quale tutto accade; e la società deve essere il luogo dove le persone decidono come organizzare la vita comune”. b)leconomia sia “luogo dentro il quale la società determina come produrre e scambiarsi beni e servizi”.

2) rovesciare lideologia liberista (che esalta lautonomia dellindividuo: indipendente ed solo artefice del proprio destino) ripristinando la funzione primaria della società. 

Perché-come già indicò Vykoskij (psicologo e pedagogista sovietico 1896-1934)- levoluzione e sviluppo delle facoltà  di qualsiasi essere umano è strettamente legata alla dimensione sociale in cui nasce ed evolve.


Pubblicato in Area N°7, 13 settembre 2024,

La finanza ai piani alti del nuovo Titanic

 Tra il 2020 e il 2023 -secondo il rapporto OXfam 2024-i dividendi distribuiti agli azionisti dalle 1.200 società a maggiore capitalizzazione al mondo sono cresciuti, in termini reali, 14 volte in più  della retribuzione media dei lavoratori di 31 Paesi che insieme rappresentano 81% del PIL globale. Nello stesso periodo -“tenuto conto dellinflazione, le buste paga dei dipendenti del settore privato si sono contratte quasi del 13%, mentre i super ricchi sono aumentati numericamente”. Insomma povertà dilagante con disuguaglianze abissali e crescenti ovunque, anche in quelli occidentali, fra cui la nostra Elvezia dove risiedono 11 gruppi classificati da Fortune tra le 500 più grandi compagnie mondiali.

L’economia capitalista ha un “motore tricilindrico PRU”. Dove P sta per produzione di ricchezza (prodotti e servizi destinati al mercato), R sta per ridistribuzione dei ricavi della vendita (azionisti e lavoratori), U sta per uso della ricchezza (consumi, tasse, risparmio).

Dalla rivoluzione industriale in poi, il motore è diventato sempre più raffinato e  con le innovazioni scientifiche e tecnologiche nonché dellorganizzazione del lavoro raggiungendo performance crescenti(produttività e benefici. Tuttavia, conformemente allo spirito del capitalismo, non uguale ripartizione della “torta” dei benefici tra azionisti e lavoratori.


Digitalizzazione e telematica hanno reso possibile la globalizzazione dell’economia, consentendo di produrre in aree geografiche lontane, ma favorevoli: manodopera a gogo, minor costi salariali e vincoli legislativi, oltre che azzerare i tempi morti grazie al fuso orario. La nuova divisione del lavoro ha messo in concorrenza l’economia dei paesi avanzati con quella del sud emergente. Risultato: il capitale (mobile e senza bandiera) ha accresciuto gli utili, mentre i lavoratori delle aziende nondelocalizzate” del nord, sono rimasti “al palo” a livello di reddito reale; pur mantenendo il potere d’acquisto giovando di beni prodotti nei paesi emergenti con salari e costi di produzione inferiori.


Sotto la calma, apparente, covava il “crack  subprime” del 2008 che colpì grosse banche e importanti istituzioni finanziarie facendo venire a galla il gigantesco ammanco di riserve dei vari attori del settore; la causa fu l’adozione di asset innovativi che includono meccanismi per la gestione del rischio, la speculazione e la creazione di valore.(i più noti allora: Derivati, Cartolarizzazione, Hedge Funds, ecc.) Strumenti poco conosciuti e/o non contemplati dalla teoria economica. Un“FarWest del 21 secolo” caratterizzato da totale assenza di regolamentazione e controllo. Pratica poi nominata “finanziarizzazione dell’economia”(fenomeno mediante il quale mercati, istituzioni, nonché élite finanziarie, influenzano le decisioni economiche, spostandole dal settore produttivo). 


L’intelligenza artificiale(ovvero la capacità di svolgere operazioni mentali (scrittura, lettura,, analisi, traduzione, calcoli, ecc.) ad una velocità irraggiungibile per l’insieme degli umani ha consentito di realizzare un nuovo motore economico ancora più performante che offre ulteriori e succose opportunità alla finanziarizzazione. Opportunità accolte con grandi brindisi dai big della finanza, accompagnati da fedeli “star” della politica, ai piani alti del nuovo e lussuosissimo Titanic, disinteressati e comunque certi di cavarsela dall’impatto con l’iceberg del cambiamento climatico.


Pubblicato in AREA, N°6, 21 giugno 2024