Ferruccio D'Ambrogio blog
Ferruccio D'Ambrogio Dipl IHEID/ IUED - Genève, Campi d'attività: Saggista e consulente su problematiche di sviluppo socio-economico
giovedì 17 settembre 2026
Quello che cambia e le scelte che contano
venerdì 3 luglio 2026
IA e l'rresponsabile silenzio dei governanti
mercoledì 1 luglio 2026
È già iniziato il futuro senza lavoratori
venerdì 19 giugno 2026
L’INNOVAZIONE DISTRUGGE MA CREA LAVORO? NON PIÙ!
venerdì 17 aprile 2026
I risvolti dell’exploit cinese
La Cina è assurta in pochi decenni a potenza economica:a livello Prodotto interno lordo (PIL) seconda solo agli USA, e primo nel gruppo dei BRICS.
Tale exploit è marcato da un evento passato in secondo piano, tuttavia rilevante. Il
riconoscimento politico della Cina voluto nel 1964 dal presidente francese De Gaulle,
primo paese occidentale a stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare
Cinese (RPC), allora guidata da Mao Zedong.
A quell’epoca la Cina aveva urgenza di realizzare e potenziare le vie di comunicazione:
occorrevano strumenti, in particolare: autocarri, ma non disponeva né tecnologia né
strutture. La Francia invece aveva un atout: autocarri di ogni tipo concepiti e
fabbricati da Berliet (nome del proprietario dell’omonima fabbrica che ebbe un ruolo
fondamentale).
La visita di una delegazione condotta dal vice-primo ministro Cinese alle fabbriche
Berliet, la possibilità data ai Cinesi di testare sul proprio territorio gli autocarri
francesi, convinse il governo cinese portandolo a negoziare con Francia e Berliet la
fabbricazione in proprio.
Ne scaturì un accordo per la produzione di autocarri in Cina mediante una società mista
a maggioranza cinese. La concretizzazione si svolse in 3 fasi principali: 1)formazione
al montaggio del personale cinese in Francia e allestimento della fabbrica per il
montaggio in Cina; 2) montaggio in loco degli autocarri e al contempo formazione di
personale tecnici e operai, nonché allestimento di strutture produttive dei singoli
pezzi; 3) produzione totalmente cinese.
Insomma un esempio di cooperazione che tramite il trasferimento di know-how consente
autonomia, sostituzione delle importazioni.
L‘esperienza Berliet diventò per la Cina il “modello da seguire” con i partner
occidentali. Negli accordi industriali successivi, il governo cinese avrebbe sempre
detenuto la maggioranza del capitale (51% o più), sempre vincolando il partner all
contributo tecnologico e formativo.
Nel 2001 1’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) comportò
l’adozione di riforme (liberalizzazioni del mercato, leggi più permissive riguardo la
regolamentazione del lavoro, ecc.). Riforme che hanno avuto conseguenze a doppio taglio:
positive: forte aumento degli investimenti esteri in tutti i settori chiave: dal
tessile, alla micro-meccanica e elettronica, ecc.(le multinazionali USA in primis Apple,
Microsoft) dando impulso all’esportazione e conseguente aumento del PIL, che si traduce
in ricchezza da poter distribuire tra azionisti e lavoratori. In Cina a vantaggio di
addetti di aziende localizzate massimamente attorno alle grandi città, facendo aumentare
la classe media ivi residente, il cui potere d’acquisto sprona le attività interne,
rafforzando l’economia del paese.
Ma anche conseguenze negative: acuizione delle differenze socio-economiche (tra classe
media delle grandi città e resto della popolazione, residenti nelle zone rurali e/o
attive nei settori tradizionali, facendo riaffiorare le proteste (quelle tragiche di
piazza Tienanmen nel 1989 rimangono vivide).
L’ exploit cinese realizzato in meno di 50 anni, frutto di compromessi, ha saputo far
coesistere due attori principali: il settore pubblico (inizialmente maggioritario) e
quello privato (sempre più importante).
Il futuro della Cina è condizionato dalla soluzione di 2 questioni : a)Economia: povera
di risorse naturali, a dipendenza al commercio estero b) Sociale: aumento di
disuguaglianze (tra citta e campagna e all’interno delle città).
La determinazione della Dirigenza cinese nel promuovere relazioni di cooperazione
economica basati sulla reciprocità (vedi BRiCS) o costruzione di infrastrutture
ferroviarie (vedi linee ferroviarie in Africa) mostra che la Dirigenza cinese ha
“chiarezza d’intenti”.
Chiarezza che per la soluzione alle questioni sociali è tutt’ora latitante! "Non temere
di andare lentamente, temi solo di fermarti” recita un proverbio cinese: non ci resta che
attendere!
giovedì 1 gennaio 2026
BIFORCAZIONE ECOLOGICA PER USCIRE DAL PANTANO
La scelta inevitabile tra la continuità del disastro e un nuovo sistema economico fondato su limiti fisici e giustizia sociale.
La qualità di un sistema socio-economico è valutata in base alla sua capacità di affrontare i problemi reali. Agli storici che valuteranno questo primo quarto del 21esimo secolo non sfuggirà né il peggioramento delle condizioni sociali della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali (in particolare: aumento dei costi, non controbilanciati da adeguamento di salari e pensioni che consentano di soddisfare i bisogni fondamentali) né l’incapacità di approntare un sistema socio-economico senza effetti perniciosi irreversibili a scala umana quali perdita di biodiversità e aumento temperatura terrestre. Due problemi interconnessi, generati dal sistema economico in vigore. Bisogni sociali degli umani da un lato e complessi e noti meccanismi biologici, chimici e fisici soggiacenti a clima e vita biologica, impongono una inderogabile e radicale svolta: approntare un sistema economico che consenta di eliminare suddette ripercussioni e nefaste conseguenze.
Benché sempre negata, o considerata subalterna ad altre priorità, l’emergenza assoluta è la biforcazione ecologica. Ovvero: abbandonare l’uso di risorse energetiche fossili approntando e coordinando azioni a livello mondiale, onde dismettere i sistemi attuali di produzione di merci organizzati con lunghe catene delocalizzate in vari paesi e assumere comportamenti individuali scevri dal consumo di risorse fossili. Concretamente significa: produrre a “km zero” abbandonando sistemi che implicano trasporti a lunga distanza di merce: dall’agricoltura (anche se “bio”), all’industria dell’abbigliamento, alla componentistica. Cambiamenti che comportano evidentemente importanti conseguenze tecnico organizzative, sociali quali il mutamento delle competenze professionali associate.
Imperativi e implicazioni che generano resistenze inficiando la messa in atto. In primis del sistema finanziario le cui priorità sono gli investimenti che producono il massimo profitto. A cui s’aggiunge l’inerzia: anche se le grandi compagnie del settore energetico, sotto pressione pubblica, abbandonassero il fossile, sarebbero immediatamente rimpiazzate da altre meno soggette a suddette pressioni e localizzate in altri paesi. Infine, come fanno notare Cédric Durand e Razmig Keucheyan : “Più la trasformazione ecologica deve essere effettuata rapidamente, più la pressione dell’aumento sui costi diventa importante, ciò che rende ancora più difficile la mutazione”.
Insomma la biforcazione per stare in piedi necessita di una “seconda gamba”: massicci e rapidi investimenti. E qui cade un’altra tegola: “Il capitalismo non assicurerà il passaggio in modo sufficientemente rapido” come ha anche scritto il Financial time. Da un lato perché imprenditori, gestionari di fondi non hanno singolarmente la potenza finanziaria sufficiente, ma soprattutto manca loro la capacità di coordinamento. Gli unici attori in grado di farlo sono i governi.
Per uscire dal pantano occorre “decolonizzare” i nostri immaginari economici, affermano Durand e Keucheyan e fare tesoro di studi pregressi. Riguardo al finanziamento pubblico valga la proposta di John Maynard Keynes che in un suo discorso radiofonico alla BBC nel 1942 disse: “Tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Egli intendeva che se un paese dispone delle risorse fisiche e della manodopera necessarie per portare a termine un progetto, i limiti finanziari non costituiscono un ostacolo insormontabile. Keynes riteneva che il “motivo monetario” (o ortodossia finanziaria) non fosse sufficiente per impedire a una società di costruire cosa vuole: ciò che conta è la produzione economica reale.
Publlicato in Area 9.12.2025
TRUMP, LE TASSE E I PROFITTI DEI PRIVATI
Si chiude il 2025, 80esimo delle Nazioni Unite, Istituzione voluta anche e soprattutto dai leader europei – segnati da due guerre mondiali – onde comporre conflitti senza l’uso delle armi. Un orrore oggidì “dimenticato” dai governanti odierni, entusiasti sostenitori del “Rearm Europe”, della leva obbligatoria e dell’educazione scolastica alla guerra di nazista memoria.
La guerra tra Russia e Ucraina, la cui fine è stata fortemente auspicata da Trump sin dal suo insediamento, ha visto sorgere forti contrasti tra UE e USA sulle priorità da portare al tavolo delle trattative. I tentativi di trovare un accordo evidenziano una profonda divergenza, con infruttuosi batti e ribatti tra presidente USA e omonimi dell’UE e Paesi membri. Paesi che nel passato recente erano sempre stati aderenti alle volontà della Casa Bianca, nonché permissibili agli umori dei suoi vari inquilini. Con Trump l’idillio si è rotto, con governi europei attoniti dal suo atteggiamento disinvolto e al contempo arrogante e sfacciato; che suscita loro irritazione quando è lontano, per poi renderli ligi al suo cospetto.
Tuttavia oltre ai problemi generati da stile e modalità comunicative adottate dal presidente USA, l’impressione è che alla maggioranza della stampa mainstream, ma soprattutto a governanti e politici, sfugga la comprensione (e derivanti conseguenze) del profondo cambiamento in corso nell’economia globalizzata. Economia, il cui scopo è e rimane sempre orientato a generare il massimo profitto. Comprensione che va oltre la mera ricerca di soluzione a problemi come quelli provocati dal Covid (che mandò in tilt le “lunghe catene di produzione e distribuzione” generando pesanti ritardi di produzione). Problema poi affrontato diversificando produttori e accorciando le “catene produttive”. Vi è che in sottofondo è rimasto un altro problema centrale: la dipendenza e/o il freno generato dall’esistenza delle leggi dei vari Stati, in cui è dislocata la produzione. Un intralcio soprattutto alla mobilità del capitale, alla sua organizzazione produttiva che si traduce in perdite di profitto.
Per sormontare l’ostacolo tecnico legislativo l’Eureka è quella che T. Negri denominò “lex mercatoria”: ovvero l’adozione di un insieme di regole, sancite da accordi commerciali tra privati, che consente di aggirare le legislazioni nazionali; ma al contempo togliendo il conflitto tra le parti dalla competenza del diritto pubblico, affidandolo a decisioni di diritto privato. Ciò toglie intralci burocratici, tuttavia il capitalismo “non può vivere senza forme statali, istituzionali, giuridiche, senza regole – ricorda Negri nella sua intervista pubblicata su area nel 2002 – prima di tutto perché le liti fra i capitalisti sono grandi, e poi perché sono tremendamente grandi i conflitti con gli sfruttati”.
Insomma in un modo o nell’altro è d’obbligo che il singolo Stato possa disporre di mezzi per affrontare tutto quanto fissato dalla propria Costituzione, garantendo il funzionamento delle varie Istituzioni e organismi, comprese quelle per l’esecuzione delle decisioni giuridiche e mantenimento dell’ordine. Questione che ai governanti solleva la domanda come e dove trovare i necessari mezzi finanziari, perché differentemente dai singoli cittadini e i loro averi, o quelli di istituzioni finanziarie private, Governo e Paese non possono “emigrare”!
Trump, miliardario e buon capitalista può fare i conti solo con quelle disponibili nel proprio paese, ciò spiega i suoi “giochetti” con le tasse: stratagemma per rimpolpare le casse federali e “riportare” a casa le aziende dalle uova d’oro. Ovviamente per Trump fedele al suo credo: massima appropriazione privata dei proventi, tassando il lavoro!