La scelta inevitabile tra la continuità del disastro e un nuovo sistema economico fondato su limiti fisici e giustizia sociale.
La qualità di un sistema socio-economico è valutata in base alla sua capacità di affrontare i problemi reali. Agli storici che valuteranno questo primo quarto del 21esimo secolo non sfuggirà né il peggioramento delle condizioni sociali della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali (in particolare: aumento dei costi, non controbilanciati da adeguamento di salari e pensioni che consentano di soddisfare i bisogni fondamentali) né l’incapacità di approntare un sistema socio-economico senza effetti perniciosi irreversibili a scala umana quali perdita di biodiversità e aumento temperatura terrestre. Due problemi interconnessi, generati dal sistema economico in vigore. Bisogni sociali degli umani da un lato e complessi e noti meccanismi biologici, chimici e fisici soggiacenti a clima e vita biologica, impongono una inderogabile e radicale svolta: approntare un sistema economico che consenta di eliminare suddette ripercussioni e nefaste conseguenze.
Benché sempre negata, o considerata subalterna ad altre priorità, l’emergenza assoluta è la biforcazione ecologica. Ovvero: abbandonare l’uso di risorse energetiche fossili approntando e coordinando azioni a livello mondiale, onde dismettere i sistemi attuali di produzione di merci organizzati con lunghe catene delocalizzate in vari paesi e assumere comportamenti individuali scevri dal consumo di risorse fossili. Concretamente significa: produrre a “km zero” abbandonando sistemi che implicano trasporti a lunga distanza di merce: dall’agricoltura (anche se “bio”), all’industria dell’abbigliamento, alla componentistica. Cambiamenti che comportano evidentemente importanti conseguenze tecnico organizzative, sociali quali il mutamento delle competenze professionali associate.
Imperativi e implicazioni che generano resistenze inficiando la messa in atto. In primis del sistema finanziario le cui priorità sono gli investimenti che producono il massimo profitto. A cui s’aggiunge l’inerzia: anche se le grandi compagnie del settore energetico, sotto pressione pubblica, abbandonassero il fossile, sarebbero immediatamente rimpiazzate da altre meno soggette a suddette pressioni e localizzate in altri paesi. Infine, come fanno notare Cédric Durand e Razmig Keucheyan : “Più la trasformazione ecologica deve essere effettuata rapidamente, più la pressione dell’aumento sui costi diventa importante, ciò che rende ancora più difficile la mutazione”.
Insomma la biforcazione per stare in piedi necessita di una “seconda gamba”: massicci e rapidi investimenti. E qui cade un’altra tegola: “Il capitalismo non assicurerà il passaggio in modo sufficientemente rapido” come ha anche scritto il Financial time. Da un lato perché imprenditori, gestionari di fondi non hanno singolarmente la potenza finanziaria sufficiente, ma soprattutto manca loro la capacità di coordinamento. Gli unici attori in grado di farlo sono i governi.
Per uscire dal pantano occorre “decolonizzare” i nostri immaginari economici, affermano Durand e Keucheyan e fare tesoro di studi pregressi. Riguardo al finanziamento pubblico valga la proposta di John Maynard Keynes che in un suo discorso radiofonico alla BBC nel 1942 disse: “Tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Egli intendeva che se un paese dispone delle risorse fisiche e della manodopera necessarie per portare a termine un progetto, i limiti finanziari non costituiscono un ostacolo insormontabile. Keynes riteneva che il “motivo monetario” (o ortodossia finanziaria) non fosse sufficiente per impedire a una società di costruire cosa vuole: ciò che conta è la produzione economica reale.
Publlicato in Area 9.12.2025