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mercoledì 5 giugno 2024

La coerenza degli studenti contro la barbarie


L’aggressione di Israele alla striscia di Gaza in corso da oltre 8 mesi ha suscitato, e sta tuttora suscitando, la reazione di condanna in numerosi atenei americani, europei e pure svizzeri. Nell’editoriale del 21 maggio “Lettera aperta agli studenti” il Direttore di Azione Silini entra nel merito: “La vostra azione dà un senso positivo al sentimento dellindignazione, che oggi viene usato quasi esclusivamente contro minoranze indifese e non a favore di cause nobili”. Non prima di aver puntualizzato che “avete scelto di protestare mettendo al primo posto la solidarietà con le vittime dellingiustizia e non le vostre carriere accademiche. Ci vuole coraggio, servono chiare gerarchie di valore. Alla faccia di chi dipinge i giovani come fatui seguaci del successo economico, dei selfie e della vacuità narcisistica dei social”.

Silini però vuole capire: “come mai-scrive-la molla della vostra protesta sia scattata sulla guerra a Gaza e non su quella in Ucraina, un conflitto che ci minaccia più dellinstabilità medio-orientale. La Russia di Putin ha commesso innumerevoli violazioni del diritto internazionale umanitario, o sbaglio? Come, allargando il raggio dei soprusi su larga scala: lo Yemen degli houthi, la Siria di Assad, lAfghanistan dei talebani, il Myanmar dei generali, il Messico delle mattanze, la Cina che fa tiro a segno su-gli uiguri, o lIran che massacra le ragazze a capo scoperto. E i tanti altri Paesi spariti dal radar della sensibilità mainstream: il Burkina Faso, il Camerun, la Repubblica centroafricana, la Repubblica Democratica del Congo, lEtiopia, la Libia, il Mali, il Niger, la Nigeria, la Somalia, il Sud Sudan, il Pakistan… e fermiamoci qui.” Per poi concludere “Zero parole, zero aule occupate per le vittime innocenti di questi Paesi?”


La domanda di Silini è pertinente, non esprime giudizio, al contrario è interlocutoria. Condizione questa necessaria per andare oltre il “muro” che impedisce il confronto dialettico, necessario quando vi sono posizioni, comportamenti divergenti, che creano qualsiasi tipo di disagio, quindi potenzialmente conflittuali. La differenza di saperi, di opinioni, il dissenso è una ricchezza incommensurabile, di cui non sempre abbiamo coscienza. A livello scientifico la differenza di opinione è parte costitutiva dell’azione onde favorire il progredire della conoscenza. A livello politico-sociale(ovvero concernente la relazione e le decisioni tra persone e/o gruppi di persone) le differenze sono addirittura l’energia essenziale, a condizione di valorizzarle. Per farlo occorre “antinomia” (principio fondamentale in una democrazia) ovvero: volontà e disponibilità al confronto e alla contrapposizione di argomentazioni su pareri divergenti. Condizione oggidì tutt’altro che realizzata! Anzi dilaga e si è rafforzato l’agire autoreferenziale: considerare solo idee e propositi che convalidano la propria convinzione (personale e/o del gruppo di riferimento) rifiutando la sua messa in discussione. Terreno propizio a dissensi e/o incomprensioni che portano a “schieramenti chiusi” incapaci di ascoltare e/o di accettare che possa esistere un parere diverso, negandone l’esistenza. Preludio di possibili conflitti armati con ferite aperte che richiederanno tempo e determinazione per essere rimarginate(come il dopo regime di apartheid in Sud Africa (1948- 1994) con la riconciliazione tra De Klerk e Mandela, risolta superando i rancori (dolorosi, tanti e durati decenni!) grazie al movimento condotto da Mandela che evitò la vendetta o lo spiccio giustizialismo.Una volontà ed unesperienza rarissima, che merita attenzione soprattutto per affrontare il dopo” dei conflitti armati attualmente in corso 


Per rispondere alla domanda perché la molla è scattata con Gaza e non prima, posta da Silini ritengo sia necessario allargare il quadro storico di riferimento. V’è un evento che può aiutare a comprendere: la guerra nel Vietnam terminata 50 anni orsono. Una lunga guerra che purtroppo solo gli over 65 allora studenti, come il sottoscritto, possono ricordare, che vide il massiccio intervento militare degli USA, tra il 1965 e 1975, per mare, cielo e terra (nel 1968 il corpo di spedizione USA raggiunse 500 mila uomini). Quanto avvenne in Vietnam, ha elementi in comune con quanto è accaduto e sta accadendo nella striscia di Gaza: a)la strategia militare che consiste nella sistematica distruzione con bombardamenti aerei di tutte le strutture civili (ospedali, scuole, stabili, infrastrutture); b)l’uso di armi micidiali: in Vietnam il napalm (la fotografia raccapricciante della bimba nuda che fugge piangendo con la pelle a brandelli fece il giro del mondo diventando il simbolo dellorrore della guerra) e luso dell’”Agent Orange” il micidiale defogliante irrorato sul territorio; a Gaza l’uso di proiettili ad uranio impoverito la cui esplosione diffonde polvere che rimane nell’ambiente e che se respirata, indipendentemente dalle sue proprietà radioattive, può causare tumori mortali a reni, pancreas, stomaco, intestino e tiroide.


A mio parere gli studenti Americani “contestatori, come gli omologhi europei e svizzeri (ovvero quei giovani che hanno avuto la “fortuna” di crescere e ricevere un’educazione in paesi retti da una costituzione democratica) sono decisamente “con i piedi per terra”. Ciò deriva dal fatto che quali studenti sono particolarmente sollecitati ad osservare, analizzare la realtà di quanto avviene nella disciplina di studio scelta, applicando e ampliando conoscenze nel solco di principi e nozioni fondamentali. Ciò che li porta ad essere attenti e rigorosi nel cogliere limiti, manchevolezze, contraddizioni nelle teorie specifiche. Inoltre l’università è anche un luogo propizio allo scambio tra discipline e persone, ciò aumenta la  possibilità di accrescere ed allargare il ventaglio delle conoscenze ma anche la consapevolezza della complessità.

Una serie di elementi che ritengo abbiano portato molti studenti di vari atenei ad evidenziare le contraddizioni “tra il cosiddetto “dire e fare ”dei governanti nel caso della guerra condotta da Israele contro la striscia di Gaza, e a metterne a nudo le incoerenze, denunciando e/o contestando aspramente i propri governi rei secondo loro di scelte in contraddizione con i principi  costituzionali e i trattati sottoscritti dal proprio paese. I “2 pesi, 2 misure” di USA, UE ed altri paesi occidentali rispetto ai due conflitti in corso, ovvero: d’un lato condanna totale della Russia con relative sanzioni economiche coercitive, e d’altro lato sostegno incondizionato a Israele (sia militare senza il quale Israele non potrebbe proseguire la sua azione, sia politico con il rifiuto di condanna da parte dell'ONU) unilaterali, appaiono contraddittori inspiegabili e quindi inaccettabili per quei giovani che credono ai principi della democrazia, di non ingerenza e autonomia degli singoli stati quale condizione per un mondo migliore declamati nelle costituzioni dei propri Paesi. Gli studenti contestatori chiedono sostanzialmente e nient’altro che coerenza tra principi fondamentali (costituzione) e decisioni del proprio governo. Segno di grande lucidità e chiarezza. E allora reputo che le contestazioni negli atenei vadano prese come un risveglio dello spirito critico, assopito o andato perso, piuttosto che fastidio e inutile disordine. D’altronde le loro contestazioni non sono un’eccezione anzi. I giovani che protestano negli atenei sono una componente che confluisce con quella più ampia di moltissimi altri giovani che -come scrive Rumiz nel suo ultimo saggio- a centinaia di migliaia hanno protestato a Berlino cantando “wir sind die Brandmauer” e in Polonia si sono riattivati “stufi di scappare altrove” e impossibilitati di prefigurarsi un futuro! 


PS:Quanto alle modalità applicate dagli studenti (sit-in, occupazione di spazi negli atenei ecc) che impedirebbero il normale funzionamento credo che sia la solita argomentazione di coloro che non sanno e/o non vogliono cogliere le ragioni dell’azione.Comunque: i blocchi operativi generati da suddetti sit-in sono nulla a confronto di impedimenti operativi generati da pandemie (che comunque docenti e studenti hanno dimostrato di saper affrontare degnamente) o catastrofi naturali.


nota 1  I trattati  internazionali In particolare le Convenzioni di pace dellAja  (1899 -e  1907) sono  vincolanti per il signatario .(fra cui  i USA; Russia, Svizzera)  precisano che è::  proibito: far uso di veleni o di armi avvelenate; i dichiarare che non sarà dato quartiere;(art 23) …E proibito di attaccare o bombardare città, villaggi, abitazioni o fabbricati che non siano difesi.(art 25) ; Negli assedi e nei bombardamenti si dovranno prendere tutte le misure necessarie al fine di risparmiare, per quanto è possibile, gli edifici dedicati al culto, alle arti, alle scienze e alla beneficenza, gli ospedali e i luoghi di ricovero dei malati e feriti, a condizione che non siano adoperati in pari tempo a uno scopo militare.( art 27) 


nota 2  ONA Osservatorio Nazionale Amianto e altri esposti cancerogeni,, v(Accertato ufficialmente  su popolazione e militari Italiani e tedeschi quale conseguenza dei bombardamenti di aerei NATO su territori dell’ex Jugoslavia avvenuti nel 1999)



Pubblkicato in NAUFRAGHI - 12.6.2024 


lunedì 10 gennaio 2022

Di "uno per tutti , tutti per uno" e liberalismo

“Mai come oggi il comportamento individuale può determinare la vita degli altri, e viceversa- scrive il  presidente del GC N.Pini ne La Regione del 3 gennaio-  e ancora:“per non arrendersi a una società che tende a disgregarsi, a dividersi, a individualizzarsi è più che mai attuale il motto ‘Uno per tutti, tutti per uno’… nei nostri dialoghi, nelle nostre scelte e nelle nostre azioni, per un 2022 di libertà individuale e collettiva”.
Condivido sulla necessità di agire uniti per affrontare e risolvere i problemi.
Tuttavia vi è che l’agire di una persona non dipende solo dalla sua volontà e/o capacità, ma anche dalla sua possibilità di farlo in modo sostenibile. Infermieri, medici, addetti  al pronto soccorso sul fronte da 2 anni hanno dato tutto in modo encomiabile, ma ora sono allo stremo psico- fisico. Meno visibile ma altrettanto drammatica sta diventando il quotidiano di piccole realtà economiche: artigiani, ristoranti, negozi costretti a mettere mano ai risparmi, indebitarsi per continuare, oppure chiudere, come molti stanno facendo o faranno. Idem per i lavoratori in crescente difficoltà nel reperire un lavoro duraturo e/o remunerato almeno per tirare a fine mese.
Omicron, ultima variante di Coronavirus, obbligando migliaia di individui a tapparsi in casa, sta  ulteriormente appesantendo la situazione, soprattutto per  quelle famiglie (la maggioranza) costrette di condividere spazi ristretti ( vedasi 3-4 persone, adulti, bimbi, giovani e/o anziani in meno di 80mq, con un solo servizio in un immobile di città) condizioni che generano dinamiche perniciose; mentre altre (la minoranza) che possono disporre di maggior agio sia di locali, sia di spazio interno e/o esterno (giardino e magari la residenza secondaria). Insomma la realtà quotidiana di molti degli “uno” sta diventando- per molti lo è già- drammaticamente difficile e stressante; ai problemi di salute (long covid), si aggiungono quelli di accedere ad un lavoro qualificante, avere un reddito sufficiente per soddisfare i bisogni primari, condizioni di lavoro, nonché alloggi e ambienti salubri.
Una disparità socio economica accresciuta in modo strisciante negli anni, che la pandemia ha proiettato in primo piano, mostrandoci i limiti del liberalismo e della coppia “democrazia e capitalismo”.

L’ennesima ondata di Coronavirus - e non è finita- sta scompigliando le carte, obbligando nuovamente  gli stati  ad intervenire (indebitandosi)  per garantire la sopravvivenza nazionale, mettendo a nudo, per usare le parole di Jan Zielonka (prof presso Uni Cà Foscari-Venezia, nonché discepolo di Ralph Dahrendorf che fu tra l’altro Patrone dell’Internazionale liberale) “la vera portata dell'insensata trascuratezza neoliberale: tre decenni di forte crescita del settore privato a spese del settore pubblico” (leggi smantellamento di attività e/o trasferimento di compiti). I profitti sono stati di norma privatizzati mentre lo Stato si è fatto carico dei rischi.”
Il ruolo dello stato, del settore pubblico sta ridiventando centrale. Tuttavia, malgrado le spinte sovraniste, è impensabile, per via delle dipendenze reciproche, un ritorno alle autonomie degli stati nazionali. Come impensabile il ricorso ad uno stato totalitario. Per Zielonka la soluzione sta nel realizzare “un settore pubblico capace di operare a diversi livelli territoriali, all’interno di una rete complessa”. Per attuarlo vanno restituiti al sovrano (i cittadini ) quei poteri“a cui gli stessi liberali -come denunciò aspramente Dahrendorf- hanno tolto, devolvendoli sempre a istituzioni non maggioritarie come le corti costituzionali, le banche centrali e la Commissione europea”. Senza tale condizioni la via liberale “Il tutti per uno, uno per tutti “ è illusione o mera retorica.


7 gennaio 2022

Pubblicato in La Regione , 10 gennaio 2022


giovedì 21 ottobre 2021

Emergenza climatica e democrazia

 L’incombenza climatica tanto annunciata, quanto negata, ha bussato all’uscio dell’umanità, facendole “assaggiare” alcuni “cocktail” dall’effetto  devastante. Conosciamo (da anni) le cause. L’aumento vertiginoso del CO₂ nell’atmosfera è provocato dalle attività umane, in massima parte mediante combustione di risorse energetiche fossili: carbone, petrolio e gas, prelevati dal sottosuolo. In poco più di 200 anni abbiamo rimesso nell’atmosfera il carbonio che la natura aveva impiegato milioni per fissarlo in dette risorse nel sottosuolo.  

Sappiamo anche da anni cosa dovremmo fare, e disponiamo anche di un paradigma di sviluppo sostenibile e duraturo, per garantire equilibrio tra effetti di produzione e consumi, e soddisfare i bisogni fondamentali di tutti gli esseri  umani e nel contempo non superare i limiti ecologici-ambientali.
Sappiamo anche che per affrontare l’emergenza climatica dobbiamo reagire rapidamente, con azioni concertate e coordinate a livello mondiale. Basarci unicamente su disponibilità o responsabilità di governi e/o cittadini come finora attuato anche nei paesi a democrazia rappresentativa ci porterà dritti al baratro. Per evitare di intraprendere la via autoritaria è utile prendere spunto da quanto le scienze sociali e politiche ci offrono.  

La teoria e la prassi per affrontare problemi indicano due approcci fondamentali: a) Top-Down (dall’alto verso il basso): i responsabili della conduzione affidandosi a esperti, decidono obiettivi, modalità, emanano regolamenti, ne sorvegliano l’esecuzione. b) Bottom-Up (dal basso verso l’alto) tutte le persone implicate sono coinvolte nella discussione su cosa fa problema, e con l’aiuto di esperti, implicati anche nella ricerca di possibili soluzioni e modalità d’applicazione.

Trasferito alla società, il primo approccio funziona ottimamente per azioni di intervento immediato, di salvaguardia e di corta durata: pompieri, protezione civile, polizia e militari. Il secondo per tutte le situazioni che devono portare a un cambiamento importante, duraturo nel tempo.
La teoria sulla dinamica dei gruppi di lavoro evidenzia che la singola persona agisce motivata e in modo efficace quando ha un’idea sufficientemente chiara dello scopo e del risultato finale, conosce e comprende l’obiettivo da raggiungere, possiede le conoscenze adeguate per agire, sa applicare i mezzi necessari, ed è in grado di valutare la propria azione. Parimenti un gruppo è efficace quando tutti i membri hanno un’idea chiara degli obiettivi, sono informati della situazione e conoscono i mezzi a disposizione, li sanno usare; e sono costantemente aggiornati sui cambiamenti dell’obiettivo per modificare la propria azione.

Un gruppo, soprattutto quando è grande, deve avere canali di comunicazione usati da tutti i loro membri, divisione del lavoro accettata da tutti, e un’autorità di coordinamento-controllo, da tutti riconosciuta. L’assenza di uno dei citati fattori inficia l’azione del singolo e del gruppo.
Un problema mette in difficoltà, obbliga a cambiare, ma al contempo è opportunità per cambiare. Problema chiama diversità di interpretazione e di soluzione. La diversità è una fonte di energia sociale poderosa. Gestita bene – ovvero confronto argomentato delle proposte a sostegno delle varie tesi – consente di trovare la soluzione adeguata. La diversità quale risorsa consente l’unità d’azione nel rispetto delle differenze.   

Applicate all’emergenza climatica e sociale suddette condizioni rinviano più che mai a sistemi politici di democrazia deliberativa – piuttosto che a quelli di democrazia rappresentativa – capaci di creare uno spazio pubblico di confronto (fra percezioni, analisi, principi, criteri, proposte e soprattutto di argomentazioni) condizione necessaria per trovare un accordo riconosciuto e applicato da tutti i cittadini considerati uguali in diritto e responsabili.

 

Pubblicato in AREA,  21 ottobre 2021

 
Leggi altri articoli su AREA di Ferruccio D'Ambrogio

 

sabato 9 maggio 2020

CAPITALISMO, DEMOCRAZIA E CITTADINI SORVEGLIATI

Il cellulare è diventato un oggetto multifunzionale: telefoniamo, inviamo e riceviamo messaggi, navighiamo, fotografiamo, filmiamo. Oggidì in tempi di pericolo di contagio è quasi d’obbligo averlo per fare pagamenti. Tuttavia il cellulare è anche uno strumento che consente di controllare il comportamento del suo utente: tutti i clic, tutte le operazioni svolte, essendo digitalizzate, sono accessibili al gestore della rete. Addirittura il cellulare se acceso e in rete può essere pilotato dall’esterno.

Insomma «si possono sorvegliare in tempo reale le persone, prevederne e influenzarne il comportamento» spiega Solange Ghernaouti, professoressa all’Università di Losanna specialista di cibersicurezza e ciberdifesa nella bella intervista curata da Moreno Bernasconi. «In teoria non esistono limiti a questo controllo totale» continua Ghernaouti, per la quale «non esiste nessuna sicurezza, controllo, trasparenza sugli attori che li manipolano, sulle infrastrutture di stoccaggio, di trattamento e di comunicazione, sulla durata di vita dei dati». E soprattutto non v’è «garanzia che i dati raccolti non siano utilizzati per fini diversi da quelli iniziali o che non siano piratati».

Proprio come accaduto con lo scandalo Cambridge Analytica, l’azienda implicata nella campagna elettorale di Trump, utilizzò i dati riguardanti 85 milioni di utenti USA fornitagli a loro insaputa da Facebook per pilotare il voto del cittadino! Shoshana Zuboff, professore emerito a Harvard, è stata esplicita: i Big Other, come lei chiama i big data analytics (sistemi di analisi dei dati sorretti dall’intelligenza artificiale) «sono progettati per controllare e pilotare a loro insaputa il comportamento umano».

I Big Other stilano in tempo reale mappe e identikit specifici su comportamenti, abitudini, preferenze, desideri di singole persone, o gruppi declinati secondo età, sesso, paese. Una manna per le aziende che mediante un’azione comunicativa personalizzata possono assicurarsi un vantaggio competitivo sui nuovi mercati. L’autrice definisce tale pratica «capitalismo della sorveglianza» (titolo anche del suo best seller scritto nel 2017) sottolineando che «gli imprenditori, appropriandosi dei dati personali, mettono in pericolo la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio».

Senza accorgerci siamo entrati in una dimensione in cui pochi attori economici sono in grado di influenzare scelte e comportamenti, invadendo campi extra economici, suscitando indignazione oltre che fra i difensori del libero mercato, anche tra quelli della democrazia. Paradossalmente mentre opinion maker e stampa denunciavano (giustamente) l’occhio orwelliano degli Stati autoritari (Cina e Russia in primis), sono rimasti ciechi riguardo il diffondersi delle pratiche di sorveglianza del capitalismo negli Stati democratici, «cadendo - è il caso di dirlo - dal fico».

Per Eduard Kaeser (filosofo e fisico svizzero) sia l’approccio «soft» della Silicon Valley, sia quello «autoritario» praticato dalla Cina mirano ad un individuo che si comporti in modo utile: economico (utilizzare le varie app) per quello californiano; sociale (cittadino diligente, rispettoso delle regole) per quello cinese. Sostanzialmente l’obiettivo di ambedue è «la programmazione dei desideri e delle decisioni» degli individui. In Cina la chiamano «armonizzazione», in California «debuging» (ricerca e correzione di errori). L’accettazione sociale deriva dal fatto che l’intelligenza artificiale, modulandosi su quella naturale, rafforza il conformismo, pur dando l’impressione ai singoli di essere totalmente autonomi nel loro agire.

La tendenza a conformarsi dell’individuo umano, quale essere sociale, è oltre tutto accentuata dalla tecnologia digitale che, per esempio, obbliga ad aggiornare le applicazioni. Questo spiega almeno in parte «la gioiosa predisposizione a farsi sorvegliare» rilevata dal direttore Fabio Pontiggia nell’editoriale del 17 marzo. Ivan Krastev (direttore del Centre for liberal strategies) ha individuato alcuni elementi concernenti gli effetti potenziali del coronavirus: ritorno di uno Stato forte e la sua capacità di spaventare la popolazione per convincerla a rispettare le nuove regole comportamentali, aumento del potere degli esperti, fascino verso l’autoritarismo tecnologico.

Fine della democrazia? Per fortuna come in Matrix vi sono ribelli. Scientifici e movimenti che sviluppano e adottano sistemi informatici a circuito chiuso, assicurando così autocontrollo e autonomia. Movimenti marginali, certo, ma che indicano la possibilità di sfuggire alla morsa di capitalismo e democrazia della sorveglianza.


Pubblicato in Corriere del Ticino , 8 maggio 2020


https://epaper.cdt.ch/epaper/viewer.aspx?publication=CDT&dat...


sabato 28 marzo 2020

SETTE REGOLE DI NAVIGAZIONE NELLA TEMPESTA DEL VIRUS

Siamo tutti sulla stessa barca, tutti devono remare. È un’ottima metafora che però con il cornavirus incontra difficoltà: le autorità si appellano alla «responsabilizzazione individuale», lamentando comportamenti inadeguati, irresponsabili di taluni; in particolare giovani ed over 65 . Un ministro parla di «coprifuoco». Dove stanno gli inghippi? Una check list per orientarsi. Una premessa. «La responsabilizzazione della popolazione - secondo Olivier Desrichard, docente di salute pubblica all’Università di Ginevra - è fondamentale». Ciò implica che ciascuno possa comprendere quale comportamento deve assumere e sia motivato ad agire per interesse suo e quello collettivo. Necessaria quindi un’informazione trasparente e una comunicazione adeguata che raggiunga tutti.

1. Informazione trasparente. «Ognuno ha il diritto di ricevere liberamente informazioni, nonché di procurarsele presso fonti accessibili a tutti e di diffonderle» recita l’art. 16 della Costituzione federale. «Ciò vale soprattutto nei momenti critici come quelli che stiamo vivendo in cui il Governo limita una parte delle libertà ai cittadini», sostiene Effy Vayena, direttrice dell’Health Ethics and Policy Lab del Politecnico di Zurigo.

2. Qualità dell’informazione. È utile conoscere il numero giornaliero di contagiati e l’incidenza per fasce di età, nonché il numero di ospedalizzati e deceduti. Fondamentale avere la distribuzione per gruppi di età e le cause dei decessi. I dati cinesi (unici finora a livello scientifico) mostrano che la mortalità è maggiore più alta è l’età: 0,2% da 10-39 anni, 0,4% da 40 a 49, 1,3% da 50-59, 3,6 da 60-69, 8% 70-79, 14,8% più di 80. Ma anche che il rischio di mortalità è accresciuto da fattori di comorbidità, ovvero tipologie quali: malattie cardiovascolari,diabete, ipertensione, malattia respiratoria cronica, cancro. Insistere sui gli over 65 è riduttivo, banalizzante. Questione colta dal medico cantonale che il 24 marzo ha precisato che due decessi di persone sotto i 65 anni erano legati a tipologie importanti, senza tuttavia precisarle. È un primo importante passo.

3. Strategia e misure. La strategia adottata per affrontare la pandemia (finalità, fasi previste, obiettivi, misure associate e risultati per ogni singola fase) è parte integrante dell’informazione. Purtroppo della strategia governativa conosciamo solo finalità: ridurre i contagi per spostare il picco a metà luglio, onde evitare il tilt delle strutture sanitarie. Nulla, a differenza di Singapore, su scenari e misure che sicuramente le autorità hanno elaborato (o dovrebbero predisporre). L’inasprimento delle misure di contenimento a distanza di due soli giorni dalle precedenti - quando il loro effetto può essere misurato non prima di cinque giorni (periodo medio d’incubazione) - confonde il cittadino, diffondendo incertezza. E «l’incertezza genera comportamenti irrazionali a volte egoistici, sia presso i giovani sia presso gli anziani» dice Juan Falomir-Pichastor, professore di psicologia all’Università di Ginevra.

4. Comunicazione efficace. Per combattere incertezza e comportamenti inadeguati occorre una comunicazione efficace che arrivi alle varie categorie di persone, come suggeriscono gli specialisti. Ovvero: comunicazione che sia mirata, alla stessa stregua della pubblicità, secondo il target: giovani, adulti, anziani, ma anche di diversa cultura. E qui giocano un ruolo essenziale le dichiarazioni degli influencer, personalità pubbliche, youtuber, che secondo Pascale Roux utilizzano gli stessi codici e linguaggio.

5. Benefici per singolo e comunità. L’impatto dell’azione del singolo riguarda anche la comunità, ed essa può giocare un ruolo affinché ognuno si senta implicato. L’agire in squadra, oltre ad avere tante risorse, fa sentire meno solo l’individuo, dandogli nel contempo forza ed energia per affrontare compiti ardui e/o avversi.

6. Pressione sociale, regole. Ogni comunità vive secondo regole, alcune esplicitate (le leggi, altre meno. Per Olivier Desrichard occorre utilizzare la pressione sociale per diffondere il rispetto delle regole: lavare le mani in pubblico, distanza sociale, spiegando l’utilità di ogni comportamento, ma anche dare consegne chiare e applicabili dalle varie fasce d’età della popolazione.

7. Sanzioni. Nei momenti cruciali come quello che stiamo vivendo vanno ricordate e precisate le regole per salvaguardare l’integrità del gruppo e la sua sopravvivenza; tra queste, secondo Pascale Roux, anche le sanzioni per chi trasgredisce. La barca beccheggia violentemente, ma non è troppo tardi riprenderne il timone.


Pubblicato in Coriere del Ticino, 28 marzo 2020

domenica 2 giugno 2019

Tra l'incudine del precariato e il martello della sorveglianza


Il binomio “Capitalismo – Democrazia” è considerato da molti il miglior modello per garantire performance economica, libertà e sicurezza al cittadino. Affamato di profitto e sempre alla ricerca di produttività, il capitalismo crea e distrugge continuamente. Adotta le innovazioni che facilitano il raggiungimento dell’obiettivo. Ultimo esempio è Web 4.0 – quarta rivoluzione industriale - che associa automazione, robotizzazione a sistemi d’intelligenza artificiale. Essa consente forme radicalmente diverse di organizzazione del lavoro per concepire, sviluppare, produrre merci e servizi. Web 4.0 offre nuove opportunità di lavoro; ma, esigendo altre competenze, genera anche sconvolgimenti, esuberi, nonché forme di lavoro “autonome”, su chiamata alla “Uber”. La cosiddetta Gic economy (economia dei lavoretti) che  “messi tutti assieme- scrive  Riccardo Staglianò –“ superano di gran lunga la fatica e lo stress del lavoro full time, restando ben lontani dalla retribuzione”. Socialmente è una bomba ad orologeria.
Oltre a nuovi modi di concepire e realizzare prodotti e servizi le tecnologie attuali consentono di accedere e sfruttare la miniera dei “big data”. Una “miniera inesauribile che cresce alimentata costantemente dalle “tracce” (informazioni) lasciate da un numero crescente di utenti. Ovvero: utilizzo di una app., acquisto su un sito online, ma anche nei negozi fisici, foto, video, messaggi vocali, tweet, spostamenti, commenti, “I like” - che riguardano i loro comportamenti; ma anche di tutto ciò collegato alla rete. I sempre più potenti sistemi di analisi sorretti dall’intelligenza artificiale (Big Data Analytics ) stillano in tempo reale mappe e identikit specifici su comportamenti, abitudini, preferenze, desideri di singole persone o gruppi, declinati secondo età, sesso, paese. I grandi distributori commerciali quali Migros e Coop conoscono a menadito le preferenze di ciascun detentore di una carta fedeltà. Se volessero – non è una questione tecnica - potrebbero applicare prezzi specifici per ogni cliente.
Dal conoscere pratiche e comportamenti alla tentazione di influenzarli il passo è breve. Lo scandalo Cambridge Analytica, implicata nella campagna a favore di Trump, e che aveva utilizzato dati riguardanti 85 milioni di utenti USA fornitagli da Facebook ha scoperchiato il pentolone. All’ammirazione sfrenata è subentrata la diffidenza. Shoshana Zuboff, prof emerito a Harvard, è più esplicita: i “Big Other” come li chiama– “sono progettati per catturare e  controllare a loro insaputa il comportamento umano”. Mediante un’azione comunicativa personalizzata le aziende possono assicurarsi un vantaggio competitivo sui nuovi mercati. L’autrice definisce tale pratica “capitalismo della sorveglianza” (che è anche il titolo del suo recente saggio) perché gli imprenditori appropriandosi dei dati personali, mettono in pericolo la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio”.
Paradossalmente mentre “opinion maker” e stampa denunciavano (giustamente) l’occhio orwelliano degli stati autoritari (Cina, Russia in primis), sono rimasti ciechi riguardo il diffondersi delle pratiche di sorveglianza del capitalismo negli stati democratici, “cadendo - è il caso di dirlo- dal fico”.
Senza accorgerci siamo entrati quindi in un’altra dimensione in cui pochi attori economici sono in grado di influenzare scelte e comportamenti, invadendo campi extra economici. Un capitalismo che pone gli individui tra l’incudine erodendo e precarizzando il lavoro, e il martello della sorveglianza. “Sarà necessario combatterlo - scrive S. Zuboff- trovare nuovi mezzi di azione collettiva,  come seppero farlo  i lavoratori nel 19 secolo   contro  il capitalismo industriale”. Un modo anche per salvaguardare la democrazia.

Pubblicato su Area, Martedì 21 Maggio 2019 link 

martedì 24 maggio 2011

Diritto d'ingerenza in uno stato: uno sberleffo alla Carta delle Nazioni unite?




Il dramma umanitario in Libia continua. A oltre due mesi dalla decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite che con la risoluzione 1973 approvava l’intervento per proteggere la popolazione civile, siamo oramai arrivati alla vera e propria guerra, con tutto ciò che ne deriva per i civili,  mossa sotto l’egida della NATO contro il governo Libico, con lo scopo dichiarato di abbatterlo. Non esistendo un potere sopranazionale, l’unico punto di riferimento a disposizione degli stati per regolare i problemi  nelle relazioni internazionali è la Carta delle Nazioni Unite, voluta, all’indomani del 2° conflitto mondiale, per “salvaguardare il mondo dal flagello della guerra”. Essa precisa nei suoi capitoli e articoli le procedure da adottare per regolare le questioni fra stati ed affrontare gli eventuali  conflitti. Carta a cui si rifà la suddetta risoluzione per l’intervento in Libia. Apparentemente dal punto di vista formale tutto appare legittimo, sennonché le discussioni tra fautori e contrari all’intervento non accennano a diminuire, mostrando sempre più divergenze, mentre i pareri di specialisti in materia, poco citati dai media, evidenziano parecchie incongruenze che vale la pena di considerare. Premesso che la decisione sul chi sia degno governare un paese  e di rappresentarlo debba essere affrontata in modo autonomo dal popolo stesso, la questione centrale riguarda il diritto d’intervento militare esterno in uno stato sovrano. Buona cosa è quindi riferirsi direttamente alla Carta delle NU per evincere cosa sta scritto.  Intanto l’art 2 di detta Carta non autorizza  le Nazioni Unite ad” intervenire in questioni che appartengano essenzialmente alla competenza interna di uno Stato” benché si riconosce che ciò  non pregiudica però l’applicazione di misure coercitive a norma del capitolo VII.” Capitolo che affronta questioni relative  alle Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione. In esso viene affermato che “Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’art. 41- ovvero misure non implicanti l’uso della forza-  siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. Ma attenzione la Carta (art 47 e 47)  precisa che la responsabilità di direzione e coordinamento delle operazioni militari di tutte le forze armate implicate vanno assegnate ad uno speciale Comitato di Stato maggiore, alle dipendenze  dello stesso Consiglio di sicurezza. Da ciò si deduce che l’azione militare in Libia non ossequia la Carta delle Nazioni Unite, tanto meno l’assunzione delle operazioni da parte della NATO che, senza un mandato diretto del Consiglio di sicurezza, è fuori luogo. Ma non è tutto: vale la pena di ricordare che la suddetta risoluzione è stata  presa dal Consiglio di Sicurezza adottando il principio di “protezione umanitaria”, invocato da Stati uniti e alcuni stati europei, sostenitori dell’intervento. Il principio di “protezione umanitaria”, sostituisce quello di “ingerenza umanitaria”, voluta  a suo tempo da Bernard Kouchner, già ministro francese, e dal giurista di diritto internazionale Mario Bettati, i quali  sulla spinta dell’indignazione popolare provocata  dal genocidio in Rwanda proposero che la comunità internazionale doveva agire preventivamente quando uno Stato non era più in grado di garantire la protezione della sua popolazione,  specificatamente in relazione a quattro scenari: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Nel 1999 il principio d’ingerenza umanitaria fu invocato dall’occidente per giustificare l’intervento armato in Kosovo, deciso tuttavia al di fuori della Carta delle NU. L’operazione, come  ricorda Andrea Bianchi professore al Graduate Institute di Ginevra, provocò una forte scissione nel seno della comunità internazionale: i paesi non allineati parlarono di aggressione e di uso ingiustificato della forza.  Il termine d’ingerenza umanitaria cadde in discredito e su proposta del governo canadese che presentò un documento intitolato “la responsabilità di proteggere”, fu sostituito con quello di “protezione umanitaria”: il carattere colonialista del diritto di ingerenza fu così  “cancellato” mediante un sotterfugio semantico. Rimane tuttavia la sostanza, e gli interrogativi riguardanti l’applicazione di tale principio, che arrischia di esser fatta secondo convenienza e interessi di parte, o come a “geometria variabile”: perché Libia si, invece Bahrein, Yemen, Arabia Saudita, Siria: no? A  prescindere da ciò, deve generare forte preoccupazione l’uso sconsiderato che viene fatto della Carta che è, e resta pur sempre,  l’unico strumento riconosciuto dagli stati membri delle Nazioni Unite per affrontare e regolare i problemi. La non osservanza dei suoi articoli o un loro stravolgimento, come dimostrato, ne mina la legittimità e rappresenta un vero e proprio sberleffo. Epoca paradossale la nostra, in cui linguaggio e azioni sono in netto contrasto: in nome della pace si sabotano accordi e convenzioni costruiti con tanta fatica nel corso di tanti anni e che miravano proprio a tale scopo. È un momento storico caratterizzato da chiusure ideologiche, in cui a difesa d’interessi di parte riaffiorano unilateralismo e integralismo, che presagiscono eventi  oscuri per il prossimo futuro dell’umanità, il funzionamento delle istituzioni internazionali: una minaccia per la pace e la democrazia.

9 maggio 2011