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giovedì 1 gennaio 2026

BIFORCAZIONE ECOLOGICA PER USCIRE DAL PANTANO

La scelta inevitabile tra la continuità del disastro e un nuovo sistema economico fondato su limiti fisici e giustizia sociale.

La qualità di un sistema socio-economico è valutata in base alla sua capacità di affrontare i problemi reali. Agli storici che valuteranno questo primo quarto del 21esimo secolo non sfuggirà né il peggioramento delle condizioni sociali della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali (in particolare: aumento dei costi, non controbilanciati da adeguamento di salari e pensioni che consentano di soddisfare i bisogni fondamentali) né l’incapacità di approntare un sistema socio-economico senza effetti perniciosi irreversibili a scala umana quali perdita di biodiversità e aumento temperatura terrestre. Due problemi interconnessi, generati dal sistema economico in vigore. Bisogni sociali degli umani da un lato e complessi e noti meccanismi biologici, chimici e fisici soggiacenti a clima e vita biologica, impongono una inderogabile e radicale svolta: approntare un sistema economico che consenta di eliminare suddette ripercussioni e nefaste conseguenze.


Benché sempre negata, o considerata subalterna ad altre priorità, l’emergenza assoluta è la biforcazione ecologica. Ovvero: abbandonare l’uso di risorse energetiche fossili approntando e coordinando azioni a livello mondiale, onde dismettere i sistemi attuali di produzione di merci organizzati con lunghe catene delocalizzate in vari paesi e assumere comportamenti individuali scevri dal consumo di risorse fossili. Concretamente significa: produrre a “km zero” abbandonando sistemi che implicano trasporti a lunga distanza di merce: dall’agricoltura (anche se “bio”), all’industria dell’abbigliamento, alla componentistica. Cambiamenti che comportano evidentemente importanti conseguenze tecnico organizzative, sociali quali il mutamento delle competenze professionali associate.


Imperativi e implicazioni che generano resistenze inficiando la messa in atto. In primis del sistema finanziario le cui priorità sono gli investimenti che producono il massimo profitto. A cui s’aggiunge l’inerzia: anche se le grandi compagnie del settore energetico, sotto pressione pubblica, abbandonassero il fossile, sarebbero immediatamente rimpiazzate da altre meno soggette a suddette  pressioni e localizzate in altri paesi. Infine, come fanno notare Cédric Durand e Razmig Keucheyan : “Più la trasformazione ecologica deve essere effettuata rapidamente, più la pressione dell’aumento sui costi diventa importante, ciò che rende ancora più difficile la mutazione”.
Insomma la biforcazione per stare in piedi necessita di una “seconda gamba”: massicci e rapidi investimenti. E qui cade un’altra tegola: “Il capitalismo non assicurerà il passaggio in modo sufficientemente rapido” come ha anche scritto il Financial time. Da un lato perché imprenditori, gestionari  di fondi non hanno singolarmente la potenza finanziaria sufficiente, ma soprattutto manca loro la capacità di coordinamento. Gli unici attori in grado di farlo sono i governi.

Per uscire dal pantano occorre “decolonizzare” i nostri immaginari economici, affermano Durand e Keucheyan e fare tesoro di studi pregressi. Riguardo al finanziamento pubblico valga la proposta di John Maynard Keynes che in un suo discorso radiofonico alla BBC nel 1942 disse: “Tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Egli intendeva che se un paese dispone delle risorse fisiche e della manodopera necessarie per portare a termine un progetto, i limiti finanziari non costituiscono un ostacolo insormontabile. Keynes riteneva che il “motivo monetario” (o ortodossia finanziaria) non fosse sufficiente per impedire a una società di costruire cosa vuole: ciò che conta è la produzione economica reale.


Publlicato in Area 9.12.2025 

lunedì 9 settembre 2024

Una cura per salvaguardare la vita sulla terra

 

Il 2024 sta segnando ulteriori record climatici a livello di temperatura (vedi 33 ore consecutive sopra lo zero in vetta al Mt Bianco a 4806 mlm). L’aumento di temperatura, scrive Meteo Suisse- “può essere spiegata unicamente tenendo conto del contributo delle attività umane allaumento delle concentrazioni globali delle emissioni di gas a effetto serra”. In particolare dall’uso di energie fossili (carbone, petrolio) a partire dalla rivoluzione industriale in poi. 

Emissioni che se fossero azzerate oggi, consentirebbero al complesso sistema naturale di riassorbire quelle liberate nell’atmosfera. Ma ci vorrebbero parecchi secoli per ritornare ai valori del preindustriale. L’azzeramento potrebbe invece limitare l’aumento a 4-5 gradi (oltre il doppio da preconizzato dalle conferenze ONU e sottoscritto dai governi).

Incombenza climatica e crescente divario nella distribuzione della ricchezza (il 10%più ricchi detiene oltre 85% del totale mondiale), non sembrano scalfire l’arroganza degli odierni “potenti della terra”: finanzieri e grands patrons dell’economia mondiale e fedeli politici a bordo del nuovo lussuosissimo Titanic. Mentre gli organi di diffusione (giornali, catene televisive) in mano ai primi offrono ampio e acritico spazio.

Il capitalismo uscito dalla crisi Covid mira cinicamente “al sodo”: massima e immediata redditività! Evaporato invece lo spirito di “entusiasta solidarietà” che aleggiava fra la popolazione e che sembrava potesse dar avvio ad una “Nuova era” di maggior equità, rispetto delle persone, della natura e di tuti gli esseri che la compongono! Al contrario: il singolo individuo vive sempre più isolato, le sue interazioni sociali limitate a persone/gruppi animati da stesse preferenze, sostanzialmente solo nell’interazione con l’economia: una relazione sostanzialmente di sudditanza!.

Il capitalismo odierno privilegia la produzione di beni e servizi solvibili, che assicurino massimo reddito a chi finanzia(azionisti e fondi investimento). D’obbligo la massima efficienza e produttività (niente tempi morti, minor costo di produzione) e la produzione di merce che abbia mercato (domanda solvibile): vedi armi, merce di lusso, ma anche a basso prezzo (usa getta e/o bassa qualità). I bisogni reali della maggioranza della popolazione (alloggi qualitativi, sanità, mobilità…) offerti a costi accessibili, non entrano in linea di conto; mentre affrontare l’incombenza climatica rimane un optional.

Che fare? In sostanza urge un cambiamento di paradigma culturale ( ovvero dei valori, principi etici, morali, scientifici e relative teorie) che  consenta alle persone di liberare la mente dal “fagocitamento” del capitalismo e poter  cambiare rotta per evitare  l’iceberg .che farà colare a picco l’intero  sistema biologico che ha dato vita anche a noi esseri umani.

Marco Bersani (Filosofo, socio fondatore di ATTAC Italia, e saggista)nel suo ultimo saggio fresco di stampa propone quello che chiama “paradigma “della cura”. 

Cura di sé, dellaltra, dellaltro, del vivente, del pianeta. Ovvero: dellinsieme degli elementi che compongono  e influenzano il funzionamento del sistema Terra su cui può essere riorganizzata la società futura. Bersani indica due condizioni (che chiama Rivoluzioni culturali)per riuscire nell’intento: 1) rovesciare la cosmogonia” della narrazione liberista”, rimettendo al centro che a)“la natura è luniverso dentro il quale tutto accade; e la società deve essere il luogo dove le persone decidono come organizzare la vita comune”. b)leconomia sia “luogo dentro il quale la società determina come produrre e scambiarsi beni e servizi”.

2) rovesciare lideologia liberista (che esalta lautonomia dellindividuo: indipendente ed solo artefice del proprio destino) ripristinando la funzione primaria della società. Perché-come già indicò Vykoskij (psicologo e pedagogista sovietico 1896-1934)- levoluzione e sviluppo delle facoltà  di qualsiasi essere umano è strettamente legata alla dimensione sociale in cui nasce ed evolve.



Pubblicato in AREA N del 7 settembre 2024