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sabato 9 maggio 2020

CAPITALISMO, DEMOCRAZIA E CITTADINI SORVEGLIATI

Il cellulare è diventato un oggetto multifunzionale: telefoniamo, inviamo e riceviamo messaggi, navighiamo, fotografiamo, filmiamo. Oggidì in tempi di pericolo di contagio è quasi d’obbligo averlo per fare pagamenti. Tuttavia il cellulare è anche uno strumento che consente di controllare il comportamento del suo utente: tutti i clic, tutte le operazioni svolte, essendo digitalizzate, sono accessibili al gestore della rete. Addirittura il cellulare se acceso e in rete può essere pilotato dall’esterno.

Insomma «si possono sorvegliare in tempo reale le persone, prevederne e influenzarne il comportamento» spiega Solange Ghernaouti, professoressa all’Università di Losanna specialista di cibersicurezza e ciberdifesa nella bella intervista curata da Moreno Bernasconi. «In teoria non esistono limiti a questo controllo totale» continua Ghernaouti, per la quale «non esiste nessuna sicurezza, controllo, trasparenza sugli attori che li manipolano, sulle infrastrutture di stoccaggio, di trattamento e di comunicazione, sulla durata di vita dei dati». E soprattutto non v’è «garanzia che i dati raccolti non siano utilizzati per fini diversi da quelli iniziali o che non siano piratati».

Proprio come accaduto con lo scandalo Cambridge Analytica, l’azienda implicata nella campagna elettorale di Trump, utilizzò i dati riguardanti 85 milioni di utenti USA fornitagli a loro insaputa da Facebook per pilotare il voto del cittadino! Shoshana Zuboff, professore emerito a Harvard, è stata esplicita: i Big Other, come lei chiama i big data analytics (sistemi di analisi dei dati sorretti dall’intelligenza artificiale) «sono progettati per controllare e pilotare a loro insaputa il comportamento umano».

I Big Other stilano in tempo reale mappe e identikit specifici su comportamenti, abitudini, preferenze, desideri di singole persone, o gruppi declinati secondo età, sesso, paese. Una manna per le aziende che mediante un’azione comunicativa personalizzata possono assicurarsi un vantaggio competitivo sui nuovi mercati. L’autrice definisce tale pratica «capitalismo della sorveglianza» (titolo anche del suo best seller scritto nel 2017) sottolineando che «gli imprenditori, appropriandosi dei dati personali, mettono in pericolo la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio».

Senza accorgerci siamo entrati in una dimensione in cui pochi attori economici sono in grado di influenzare scelte e comportamenti, invadendo campi extra economici, suscitando indignazione oltre che fra i difensori del libero mercato, anche tra quelli della democrazia. Paradossalmente mentre opinion maker e stampa denunciavano (giustamente) l’occhio orwelliano degli Stati autoritari (Cina e Russia in primis), sono rimasti ciechi riguardo il diffondersi delle pratiche di sorveglianza del capitalismo negli Stati democratici, «cadendo - è il caso di dirlo - dal fico».

Per Eduard Kaeser (filosofo e fisico svizzero) sia l’approccio «soft» della Silicon Valley, sia quello «autoritario» praticato dalla Cina mirano ad un individuo che si comporti in modo utile: economico (utilizzare le varie app) per quello californiano; sociale (cittadino diligente, rispettoso delle regole) per quello cinese. Sostanzialmente l’obiettivo di ambedue è «la programmazione dei desideri e delle decisioni» degli individui. In Cina la chiamano «armonizzazione», in California «debuging» (ricerca e correzione di errori). L’accettazione sociale deriva dal fatto che l’intelligenza artificiale, modulandosi su quella naturale, rafforza il conformismo, pur dando l’impressione ai singoli di essere totalmente autonomi nel loro agire.

La tendenza a conformarsi dell’individuo umano, quale essere sociale, è oltre tutto accentuata dalla tecnologia digitale che, per esempio, obbliga ad aggiornare le applicazioni. Questo spiega almeno in parte «la gioiosa predisposizione a farsi sorvegliare» rilevata dal direttore Fabio Pontiggia nell’editoriale del 17 marzo. Ivan Krastev (direttore del Centre for liberal strategies) ha individuato alcuni elementi concernenti gli effetti potenziali del coronavirus: ritorno di uno Stato forte e la sua capacità di spaventare la popolazione per convincerla a rispettare le nuove regole comportamentali, aumento del potere degli esperti, fascino verso l’autoritarismo tecnologico.

Fine della democrazia? Per fortuna come in Matrix vi sono ribelli. Scientifici e movimenti che sviluppano e adottano sistemi informatici a circuito chiuso, assicurando così autocontrollo e autonomia. Movimenti marginali, certo, ma che indicano la possibilità di sfuggire alla morsa di capitalismo e democrazia della sorveglianza.


Pubblicato in Corriere del Ticino , 8 maggio 2020


https://epaper.cdt.ch/epaper/viewer.aspx?publication=CDT&dat...


domenica 2 giugno 2019

Tra l'incudine del precariato e il martello della sorveglianza


Il binomio “Capitalismo – Democrazia” è considerato da molti il miglior modello per garantire performance economica, libertà e sicurezza al cittadino. Affamato di profitto e sempre alla ricerca di produttività, il capitalismo crea e distrugge continuamente. Adotta le innovazioni che facilitano il raggiungimento dell’obiettivo. Ultimo esempio è Web 4.0 – quarta rivoluzione industriale - che associa automazione, robotizzazione a sistemi d’intelligenza artificiale. Essa consente forme radicalmente diverse di organizzazione del lavoro per concepire, sviluppare, produrre merci e servizi. Web 4.0 offre nuove opportunità di lavoro; ma, esigendo altre competenze, genera anche sconvolgimenti, esuberi, nonché forme di lavoro “autonome”, su chiamata alla “Uber”. La cosiddetta Gic economy (economia dei lavoretti) che  “messi tutti assieme- scrive  Riccardo Staglianò –“ superano di gran lunga la fatica e lo stress del lavoro full time, restando ben lontani dalla retribuzione”. Socialmente è una bomba ad orologeria.
Oltre a nuovi modi di concepire e realizzare prodotti e servizi le tecnologie attuali consentono di accedere e sfruttare la miniera dei “big data”. Una “miniera inesauribile che cresce alimentata costantemente dalle “tracce” (informazioni) lasciate da un numero crescente di utenti. Ovvero: utilizzo di una app., acquisto su un sito online, ma anche nei negozi fisici, foto, video, messaggi vocali, tweet, spostamenti, commenti, “I like” - che riguardano i loro comportamenti; ma anche di tutto ciò collegato alla rete. I sempre più potenti sistemi di analisi sorretti dall’intelligenza artificiale (Big Data Analytics ) stillano in tempo reale mappe e identikit specifici su comportamenti, abitudini, preferenze, desideri di singole persone o gruppi, declinati secondo età, sesso, paese. I grandi distributori commerciali quali Migros e Coop conoscono a menadito le preferenze di ciascun detentore di una carta fedeltà. Se volessero – non è una questione tecnica - potrebbero applicare prezzi specifici per ogni cliente.
Dal conoscere pratiche e comportamenti alla tentazione di influenzarli il passo è breve. Lo scandalo Cambridge Analytica, implicata nella campagna a favore di Trump, e che aveva utilizzato dati riguardanti 85 milioni di utenti USA fornitagli da Facebook ha scoperchiato il pentolone. All’ammirazione sfrenata è subentrata la diffidenza. Shoshana Zuboff, prof emerito a Harvard, è più esplicita: i “Big Other” come li chiama– “sono progettati per catturare e  controllare a loro insaputa il comportamento umano”. Mediante un’azione comunicativa personalizzata le aziende possono assicurarsi un vantaggio competitivo sui nuovi mercati. L’autrice definisce tale pratica “capitalismo della sorveglianza” (che è anche il titolo del suo recente saggio) perché gli imprenditori appropriandosi dei dati personali, mettono in pericolo la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio”.
Paradossalmente mentre “opinion maker” e stampa denunciavano (giustamente) l’occhio orwelliano degli stati autoritari (Cina, Russia in primis), sono rimasti ciechi riguardo il diffondersi delle pratiche di sorveglianza del capitalismo negli stati democratici, “cadendo - è il caso di dirlo- dal fico”.
Senza accorgerci siamo entrati quindi in un’altra dimensione in cui pochi attori economici sono in grado di influenzare scelte e comportamenti, invadendo campi extra economici. Un capitalismo che pone gli individui tra l’incudine erodendo e precarizzando il lavoro, e il martello della sorveglianza. “Sarà necessario combatterlo - scrive S. Zuboff- trovare nuovi mezzi di azione collettiva,  come seppero farlo  i lavoratori nel 19 secolo   contro  il capitalismo industriale”. Un modo anche per salvaguardare la democrazia.

Pubblicato su Area, Martedì 21 Maggio 2019 link 

sabato 6 maggio 2017

Miracoli economici e basi d’argilla


Parrebbe che dopo tanti falsi segnali l’agognata ripresa economica sia giunta. A prescindere dagli effetti sul saldo dei posti di lavoro provocati dalla nuova rivoluzione industriale che si va diffondendo, v’è un enorme problema, sottaciuto e trascurato: la precarietà e la povertà di ampie fasce della popolazione nei Paesi prosperi come la Germania o la Svizzera. Il 15% della popolazione germanica è povera, tra i quali pensionati, con una rendita o un risparmio insufficiente, obbligati a cercarsi un lavoro per sopravvivere. Acuta pure la situazione di giovani che non trovano un lavoro di lunga durata. Ma a far tremare il colosso tedesco sono le previsioni future riguardanti il reddito di coloro che tra 10-20 anni raggiungeranno l’età della pensione: milioni di poveri ovvero di coloro che oggi lavorano ma saranno sguarniti a livello di previdenza. La Bundesbank preoccupata ha lanciato un trillo d’allarme. Il miracolo tedesco poggia su piedi d’argilla, risultato di una politica di liberalizzazione promossa dal cancelliere Schröder alla fine degli anni 90 per stimolare l’economia e il lavoro; fra le misure per il lavoro i «minijobs»: 15 ore di lavoro settimanale per 450 euro. Essi sono stati descritti come la panacea: piacciono alle aziende che ingaggiano personale pagando solo il 30% dei contributi di legge, sono utili a pensionati che possono così arrotondare la rendita e alle persone in cerca di lavoro, e infine allo Stato che vede abbassare il numero dei disoccupati. Nascosti per lungo tempo e ora venuti alla luce i lati oscuri: l’abuso di molte aziende che assumono le persone con un contratto minijobs, offrendo anche lavoro extra, ma pagandolo in nero, quindi senza contributi sociali né tasse, e d’altro canto la magra rendita di pensione che una persona matura con un anno di minijobs: 3,11 euro mensili! In Svizzera non abbiamo i minijobs e apparentemente siamo al riparo dalle nefaste conseguenze. Ma forse non tutti sanno che coloro che beneficiano di una indennità di disoccupazione sono esonerati dal versare i contributi del 2° pilastro, e quindi il loro capitale di vecchiaia non aumenta. Siccome la probabilità che una persona possa incappare in un periodo di disoccupazione, addirittura più di uno nell’arco della sua vita attiva, tende ad aumentare, sale pure il numero di persone che si ritroveranno con una misera rendita di pensione. Per molti lavoratori nostri, alla stregua dei loro colleghi tedeschi, il domani è tenebroso; pur riuscendo oggi a sbarcare il lunario, si ritroveranno al momento del pensionamento con un cumulo di rendite AVS e CP al disotto della soglia di povertà. E sono eloquenti i segnali del crescente disagio, quali l’impennata delle persone richiedenti l’assistenza, gli over 50 che faticano a ritrovare occupazione e l’aumento dei sottoccupati che vorrebbero lavorare di più per aumentare il loro reddito ma non trovano sbocco. L’immagine della Svizzera isola felice s’offusca. Inutile far finta di nulla, due Paesi «solidi», la Germania addirittura presa quale esempio da seguire, celano in grembo una dirompente bomba a orologeria che provocherà una voragine mettendo a soqquadro il sistema socio economico esistente. Il re è nudo! Scopriamo l’altra faccia delle politiche neoliberiste, quella nascosta con meccanismi le cui ripercussioni future saranno disastrose. Performance economiche tanto vantate, costruite «sulla pelle» di molti lavoratori: costretti a vivere con un reddito appena sufficiente durante la vita attiva e che saranno poveri quando andranno in pensione. Aumentare l’età pensionistica per salvare il sistema del welfare e della previdenza, come auspicato dalla Bundesbank e dal nostro Parlamento è un ulteriore escamotage contabile: non modifica le cause del problema e non può eluderle. Ai propugnatori di tali soluzioni sembra «sfuggire» il cambiamento intervenuto negli ultimi anni e che è il risultato della liberalizzazione, in questo caso delle forme di lavoro. D’un lato il lavoro c’è, ma non sempre, e magari solo per una durata limitata e non per tutti contemporaneamente, e dall’altro nuove forme di lavoro, sempre più diffuse che sostituiscono quelle del contratto a tempo indeterminato che per anni sono state dominanti e su cui si basa il finanziamento del welfare e della previdenza. Contratto a tempo determinato, lavoro interinale, su chiamata e per i giovani di lavoro autonomo stanno dilagando. Sono forme flessibili, apprezzate dalle imprese perché possono modulare il lavoro come vogliono, secondo il bisogno, e anche dagli stessi lavoratori che le scelgono o sono obbligati ad accettarle in mancanza d’altro. Forme nuove, anche ammesse dalla legislazione che però lasciano scoperto il finanziamento della previdenza e, quando avviene, con una copertura insufficiente. Non ci sono miracoli in economia: forza di cose prendere atto che il sistema economico attuale, oltre a non risolvere i problemi, addirittura li amplifica. Per andare di metafora: se le fondamenta sono d’argilla un giorno o l’altro l’edificio crollerà. 

Pubblicato in CdT, il 5 maggio 2017 

Web 4.0, nuova questione sociale?


L’inizio ’800 e la fase attuale, malgrado i contesti radicalmente diversi, hanno varie analogie, tra cui la grande innova- zione tecnologica – che genera cambiamenti e scombussola l’ordine esistente – e la necessità per i governanti di saperla gestire per garantire uno sviluppo prospero ai loro cittadini. La 4a rivoluzione industriale, denominata web 4.0, è in atto, poggia su sistemi che consentono una crescente digitalizzazione e robotizzazione delle attività. Come le precedenti rivoluzioni muove i propri passi, assai lentamente, apparentemente senza modificare molto l’esistente.
Ma sappiamo dalla storia e dall’esperienza che la rapidità di diffusione delle innovazioni, una volta superata la titubante fase iniziale, può diventare travolgente. Basti pensare a come lo smartphone abbia modificato i nostri comportamenti in meno di 10 anni. L’evoluzione tecnologica negli ultimi 30 anni ha fatto passi da gigante. La Play Station 3 della Sony acquistabile per meno di 200 fr. ha la stessa capacità di calcolo del super computer realizzato nel 1997 costato 55 milioni di dollari e che occupava la superficie di un campo da tennis. La straordinaria potenza di calcolo e di memoria dei sistemi odierni consente di applicare algoritmi di analisi e previsione che sono in grado di evolvere automaticamente senza intervento umano, offrendo grandi opportunità all’intelligenza artificiale. Robot e sistemi informatici odierni non eseguono solo cose programmate e azioni ripetitive, il salto di qualità è che sono in grado di apprendere dalla loro esperienza e da quella dei propri simili, perché essendo in rete condividono costantemente i loro dati e li rielaborano.

Imparano dagli errori commessi
L’esempio più noto è “Google translate”, lanciato nel 2006 e che in 10 anni ha compiuto enormi progressi: impara confrontando l’uso delle parole e delle espressioni utilizzate dagli utenti. Idem per le auto Tesla, che oltre ad avere “molti occhi e sensori”, elaboratori potenti, sono anche collegate tra di loro e regolarmente si trasmettono i loro dati, perfezionando e migliorando il loro comportamento, imparando ognuna dagli errori commessi dalle altre. E siamo solo all’inizio! Tutte le innovazioni tecnologiche, presto o tardi, hanno generato cambiamenti importanti sia di prodotto sia nel modo di realizzarli. La questione su cui si confrontano gli studiosi è sapere quale sarà l’impatto sul lavoro e con quale velocità si diffonderà web 4.0. La nota analisi dell’Università d’Oxford(a), pubblicata nel 2013, concludeva che il 47% delle 702 professioni è a rischio. Oltre a cassiere, magazzinieri e nel futuro prossimo autisti sostituiti da solerti robot, e autocarri a conduzione autonoma, sotto tiro vi sono l’insieme delle attività in cui v’è elaborazione e valutazione di dati, quindi toccati sono anche i colletti bianchi del settore terziario (bancario, assicurativo, legale). Mentre resteranno “lavori che si basano sui rapporti interpersonali e richiedono una capacità di giudizio” (esempio: operatori sociali, supervisori di lavori, riparatori, installatori, artisti e accademici in generale) che non possono essere rimpiazzati da “algoritmi”. Di ultima ora lo studio svolto dalla Sup di Lucerna (b), i cui ricercatori, prendendo spunto dalla ricerca inglese, hanno analizzato cosa può accadere nel nostro Paese. Confermano le tesi di Oxford, offrendo anche una cartina che mostra come l’impatto sul lavoro sarà maggiore (fino al 60%) nelle regioni periferiche in ragione di una minor presenza di accademici (17%) in confronto all’impatto nei grandi centri urbani (45%) dove gli accademici sono preponderanti (47%).

Professioni esistenti: spariranno o verranno fortemente modificate
Insomma le possibili implicazioni di web 4.0 si delineano: spariranno o verranno fortemente modificate le professioni esistenti, e molte persone – a seconda delle loro competenze e del luogo dove abitano, perderanno il loro lavoro, o faticheranno a trovarne uno. Certo vi saranno nuovi impieghi, ma sull’insieme dei Paesi e regioni economiche più importanti a livello mondiale il saldo sarà negativo di 5 milioni (7,1 milioni impieghi persi, contro 2,1 di creati) come dimostrato dall’analisi svolta dal Wef pubblicata nel gennaio del 2016.(c)

La questione sociale
La 1a e la 2a rivoluzione dell’800 lasciarono centinaia di migliaia di artigiani e operai senza lavoro e reddito: una tragedia denominata “questione sociale”. Ci volle quasi un secolo di aspre discussioni tra teorici e tra politici, e tante manifestazioni e sommosse operaie per convincere i governanti della necessità di creare un sistema di welfare. Una nuova “questione sociale” si staglia all’orizzonte, lasciar andare le cose, credendo che il sistema si “autoregolerà” senza necessità di modificare i paradigmi vigenti, è sottovalutare l’ampiezza e la velocità con cui avverrà il cambiamento e le conseguenze derivanti. Atteggiamento teorico ingenuo, e posizione politica inammissibile oltre che immorale.

Note
(a)Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, “Il futuro della disoccu- pazione. Quanto sono minacciati i posti di lavoro dalla computerizzazione?”Oxford 2013,
(b) I. Willimann, S. Käppeli, Digitale Arbeit und regionalentwiklung, FHSL, 2017
(c) WEF, The Future of Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution, 2016

Pubblicato in La Regione, del 4 maggio 2017