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giovedì 17 settembre 2026

Quello che cambia e le scelte che contano

Il cambiamento climatico è oramai realtà! La prova: aumento di eventi meteorologici estremi frequenti e violenti, temperatura terrestre in forte rialzo, ghiacciai che scompaiono, permafrost che si dissolve, scioglimento delle calotte, innalzamento e acidificazione dei mari. Un processo distruttivo per ecosistemi, con grave perdita di biodiversità e alterazione degli equilibri naturali. Una crisi quella climatica che si intreccia con un'altra trasformazione altrettanto profonda: quella generata dall'intelligenza artificiale (IA). Mentre il cambiamento climatico mette sotto pressione le condizioni materiali della vita e dell’economia, l'IA ultima generazione, apparsa questa primavera, oltre alla velocità esecutiva, ha dimostrato disporre capacità cognitive che consideravamo di sola prerogativa dell’essere umano: comprendere problemi, ragionare, elaborare soluzioni, pianificare, scegliere e verificare i risultati. Due trasformazioni diverse, ma accomunate da una caratteristica importante: entrambe stanno modificando rapidamente equilibri ritenuti perenni! La crisi climatica mette in discussione il rapporto attuale dell'uomo con l'ambiente; mentre l’IA quello dell'uomo con il lavoro, la conoscenza e la produzione. Il clima ci impone di ripensare il nostro rapporto con il pianeta; l’uso dell’IA quello derivante dalle sue performanti capacità cognitive che concorrenzano quelle umane. La sfida, per la politica e per la società civile, è evitare che queste due trasformazioni vengano semplicemente subite o utilizzate da una minoranza per trarne profitto. La questione centrale diventa quindi: quale cambiamento auspichiamo e se saremo capaci di governarlo. Affrontare la crisi climatica e governare la trasformazione prodotta dall’IA implica avere lucidità su come agire, ponendosi tre domande centrali: chi? fa che cosa? con quali mezzi? Occorre precisare : chi (istituzioni) governerà la transizione, con quali strumenti e, soprattutto, nell’interesse di chi. Alla politica il compito di fissare regole, porre limiti, creare incentivi e anticipare gli effetti della trasformazione sul lavoro. Il “settore economico” (aziende) deve chiarire come utilizzare l’IA non soltanto in termini di performance (ridurre costi, aumentare la produttività, sostituire occupazione) ma anche per aumentare i benefici sociali (creare nuove attività e redistribuire equamente benefici dell’innovazione). Al “sistema della formazione” spetta invece la missione cruciale: preparare le persone non semplicemente a competere con le macchine, ma a lavorare con esse, sviluppando quelle capacità – giudizio, creatività, responsabilità, pensiero critico e relazioni umane – che acquistano ancora più valore nell’era dell’IA. Tutto quanto induce una domanda: se l’uso dell’IA sconvolge l’organizzazione del lavoro, generando più ricchezza con meno lavoro umano: come verrà distribuita? Chi ne beneficerà? E chi sosterrà il costo della transizione, quando professioni e posti di lavoro verranno trasformati o cancellati? È la stessa domanda di fondo che accompagna la crisi climatica. In entrambi i casi, la tecnologia non è il vero problema: lo è il modo in cui decidiamo di utilizzarla, compensando impatti negativi(sociali e ambientali). Per questo la sfida non consiste nel fermare il progresso tecnologico, ma nel governarlo. Servono istituzioni capaci di anticipare i problemi; imprese socialmente responsabili, sistemi educativi adeguati, politiche sociali che redistribuiscano equamente i benefici della ricchezza creata e proteggano chi rischia di essere escluso. La domanda, allora, non è più soltanto «IA sì o IA no?».Bensì molto più concreta e politica: chi decide, con quali regole e a vantaggio di chi? L’IA potrà diventare il più potente strumento di progresso mai costruito dall’uomo, oppure il più potente acceleratore di disuguaglianze. Tutto dipenderà dalle decisioni degli uomini che avranno il potere di governarla! Pubblicato in forma cartacea: AREA, 4 settembre 2026

domenica 1 dicembre 2024

La finanza ai piani alti del nuovo Titanic

 Tra il 2020 e il 2023 -secondo il rapporto OXfam 2024-i dividendi distribuiti agli azionisti dalle 1.200 società a maggiore capitalizzazione al mondo sono cresciuti, in termini reali, 14 volte in più  della retribuzione media dei lavoratori di 31 Paesi che insieme rappresentano 81% del PIL globale. Nello stesso periodo -“tenuto conto dellinflazione, le buste paga dei dipendenti del settore privato si sono contratte quasi del 13%, mentre i super ricchi sono aumentati numericamente”. Insomma povertà dilagante con disuguaglianze abissali e crescenti ovunque, anche in quelli occidentali, fra cui la nostra Elvezia dove risiedono 11 gruppi classificati da Fortune tra le 500 più grandi compagnie mondiali.

L’economia capitalista ha un “motore tricilindrico PRU”. Dove P sta per produzione di ricchezza (prodotti e servizi destinati al mercato), R sta per ridistribuzione dei ricavi della vendita (azionisti e lavoratori), U sta per uso della ricchezza (consumi, tasse, risparmio).

Dalla rivoluzione industriale in poi, il motore è diventato sempre più raffinato e  con le innovazioni scientifiche e tecnologiche nonché dellorganizzazione del lavoro raggiungendo performance crescenti(produttività e benefici. Tuttavia, conformemente allo spirito del capitalismo, non uguale ripartizione della “torta” dei benefici tra azionisti e lavoratori.


Digitalizzazione e telematica hanno reso possibile la globalizzazione dell’economia, consentendo di produrre in aree geografiche lontane, ma favorevoli: manodopera a gogo, minor costi salariali e vincoli legislativi, oltre che azzerare i tempi morti grazie al fuso orario. La nuova divisione del lavoro ha messo in concorrenza l’economia dei paesi avanzati con quella del sud emergente. Risultato: il capitale (mobile e senza bandiera) ha accresciuto gli utili, mentre i lavoratori delle aziende nondelocalizzate” del nord, sono rimasti “al palo” a livello di reddito reale; pur mantenendo il potere d’acquisto giovando di beni prodotti nei paesi emergenti con salari e costi di produzione inferiori.


Sotto la calma, apparente, covava il “crack  subprime” del 2008 che colpì grosse banche e importanti istituzioni finanziarie facendo venire a galla il gigantesco ammanco di riserve dei vari attori del settore; la causa fu l’adozione di asset innovativi che includono meccanismi per la gestione del rischio, la speculazione e la creazione di valore.(i più noti allora: Derivati, Cartolarizzazione, Hedge Funds, ecc.) Strumenti poco conosciuti e/o non contemplati dalla teoria economica. Un“FarWest del 21 secolo” caratterizzato da totale assenza di regolamentazione e controllo. Pratica poi nominata “finanziarizzazione dell’economia”(fenomeno mediante il quale mercati, istituzioni, nonché élite finanziarie, influenzano le decisioni economiche, spostandole dal settore produttivo). 


L’intelligenza artificiale(ovvero la capacità di svolgere operazioni mentali (scrittura, lettura,, analisi, traduzione, calcoli, ecc.) ad una velocità irraggiungibile per l’insieme degli umani ha consentito di realizzare un nuovo motore economico ancora più performante che offre ulteriori e succose opportunità alla finanziarizzazione. Opportunità accolte con grandi brindisi dai big della finanza, accompagnati da fedeli “star” della politica, ai piani alti del nuovo e lussuosissimo Titanic, disinteressati e comunque certi di cavarsela dall’impatto con l’iceberg del cambiamento climatico.


Pubblicato in AREA, N°6, 21 giugno 2024