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giovedì 21 ottobre 2021

Emergenza climatica e democrazia

 L’incombenza climatica tanto annunciata, quanto negata, ha bussato all’uscio dell’umanità, facendole “assaggiare” alcuni “cocktail” dall’effetto  devastante. Conosciamo (da anni) le cause. L’aumento vertiginoso del CO₂ nell’atmosfera è provocato dalle attività umane, in massima parte mediante combustione di risorse energetiche fossili: carbone, petrolio e gas, prelevati dal sottosuolo. In poco più di 200 anni abbiamo rimesso nell’atmosfera il carbonio che la natura aveva impiegato milioni per fissarlo in dette risorse nel sottosuolo.  

Sappiamo anche da anni cosa dovremmo fare, e disponiamo anche di un paradigma di sviluppo sostenibile e duraturo, per garantire equilibrio tra effetti di produzione e consumi, e soddisfare i bisogni fondamentali di tutti gli esseri  umani e nel contempo non superare i limiti ecologici-ambientali.
Sappiamo anche che per affrontare l’emergenza climatica dobbiamo reagire rapidamente, con azioni concertate e coordinate a livello mondiale. Basarci unicamente su disponibilità o responsabilità di governi e/o cittadini come finora attuato anche nei paesi a democrazia rappresentativa ci porterà dritti al baratro. Per evitare di intraprendere la via autoritaria è utile prendere spunto da quanto le scienze sociali e politiche ci offrono.  

La teoria e la prassi per affrontare problemi indicano due approcci fondamentali: a) Top-Down (dall’alto verso il basso): i responsabili della conduzione affidandosi a esperti, decidono obiettivi, modalità, emanano regolamenti, ne sorvegliano l’esecuzione. b) Bottom-Up (dal basso verso l’alto) tutte le persone implicate sono coinvolte nella discussione su cosa fa problema, e con l’aiuto di esperti, implicati anche nella ricerca di possibili soluzioni e modalità d’applicazione.

Trasferito alla società, il primo approccio funziona ottimamente per azioni di intervento immediato, di salvaguardia e di corta durata: pompieri, protezione civile, polizia e militari. Il secondo per tutte le situazioni che devono portare a un cambiamento importante, duraturo nel tempo.
La teoria sulla dinamica dei gruppi di lavoro evidenzia che la singola persona agisce motivata e in modo efficace quando ha un’idea sufficientemente chiara dello scopo e del risultato finale, conosce e comprende l’obiettivo da raggiungere, possiede le conoscenze adeguate per agire, sa applicare i mezzi necessari, ed è in grado di valutare la propria azione. Parimenti un gruppo è efficace quando tutti i membri hanno un’idea chiara degli obiettivi, sono informati della situazione e conoscono i mezzi a disposizione, li sanno usare; e sono costantemente aggiornati sui cambiamenti dell’obiettivo per modificare la propria azione.

Un gruppo, soprattutto quando è grande, deve avere canali di comunicazione usati da tutti i loro membri, divisione del lavoro accettata da tutti, e un’autorità di coordinamento-controllo, da tutti riconosciuta. L’assenza di uno dei citati fattori inficia l’azione del singolo e del gruppo.
Un problema mette in difficoltà, obbliga a cambiare, ma al contempo è opportunità per cambiare. Problema chiama diversità di interpretazione e di soluzione. La diversità è una fonte di energia sociale poderosa. Gestita bene – ovvero confronto argomentato delle proposte a sostegno delle varie tesi – consente di trovare la soluzione adeguata. La diversità quale risorsa consente l’unità d’azione nel rispetto delle differenze.   

Applicate all’emergenza climatica e sociale suddette condizioni rinviano più che mai a sistemi politici di democrazia deliberativa – piuttosto che a quelli di democrazia rappresentativa – capaci di creare uno spazio pubblico di confronto (fra percezioni, analisi, principi, criteri, proposte e soprattutto di argomentazioni) condizione necessaria per trovare un accordo riconosciuto e applicato da tutti i cittadini considerati uguali in diritto e responsabili.

 

Pubblicato in AREA,  21 ottobre 2021

 
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venerdì 14 maggio 2021

Un nuovo mondo che fatica a nascere

V’è anelito di vita normale dopo mesi di lockdown più o meno rigoroso. Come non convenire. Già, ma quale normalità? Sapremo evitare il ripetersi di un’altra situazione traumatica, difficile e dolorosa sia a livello personale e sociale, sia a livello economico?

A livello personale e sociale «non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata» scriveva Ida Dominijanni in piena prima fase di lockdown – e «abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione». La prima fase aveva messo in evidenza solidarietà, voglia e desiderio di esprimerla e condividerla con il «ci sono anch’io», applausi al personale sanitario «eroico», i concerti dai balconi... Ma anche la voglia di aspirare a un altro mondo, un futuro diverso: aria pura, meno traffico in cielo e sulle strade, maggior tempo per sé stessi e la propria famiglia, gli altri. Un mondo dove il sapere di ognuno possa essere funzionale al benessere collettivo, e non funzionale al profitto con le sue forme organizzative “labour saving” che generano precarietà e indigenza; dove le relazioni interpersonali sono improntate sull’essere e non l’avere. La seconda ondata ha spezzato lo slancio di solidarietà, quasi euforica, di auto aiuto, di propositi, del «mai più come prima». L’isolamento sociale, l’assenza di un’educazione, di pratica pregressa, di reali prospettive, di azioni e di risultati hanno smorzato l’entusiasmo e i propositi iniziali, conducendo molti a chiudersi in sé stessi, a convincersi – illusione – che solo con le proprie forze riuscirà a salvarsi. Insomma una regressione.

A livello economico i vari lockdown ci hanno fatto scoprire la faccia nascosta della globalizzazione, le conseguenze nefaste della dipendenza, tra cui penuria di beni essenziali. L’urgenza di affrontare la crisi sanitaria e di calmierare le varie esigenze sia economiche (compensazioni di perdita di fatturato per aziende e costi salariali dei loro collaboratori), sia sociali (aiuto supplementare ai già senza lavoro) ha evidenziato e fatto “riscoprire” il ruolo fondamentale dello Stato per il funzionamento della società odierna. Il presidente francese Macron, lucido più di altri statisti, mise il dito sulla piaga: «È una follia delegare ad altri il nostro cibo, la nostra protezione, la nostra capacità di cura, il nostro ambiente di vita» dichiarò nel suo discorso alla nazione il 12 marzo 2020 annunciando perentoriamente: «Dobbiamo riprendere il controllo, ci sono beni e servizi che devono essere posti fuori dalle leggi del mercato». Risultato a oltre un anno distanza? Fuorché mascherine: nulla. Eppure sarebbe bastato stilare una lista di merci essenziali da produrre sul territorio francese «per ragioni di occupazione, controllo strategico del nostro approvvigionamento e anche per scrupoli ambientali». «Una lista di 50 prodotti – osserva L. Cordonnier economista e professore a UniLille – che non possono essere messi in vendita senza che almeno il 50% del loro valore aggiunto sia realizzato localmente».

Stesso scenario in Svizzera e nell’Ue. Insomma il paradigma di sviluppo (valori, principi, regole e struttura) causa dei tanti disagi e problemi rimane dominante. Sul piano occupazionale mondiale le prospettive indicano oltre 500 milioni di individui ridotti alla povertà a seguito della chiusura di attività. A cui s’aggiungeranno molti altri milioni di vittime della sostituzione del lavoro umano con tecnologie dell’automazione e robotizzazione d’ultima generazione. Conclusione: parafrasando Gramsci parrebbe che il vecchio mondo non voglia morire, mentre quello nuovo faccia molta, molta fatica a nascere.

 

Pubblicato in AREA,  14 maggio 2021

 
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sabato 12 settembre 2020

Necessità di resilienza

 

Estate agli sgoccioli. Una palpabile incertezza plana su qualsiasi discorso riguardante il futuro. L’evoluzione del Coronavirus sta riprendendo forza, facendo temere un secondo lockdown. Le previsioni annunciano che andremo incontro a mesi “bui”: ulteriore contrazione del PIL, degli ordinativi, della domanda interna. Molte aziende hanno dato avvio a ristrutturazioni con taglio degli effettivi, altre seguiranno, sommate a chiusure di attività rafforzeranno la spirale negativa: aumento della disoccupazione, minore reddito disponibile, minor consumi, aumento dei disagi sociali, diminuzione delle entrate fiscali, ecc.

I vari aiuti pubblici hanno dato ossigeno, allentando preoccupazioni e timori. Una riedizione getterebbe ulteriore sabbia negli ingranaggi del «motore economico» già in affanno, con il rischio di mandarlo in tilt. Con tutte le conseguenze derivanti tra cui la coesione sociale. Costi quello che costi ha dichiarato Angela Merkel, la coesione sociale va mantenuta, lo Stato tedesco interverrà con aiuti finanziari per sostenere l’economia. La Germania (ed il nostro), in virtù della sua situazione finanziaria può dirlo e farlo autonomamente. Ma ciò non vale per la maggioranza degli altri paesi EU, fra cui Italia, Spagna, Francia, che malgrado il recente accordo raggiunto dal Consiglio europeo sul Recovery Fund destinato alla ricostruzione post COVID 19 rimangono ingabbiati dal loro debito pubblico accumulato.

A complicare ulteriormente le cose è l’urgenza clima, caduta in oblio, offuscata da crisi economica e Coronavirus. Mega incendi, mega uragani, mega siccità, flagellano il globo intero, seminando morte, distruzione, danni enormi, che paralizzano le attività Sono “mostri”d'una intensità e violenza sconosciuta che si auto alimentano, secondo dinamiche proprie che mandano in “tilt” conoscenze e modelli di previsione per contrastarli.

E` "disastro permanente"frutto dell’aver ignorato la legge dell’entropia e creduto di poter domare la natura usando senza scrupoli le sue risorse come se fossero infinite, inesauribili ed oltre tutto gratuite! Ed ora la natura ci presenta il conto sotto forma di cambiamento climatico” che mette in pericolo tutte le comunità del mondo» spiega Jeremy Rifkin.

Insomma è crisi sistemica. Le crisi stanno ad indicare che l'ordinamento in auge è inadeguato, non sostenibile, e portano le società a una biforcazione: dover scegliere quale via seguire.

Qualsiasi soluzione obbliga a prendere considerazione anche la natura. E chi dice natura dice resilienza. Per noi umani approntare un sistema socio economico in modo che l’ecosistema del globo - del quale facciamo parte - possa reagire e ripristinare condizioni di equilibrio adeguate alla nostra specie.

«Il treno dei desideri all’incontrario va» cantava Celentano. Come il «treno»delle rivendicazioni degli ambienti economici nostrani e internazionali che a gran voce perorano ulteriore liberalizzazione del mercato: maggior flessibilità di contratti, meno vincoli legislativi, meno tasse; un ritorno alle leggi del «far west», con tutti gli effetti secondari conosciuti: divarico dei redditi, indigenza diffusa, indebitamenti, «necessaria austerità», inquinamento, effetto serra, distruzione ambientale, tensioni sociali, ecc. Oltre tutto comporterebbe anche procrastinare  decisioni importanti ed urgenti per affrontare l’emergenza climatica e realizzare una società resiliente capace al contempo  di rispondere ai bisogni umani.

Di certo la “mano invisibile” da sola non ci guiderà nell'era della resilienza. Non fosse altro perché non ha impedito l’insorgere dei problemi attuali! 

 

Pubblicato giovedì  10 settembre  2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N° - 13- 11 settembre 2020
Rubrica Dietro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

 

martedì 28 luglio 2020

Futuro: un'economia all'insegna del bene pubblico

Come sarà il nostro futuro sul quale pende la spada del coronavirus, tutt’altro che debellato? 
Il coronavirus ci ha fatto scoprire i costi umani, sociali ed economici, provocati dall’assenza di regole globali sulla tutela della salute generati da un sistema economico a misura di merci e capitali, senza vincoli su questioni dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente. La pandemia ha rivelato le traballanti fondamenta della globalizzazione considerata come unico modello capace di assicurare abbondanza ed efficienza e di offrire merci e servizi, a prezzi sempre più bassi. 
Le misure urgenti decretate dagli stati, perlopiù finanziate a credito (quindi da rimborsare... chi pagherà?) tamponano l’emorragia, ma sono insufficienti: essendo compensatorie, non modificano la struttura esistente e non cambiano il modello di sviluppo.

Che fare dunque. Non vi sono ricette pronte. Tuttavia traendo insegnamento da quanto accaduto dobbiamo ammettere che la produzione di beni e servizi basilari non può essere lasciata in mano al mercato, perché: 1) il mercato reagisce solo alla domanda solvibile (di chi è in grado di pagare), ignorando il resto anche se si tratta di bisogni fondamentali come cure sanitarie e dentarie, alloggi per bassi redditi, asili nido, dopo scuola ecc.; 2) l’efficienza finanziaria (produzione just in time) riduce a zero le scorte, ma quando v’è domanda non programmata, coronavirus docet, l’offerta è insufficiente e tardiva: deficit di strutture sanitarie, mancanza di materiale e medicamenti di base, mascherine ecc.; 3) dal punto di vista economico la salute è un bene pubblico globale, perché, osserva Mario Pianta, «non è semplice merce da produrre per essere venduta a consumatori individuali, ed è minacciato dalla mancanza di salute o dall’insorgenza di epidemie».

“Occorre riconoscere l’esistenza di beni pubblici, extra mercato quali: la pubblica amministrazione della legge e dell’ordine, delle prestazioni sociali, dell’istruzione; ma pure l’area dei servizi: asili, ospedali, case di riposo” e anche “alcune aree di produzione” disse nel 1997 Ralf Dahrendorf professore, patron dell’Internazionale liberale.
Forse Macron se ne è ricordato affermando che «assistenza sanitaria gratuita e stato sociale non sono costi o oneri, ma beni preziosi e indispensabili»; che «vi  sono beni e servizi che devono essere collocati al di fuori delle leggi del mercato...».

Insomma il futuro modello di economia dovrà considerare il bene pubblico sganciato dalle leggi di mercato. In primis la salute (diritto sancito a livello internazionale) e tutto il welfare (dal sistema pensionistico a quello del garantire a tutti un reddito base), nonché il funzionamento dell’amministrazione pubblica che tre decenni di politiche neoliberiste secondo il motto “affama la bestia” (privatizzazioni e tagli di spesa e non da ultimo sussidiarietà) hanno ridimensionato, costringendo le agenzie pubbliche a limitare le proprie attività, e/o fornire solo a pagamento molti servizi, perdendo universalità e provocando l’esclusione. Da non dimenticare, ovviamente quale bene pubblico, l’ambiente, i suoi elementi (acqua, aria, terra, sottosuolo, minerali...) e l’insieme della biosfera di cui facciamo parte che non possono essere considerati semplici risorse.

Il modello di sviluppo per il futuro dovrà adempiere a due condizioni fondamentali:
• soddisfare i bisogni fondamentali di ogni individuo di questo globo: cibo, acqua, alloggio, salute, educazione, integrità e sicurezza;
• garantire la sostenibilità salvaguardando l’ambiente, tutte le risorse naturali e la biosfera arrestandone la distruzione sistematica.

Tra il dire e il fare c’è l’inerzia del sistema: dalle  pressioni dei potenti (sistema bancario commerciale e della finanza) alla sudditanza della politica.

Pubblicato 3 giugno  2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°10- 6 giugno  2020 
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venerdì 8 maggio 2020

Sbagliare è umano, tirare dritto è criminale

«Life is what happens to you while you’re busy making other plans» cantava John Lennon. Proprio come il coronavirus che ha scombussolato abitudini e convinzioni nostre. Emergenza sanitaria d’un lato e stand by della macchina economica (ma non di quella finanziaria!) evidenziano pecche e difetti del modello mainstream: il capitalismo, sia a declinazione democratica, sia “del partito unico”. Tutti accomunati dallo stesso credo neoliberista: generare profitto, privatizzare, tagliare le tasse, smantellare lo Stato sociale e i servizi pubblici.
Sono venute a galla le negatività della globalizzazione: fragilità: la lunga e complessa catena di fabbricazione di una merce con unità produttive sparse ovunque e che prediligono grandezza di scala e specializzazione spinta; dipendenza: l’inceppamento di un solo elemento della catena rallenta la fabbrica, o crea penuria (prodotti farmaceutici, mascherine provenienti dalla Cina); chiusura e/o delocalizzazione di aziende locali, incapaci di reggere la concorrenza di paesi in cui vi sono meno vincoli sindacali e/o ambientali.
A cui si aggiungono elementi sottovalutati o considerati addirittura “salutari”: forme d’organizzazione del lavoro “labour saving” (risparmio di lavoro umano mediante adozione di intelligenza artificiale e robotizzazione) che esigono nuove e altre competenze, ma eliminano quelle intermedie; pressione sui salari derivante dalla concorrenza tra paesi; concentrazione di ricchezza e crescenti divari di reddito e di sostanza, tra ricchi e poveri, e tra paesi; aumento di malattie psicosomatiche (stress, burnout); e non da ultimo le esternalità (costi non contabilizzati) addossate alle comunità odierne e future: i danni a salute, habitat, infrastrutture, derivanti da inquinamento, effetto serra, prelievo ed esaurimento di risorse naturali, di cui vengono conteggiati solo costi di produzione per estrarle, ma non quelli compiuti dalla natura per offrirceli.
E allora quale futuro? Intanto benvenute le misure di sostegno statali all’economia: un “paracadute” in attesa di un altro modello di economia che sostituisca quello attuale in crisi. Crisi significa anche occasione di ripensamento. Parafrasando Einstein: “È follia riavviare l’attuale sistema economico aspettandosi risultati diversi da quelli attuali”.
Coronavirus ci ha insegnato che, noi umani, non possiamo dominare la natura essendone parte integrante. Il modello di sviluppo per il futuro dovrà avere specifiche caratteristiche. Assicurare: la soddisfazione dei bisogni essenziali di ogni individuo di questo globo in primis (cibo, acqua, abitazione, abiti, salute, sicurezza; la sostenibilità (salvaguardia del globo e dell’ambiente), essere parchi nell’uso energetico e delle risorse della terra in generale e di quelle locali.
A livello economico e ambientale ciò implica favorire: catene di produzione corte (il più possibile a km 0); economia circolare: produzione locale di beni e servizi, che rende possibile ridistribuire salari e introiti allo stato, che a sua volta consente di acquistare beni e servizi; prestiti senza interesse ad attori pubblici per investimenti significativi per la comunità; equi termini dello scambio tra paesi, eliminando i vantaggi concorrenziali basati su bassi salari, basse imposizioni fiscali e salvaguardie ambientali; adozione della moneta locale complementare a quella nazionale per agevolare scambi e rafforzare l’economia locale; reddito di base (finanziato tramite utili della BN e/o imposizione alti patrimoni e/o micro-imposta su transazioni elettroniche) che copra i bisogni di base.
Come nei grandi cambiamenti epocali del passato, tutto dipenderà dal rapporto di forza tra odierni “conservatori” (coloro, pochi, che prima e ora hanno le redini del potere politico ed economico) e progressisti (società civile e suoi movimenti). Il prossimo virus arriverà, avvertono gli scientifici. Sbagliare è umano, tirare diritto è criminale.
Pubblicato Giovedì 7 Maggio 2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°8 - 8 maggio 2020
Rubrica Dietro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

venerdì 10 aprile 2020

Di solidarietà e interesse

Coronavirus, oltre al dolore per le perdite umane, evidenzia il ruolo fondamentale della Società civile che sta dimostrando tutta la sua ricchezza con una crescente solidarietà che si esprime tramite azioni singole spontanee o organizzate (concerti, aiuti puntuali di sostegno a persone bisognose impossibilitate o costrette a casa). Un’esperienza umana che fa riscoprire il valore della vicinanza e rafforza l’unità d’intenti che sicuramente contribuiranno a modificare o almeno incrinare certezze e convinzioni.
Anche Confederazione, Cantone e Comuni si sono attivati avviando una serie di misure per venire in aiuto economico a ditte, commerci, piccoli imprenditori e lavoratori indipendenti ed autonomi. Altri aiuti arriveranno: 100 miliardi di franchi secondo la stima di due professori del politecnico per curare le ferite e far ripartire l’economia svizzera. Insomma una sorta di “piano Marshall CH”.

Le misure urgenti allevieranno lo stress e dovrebbero consentire di guardare al futuro con un minimo di fiducia. Futuro che però non potrà essere un semplice riavvio della macchina economica messa in crisi dagli effetti del coronavirus. Crisi significa anche occasione di ripensamento.
Oggi (ri)scopriamo di essere tutti sulla stessa barca e che tutti devono remare. Ma è poi vero? Due paradossi:
Esempio 1: da un lato il personale sanitario di ospedali e ambulanze che stanno dando tutto quanto possono, rinunciando a sonno, famiglia, esponendosi pure a maggiori rischi di salute per salvare gli altri. Dall’altro, persone che lucrano sulla scarsità di materiale necessario: liquido per disinfettare le mani, mascherine, medicamenti: una farmacia mi ha venduto una bottiglietta di disinfettante per le mani a 10 franchi, il suo prezzo usuale è 6,40. Spiegazione: scarsità, la legge di mercato.
Esempio 2: indipendenti, piccoli commerci hanno dovuto arrestare da un giorno all’altro la loro attività economica. Sono rimasti “nudi”: senza entrate, poche riserve, strozzati dall’obbligo di pagare oneri, tra cui interessi su prestiti contratti; al contempo istituti di credito che battono alla porta esigendo il pagamento degli interessi dovuti.
Una questione quella dell’interesse sul credito che tocca anche gli enti pubblici che giustamente iniettano finanziamenti per l’economia. Ma dove si procurano tali mezzi finanziari, come costituiscono i fondi, chi li alimenta? È un aspetto poco noto ai più. Lo Stato (in Svizzera Confederazione, Cantoni e Comuni) ottiene un credito da altri soggetti quali banche, imprese, fondi di investimento (sia nazionali sia esteri) che acquisiscono obbligazioni o titoli di Stato. Il debito pubblico non è nient’altro che la somma dei crediti forniti da istituti finanziari, non ancora rimborsati su cui corre l’onere dell’interesse. Interesse che tutti i debitori (tra cui Confederazione, Cantone) devono regolarmente pagare, oltre naturalmente a rimborsare l’ammontare del prestito.
Due almeno le constatazioni:
a) Quella dell’interesse è un’invenzione umana, non una legge divina e tantomeno ubbidisce alla legge della natura come invece fa il coronavirus.
b) L’ammontante dei prestiti dei vari Stati sarà enorme. La recente crisi del 2008 ci ha mostrato che a pagare il conto (interessi e diminuzione del debito) sono stati i cittadini tramite imposte o subendo misure di austerità che hanno tagliato fondi pubblici per la socialità, le infrastrutture ospedaliere necessarie... arricchendo una minoranza.

E una certezza: l’interesse è un meccanismo subdolo che condiziona le persone, concentra la ricchezza trasferendo il denaro da una vasta maggioranza ad una minoranza. È ciò che vogliamo continuare a mantenere?



Pubblicato Giovedì 9 Aprile 2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°6- 10 aprile 2020 Leggi altri articoli di Ferruccio D'Ambrogio
Rubrica Dietro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

https://www.areaonline.ch/Di-solidarieta-e-interesse-af9c3400?vis=5

sabato 28 marzo 2020

SETTE REGOLE DI NAVIGAZIONE NELLA TEMPESTA DEL VIRUS

Siamo tutti sulla stessa barca, tutti devono remare. È un’ottima metafora che però con il cornavirus incontra difficoltà: le autorità si appellano alla «responsabilizzazione individuale», lamentando comportamenti inadeguati, irresponsabili di taluni; in particolare giovani ed over 65 . Un ministro parla di «coprifuoco». Dove stanno gli inghippi? Una check list per orientarsi. Una premessa. «La responsabilizzazione della popolazione - secondo Olivier Desrichard, docente di salute pubblica all’Università di Ginevra - è fondamentale». Ciò implica che ciascuno possa comprendere quale comportamento deve assumere e sia motivato ad agire per interesse suo e quello collettivo. Necessaria quindi un’informazione trasparente e una comunicazione adeguata che raggiunga tutti.

1. Informazione trasparente. «Ognuno ha il diritto di ricevere liberamente informazioni, nonché di procurarsele presso fonti accessibili a tutti e di diffonderle» recita l’art. 16 della Costituzione federale. «Ciò vale soprattutto nei momenti critici come quelli che stiamo vivendo in cui il Governo limita una parte delle libertà ai cittadini», sostiene Effy Vayena, direttrice dell’Health Ethics and Policy Lab del Politecnico di Zurigo.

2. Qualità dell’informazione. È utile conoscere il numero giornaliero di contagiati e l’incidenza per fasce di età, nonché il numero di ospedalizzati e deceduti. Fondamentale avere la distribuzione per gruppi di età e le cause dei decessi. I dati cinesi (unici finora a livello scientifico) mostrano che la mortalità è maggiore più alta è l’età: 0,2% da 10-39 anni, 0,4% da 40 a 49, 1,3% da 50-59, 3,6 da 60-69, 8% 70-79, 14,8% più di 80. Ma anche che il rischio di mortalità è accresciuto da fattori di comorbidità, ovvero tipologie quali: malattie cardiovascolari,diabete, ipertensione, malattia respiratoria cronica, cancro. Insistere sui gli over 65 è riduttivo, banalizzante. Questione colta dal medico cantonale che il 24 marzo ha precisato che due decessi di persone sotto i 65 anni erano legati a tipologie importanti, senza tuttavia precisarle. È un primo importante passo.

3. Strategia e misure. La strategia adottata per affrontare la pandemia (finalità, fasi previste, obiettivi, misure associate e risultati per ogni singola fase) è parte integrante dell’informazione. Purtroppo della strategia governativa conosciamo solo finalità: ridurre i contagi per spostare il picco a metà luglio, onde evitare il tilt delle strutture sanitarie. Nulla, a differenza di Singapore, su scenari e misure che sicuramente le autorità hanno elaborato (o dovrebbero predisporre). L’inasprimento delle misure di contenimento a distanza di due soli giorni dalle precedenti - quando il loro effetto può essere misurato non prima di cinque giorni (periodo medio d’incubazione) - confonde il cittadino, diffondendo incertezza. E «l’incertezza genera comportamenti irrazionali a volte egoistici, sia presso i giovani sia presso gli anziani» dice Juan Falomir-Pichastor, professore di psicologia all’Università di Ginevra.

4. Comunicazione efficace. Per combattere incertezza e comportamenti inadeguati occorre una comunicazione efficace che arrivi alle varie categorie di persone, come suggeriscono gli specialisti. Ovvero: comunicazione che sia mirata, alla stessa stregua della pubblicità, secondo il target: giovani, adulti, anziani, ma anche di diversa cultura. E qui giocano un ruolo essenziale le dichiarazioni degli influencer, personalità pubbliche, youtuber, che secondo Pascale Roux utilizzano gli stessi codici e linguaggio.

5. Benefici per singolo e comunità. L’impatto dell’azione del singolo riguarda anche la comunità, ed essa può giocare un ruolo affinché ognuno si senta implicato. L’agire in squadra, oltre ad avere tante risorse, fa sentire meno solo l’individuo, dandogli nel contempo forza ed energia per affrontare compiti ardui e/o avversi.

6. Pressione sociale, regole. Ogni comunità vive secondo regole, alcune esplicitate (le leggi, altre meno. Per Olivier Desrichard occorre utilizzare la pressione sociale per diffondere il rispetto delle regole: lavare le mani in pubblico, distanza sociale, spiegando l’utilità di ogni comportamento, ma anche dare consegne chiare e applicabili dalle varie fasce d’età della popolazione.

7. Sanzioni. Nei momenti cruciali come quello che stiamo vivendo vanno ricordate e precisate le regole per salvaguardare l’integrità del gruppo e la sua sopravvivenza; tra queste, secondo Pascale Roux, anche le sanzioni per chi trasgredisce. La barca beccheggia violentemente, ma non è troppo tardi riprenderne il timone.


Pubblicato in Coriere del Ticino, 28 marzo 2020

mercoledì 18 marzo 2020

Riorientare il modello economico

“Il virus ha dimostrato di essere in grado di entrare negli ingranaggi del sistema mettendolo in crisi in quattro e quattr’otto. E siccome è successo una volta, a bocce ferme si dovrà riflettere sul come fare affinché il copione non si ripeta. È quindi auspicabile che, superata l’emergenza, la crisi generata dal Covid-19 ci spinga a una riflessione più profonda sulla necessità di riorientare il nostro modello economico imperante “ scrive il dir. Caratti nel suo editoriale dell’11 marzo.


Le ripercussioni sul sistema economico, sociale provocato dalla rapidissima diffusione del Coronavirus, lasciano allibito il comune cittadino, ma hanno colto impreparati anche i governanti. Quanto stiamo vivendo non è simulazione, bensì realtà con pesanti e dolorosi risvolti sia sociali sia personali. Ma anche conseguenze economiche per aziende e personale toccati dalle misure di contenimento. È venuto alla luce un fattore sottovalutato o ignorato: la  debolezza del sistema economico globalizzato dipendente da una sola area. La lunga e complessa catena di produzione della fabbrica mondo  si è bloccata, quando le autorità cinesi hanno messo in quarantena dapprima  Wuhan, epicentro dell’epidemia, metropoli di oltre 11 milioni di abitanti,  capitale della regione Hubei, il nodo ferroviario più importante della Cina. È la Detroit cinese dell’automobile, la valle dell’ottica (¼ delle fibre ottiche mondiali) e uno dei maggiori poli dell’elettronica, soprattutto componenti, che con altre distretti tecno industriali cinesi, pure toccati dalle ferree misure governative,  alimenta anche il just in time dei paesi occidentali


Nel 2002, la Cina rappresentava solo il 4% di questo commercio. Oggi la sua quota è quasi del 20%. Un rallentamento o interruzione delle forniture si ripercuote direttamente sull’attività di aziende anche in tutto il mondo in una sorta di effetto domino; anche  nella  nostra Elvezia.  Senza contare che la dipendenza arrischia addirittura di generare penuria beni di prima necessità come i prodotti farmaceutici di uso corrente  - vedi Dafalgan – provenienti dalla Cina. “Il "business as usual" non è più un'opzione” scrive Isabel sottosegretaria della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (CNUCES)-  ciò di cui abbiamo bisogno è un modello di organizzazione dell’ economia  aperto, più diversificato in termini di produzione e con catene del valore più brevi: un forte argomento a favore dell'integrazione regionale”. È una buona premessa, anche se non nuova: è dagli anni 70 che gli esperti, inascoltati, propugnano diversificazione e sostenibilità.


D’altronde ora non c’è altra scelta, pressati anche dagli effetti del cambiamento climatico e da quelli di industria 4.0 che, con IA e robot, sostituisce le persone in ambiti finora di solo competenza umana.

Onde evitare sorprese ed impreparazione gioco forza anticipare ed iniziare già sin d’ora a definire le condizioni umane, sociali, ambientali cui il futuro modello d’economia dovrà rispondere. È un compito della politica. Ma il treno degli auspici arrischia di andare nella direzione contraria:

Ursula von der Leyen, presidente dell’UE, ha dichiarato che intende giungere a siglare il nuovo trattato Ttip per liberalizzare il commercio Usa-Ue entro un mese… Insomma i grandi gruppi tecno industriali e i potenti fondi d’investimento non mollano la presa. Come dire: addio sostenibilità e diversificazione!  Politici e partiti dovranno dimostrare capacità di voler innovare. Ai cittadini e loro associazioni, spetta il compito di esercitare pressione affinché non si perda di vista l’obiettivo.



Pubblicato in La Regione, 18 marzo 2020

martedì 10 marzo 2020

Di Globalizzazione e coronavirus


Nell’editoriale Globalizzazione e Coronavirus (La Regione 2 marzo 2020) Roberto Antonini scrive, a proposito di Coronavirus: “ Il microrganismo ormai a tutti noto da poco più di un mese ci ricorda due cose. La prima è la fragilità del sistema: oggi un virus provoca un vero e proprio “grounding” globale di parte dell’economia mondiale (dall’aviazione alla manifattura, al turismo). La seconda riguarda proprio la visione antropocentrica che, mettendo al centro dell’universo l’uomo con la sua smisurata presunzione, ha creato le basi per una moltiplicazione delle malattie”. Proseguendo riprende i propositi Sonia Shah, filosofa, neuroscientifica e giornalista : “2/3 dei virus provengono da animali selvatici. Lo sconvolgimento ambientale (deforestazione, distruzione della biodiversità), le derive nell’alimentazione (gatti zibetto, serpenti e pipistrelli in vendita nei mercati asiatici), il riscaldamento climatico (con le zanzare tigre che oggi portano nel loro nuovo habitat occidentale malattie virali) sono alla base della trasmissioni all’essere umano di agenti patogeni innocui per i portatori animali. Come dire che la lotta al virus non è in fondo dissimile da quella che conduce Greta Thunberg”. Concludendo con i “ propositi di Philippe Le Bé, giornalista e scrittore romando: “C’è da sperare la sofferenza alla fine possa risvegliare le coscienze e portarci a maggior spiritualità “.

Condivido l’inquadramento della problematica relativa alle pandemie, nel loro sviluppo storico, la visione antropocentrica, nonché la fragilità del sistema economico. Ma proprio su quest’ultimo ritengo occorra spingersi oltre interrogandoci sui principi e i meccanismi che reggono sistema economico dominante, il capitalismo nelle sua accezione neoliberista, retto da regole volute dagli uomini. D’altronde lo stesso Smith ritenuto “padre “dell’economia capitalista nel suo testo fondamentale La ricchezza delle nazioni pur affermando che “l’imprenditore di successo, facendo interesse proprio fa anche quello generale” avverte che “in un libero mercato, una combinazione efficace non può aver luogo se non col consenso unanime di ogni singolo commerciante, e non può durare più a lungo di quanto ogni singolo commerciante continui a pensare che possa.” Purtroppo è quanto sta succedendo oggidì, agevolato da un quadro legislativo (vedi Costituzioni ): si ignora, dimentica e/o nega(?) l’avvertimento di Smith del consenso unanime. E allora campo libero all’agire dei grandi fondi d’investimento che procurano agli azionisti benefici di oltre il 15%, ottenuti mediante alti tassi di produttività, tagli di posti di lavoro, delocalizzazioni
dove vigono condizioni produttive favorevoli ( minor costo salariale, legislazioni ambientali e sociali favorevoli al profitto) che beneficiano un’infima minoranza, producono scorie, disastri umani, sociali, ambientali che ci stanno portando alla distruzione del nostro habitat. Forse più che di spiritualità necessitiamo di un ritorno alla politica (con la P maiuscola) che, nel rispetto della sostenibilità biologica - ambientale, delle differenze culturali e geografiche, faccia l’interesse di tutti gli esseri umani. 



Pubblicato in La Regione 

giovedì 30 gennaio 2020

Diritto all’alloggio senza carità

Nella ricca Svizzera solo il 10% della popolazione può ambire a un’abitazione propria, gli altri giocoforza restano inquilini, in “balia” del mercato immobiliare. Questi sta conoscendo un boom edificatorio senza precedenti. Malgrado l’eccesso di alloggi liberi (sono decine di migliaia in Svizzera di cui circa 6mila solo in Ticino) il fenomeno non sembra avere fine.

A prima vista tutti dovrebbero trarne profitto. È il caso per le casse pensioni, assicurazioni e grandi fondi privati che nell’immobiliare hanno trovato un settore ideale: non pagare interessi negativi richiesti dalle banche per depositi, tesorizzare il capitale in nuove edificazioni in attesa del momento favorevole per realizzare utili. Ma è anche il caso per gli inquilini che hanno un reddito disponibile sopra i 6.500, rispettivamente 5.500 fr. per il Ticino (importo sopra o sotto il quale si situa il reddito di metà della popolazione residente) che possono appagare le loro esigenze.

Ma vi sono anche i perdenti, coloro il cui reddito li esclude da qualsiasi ambizione, in particolare il 17% della popolazione classificata povera. Per loro giocoforza “abbassare le esigenze” a livello di spazio e comfort, adeguandosi a quel che il mercato offre: alloggi  sovente fatiscenti, mal isolati, umidi, rumorosi... Un fenomeno quasi invisibile; nella ricca Svizzera, i poveri non vivono in baraccopoli e per tutti c’è un letto e un pasto caldo, perbacco! Occhio non vede... e intanto la povertà dilaga e il diritto all’alloggio è sempre più una chimera. Certo rimane pur sempre il diritto all’assistenza, che per molti è però un’onta.

Insomma: mancano semplicemente appartamenti non lussuosi ma dignitosi a prezzi accessibili, e checché dica il Consiglio federale, il libero mercato è incapace di farlo. Per tali ragioni l’associazione svizzera degli inquilini (ASI) ha lanciato l’iniziativa federale “Più abitazioni a prezzi accessibili” raccogliendo oltre 105mila firme, su cui il sovrano voterà il 9 febbraio prossimo. In sostanza l’iniziativa chiede di modificare la Costituzione federale (art.108) per consentire alla Confederazione in  collaborazione con i Cantoni, di promuovere l’offerta d’abitazioni a pigione moderata, tramite enti d’utilità pubblica, con l’obiettivo di raggiungere una quota del 10% delle abitazioni di nuova edificazione; e inoltre autorizzare Cantoni e  Comuni ad applicare il diritto di prelazione su fondi idonei per la costruzione di abitazioni a scopi d’utilità pubblica (i cui alloggi, a parità di grandezza,  hanno pigioni inferiori fino a tre mensilità annue rispetto a quelle del mercato privato).

Il Governo non condivide il ruolo attivo dello stato nel mercato dell’alloggio, propone un decreto che aumenta di 250 milioni il fondo di rotazione a favore dell’edilizia abitativa di utilità pubblica, forzando però la mano: il credito diventerà operativo solo se l’iniziativa sarà bocciata!
Tuttavia e a prescindere dall’ammontare del fondo che per la maggioranza dei Cantoni consultati dovrebbe essere raddoppiato, il maggior difetto del progetto federale sta nel voler mantenere l’ente pubblico in un ruolo passivo e subalterno, se non quello di facilitare finanziariamente la costruzione  di alloggi, lasciando però l’iniziativa ai privati. Nessuna strategia del come colmare il deficit di alloggi a pigione accessibile, nessuno strumento incisivo, come il diritto di prelazione preconizzato dall’iniziativa e auspicato dalla città di Zurigo, dove i cittadini hanno voluto che il parco immobiliare in mano a cooperative o città raggiunga il 30%. E soprattutto nessuna sanzione per i proprietari che lasciano vuoti gli alloggi. L’iniziativa rappresenta un passo avanti nella giusta direzione: garantire a tutti il diritto all’abitazione relazionata al reddito disponibile, liberandolo finalmente dalle pratiche assistenziali impregnate di carità sovente vissute come umilianti.




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Giovedì 30 Gennaio 2020




giovedì 21 novembre 2019

Diritto all’alloggio quasi ovunque ignorato

Salari stagnanti, premi di cassa malati in continua ascesa, a cui si aggiungono pigioni in forte crescita. Per molti le cose stanno peggiorando, in barba al «diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, che includa un’alimentazione, un vestiario e un alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita» fissato dal Patto internazionale relativo a diritti economici, sociali e culturali adottato dall’Onu nel 1976, pure approvato dall’Assemblea federale il 13 dicembre 1991.

La questione dell’alloggio sta diventando un’emergenza ovunque. Berlino, Barcellona hanno fatto parlare di sé per le manifestazioni di cittadini che denunciavano il “ras-le-bol” per la scarsità di appartamenti primari a canoni accessibili, generata dal loro uso quali residenze per turisti. La “riscoperta del centro urbano”, nuclei storici in primis, e di quartieri popolari adiacenti quale luogo residenziale è oramai un fenomeno generalizzato. Stessa dinamica ovunque, anche da noi nelle città e località di zone lacustri: ristrutturazione di palazzi esistenti e/o edificazione di nuovi per far spazio a hotel stellati, residenze e condomini; tutti destinati a redditi medio-alti. La forte disponibilità di capitali alla ricerca d’investimento sicuro e i bassi tassi ipotecari hanno innescato un movimento di compravendita senza precedenti, con conseguente forte rivalutazione dei prezzi di terreni e immobili.

Se per i proprietari può risultare vantaggioso, per gli inquilini, soprattutto famiglie con reddito medio-basso, la faccenda diventa penosa e drammatica. Sloggiati dai quartieri a causa di pigioni fuori portata del loro reddito, sono giocoforza costretti a trasferirsi nelle zone periferiche, sovente distanti dal centro, poco o nulla servite da mezzi di trasporto pubblici, e dove il minor costo dell’alloggio non compensa l’aumento di quelli extra generati dal trasporto individuale che possono mandare in crisi il budget familiare allorquando il prezzo del carburante aumenta di pochi centesimi come evidenziato dai Gilets jaunes in Francia. A cui si aggiungono i disagi per lunghi tempi di trasferta tra domicilio e luogo di lavoro, la carenza o assenza di servizi per la copertura di bisogni basilari primari (asili, scuole, negozi, centri di assistenza medica); e non da ultimo la perdita di relazioni sociali, per coloro residenti da anni nello stesso quartiere. Tutti fattori che comportano un peggioramento delle condizioni di vita.

«Sono lieta che ci sia una legge che si rivolga a coloro che hanno particolarmente bisogno di alloggi», ha dichiarato Leilani Farha, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle questioni abitative. Non si riferiva però alla Svizzera, bensì al Portogallo dove il 1° ottobre è entrata in vigore la “Legge di base in materia di alloggio” che è un unicum: «Lo Stato è il garante del diritto all’alloggio» quale «diritto umano». «Le politiche dell’edilizia popolare – recita la legge portoghese – devono seguire i principi di universalità, proteggendo i cittadini dalle discriminazioni fra cui il canone d’affitto, promovendo l’uso di alloggi vuoti pubblici e privati soprattutto nelle aree urbane centrali». La legge consente di sanzionare i proprietari che lasciano vuoti case e appartamenti, e prevede che lo Stato metta a disposizione i beni immobili pubblici destinati alla locazione, favorendo l’accesso all’alloggio con canoni compatibili con il reddito delle famiglie. Stato ed enti locali possono applicare il possesso amministrativo, ricorrere al diritto di prelazione e all’esproprio con indennizzo.

Il Portogallo si è dotato d’una legge d’avanguardia. Resta ora la sua applicazione, ma è un passo nella giusta direzione per concretizzare il diritto all’abitazione ignorato da tutti i Paesi. Un esempio che altri Stati, fra cui il nostro, dovrebbero seguire.

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Giovedì 21 Novembre 2019
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venerdì 22 marzo 2019

Per una prosperità sostenibile


I “millennials”, e non solo, non mollano. Lo scorso 15 marzo erano milioni nelle piazze dei quattro continenti, oltre 60mila nella minuscola Svizzera. Of course: l’emergenza climatica la fa da padrona nei programmi governativi, di incisivo: nulla. La produzione energetica con sole risorse rinnovabili decisa nel Summit di Parigi è una sfida ciclopica, ma anche un’opportunità per cambiare il modello socioeconomico di sviluppo, ai margini del collasso.

Tuttavia v’è palese incapacità (o volontà ?) delle élite dominanti e di una folta schiera di economisti di liberarsi dai tre principi: crescita, concorrenza e libero scambio. Un’ostinazione, dogmatica che inficia la realizzazione di un sistema socioeconomico che offra prosperità per tutti e sia sostenibile nel tempo; un obiettivo che figura in tutti i programmi governativi.

Non mancano tuttavia idee e proposte di studiosi, movimenti sociali e forze politiche (poche per il momento) che propongono un altro paradigma di sviluppo. Ecco un compendio che riassume gli elementi principali:

1. Sostenibilità e resilienza
•    Trasporti di persone centrati su quelli pubblici (Tp) e mobilità lenta, riduzione drastica del trasporto individuale motorizzato (Tim);
•    pianificazione urbana che dia priorità a ecoquartieri integenerazionali, con negozi, commerci e servizi, posti di lavoro accessibili con Tp;
•    produzione agricola e alimentare secondo i principi biologici, a chilometro zero, abbandonando quella industriale che fa largo uso di  fertilizzanti sintetici, pesticidi, enormi quantità di acqua che avvelenano la terra e la falda e acidificano gli oceani;
•    economia circolare con moneta locale e creazione regionalizzata di valore aggiunto mediante sostegno ad aziende pubbliche, cooperative, collaborazioni tra produttori e consumatori;
•    cooperazione nell’uso e creazione di infrastrutture per energia, trasporti, acqua.

2. Giustizia e reciprocità. Per compensare l’esternalizzazione dei costi ambientali, l’appropriazione di risorse, lo scambio ineguale subito dai paesi detti “arretrati” o del “terzo mondo” occorrono:
•    accordi commerciali equi, al posto di quelli di libero scambio;
•    reti di produzione e di consumo intra-regionali e rafforzamento dei mercati interni;
•    economia collaborativa e della mutua condivisione.

3. Prosperità invece di crescita del Pil. Gli Usa nel 2016 si collocavano all’ottavo posto nell’indice globale in termini di Pil pro capite, ma solo al 108esimo secondo l’indice “Happy Planet Index” (che tiene conto di vari fattori qualitativi) a causa degli elevati livelli di degrado ambientale, consumo di risorse ed elevata disuguaglianza.

Azioni:
•    indicatori qualitativi al posto di quelli quantitativi;
•    beni pubblici a favore della “qualità di vita” per tutti, invece di deregolamentazione, concorrenza e privatizzazione;
•    orario di lavoro ridotto per tutti, grazie ai guadagni di produttività derivanti dal progresso tecnico;
•    forme di lavoro artigianali e servizi sociali alla persona;
•    reddito di base incondizionato per accrescere la sicurezza sociale di fronte alla diffusione crescente di forme d’organizzazione del lavoro anomale ( tempo determinato, su chiamata, autonomo ecc.);
•    attività del settore finanziario orientate a obiettivi sociali.
4. Riequilibrio del sistema di valori. Le politiche neoliberiste favoriscono crescita, concorrenza e accumulo di denaro scaricando sul lavoratore-consumatore la parte cospicua del finanziamento statale, accrescendo le disparità e intaccando la coesione sociale, quindi:
•    quote differenziate in funzione del reddito per assicurazioni sociali; idem per Iva accrescendo quella su prodotti e servizi di lusso;
•    tasse su operazioni e movimenti finanziari che esulano da investimenti produttivi.

Molte azioni elencate sono già realtà a livello di gruppi sociali, comuni, regioni. Nulla di utopico, anzi!


 Apparso in Area, il 22 marzo 2019

Rimettere al centro l’essere umano e la natura

Per decenni abbiamo prelevato risorse, prodotto energia à gogo con carbone e petrolio, riversato nella biosfera la spazzatura, tra cui il CO₂, e ora la Terra presenta il conto. Un conto che non siamo in grado di onorare. Potrebbe essere la sintesi di un contabile.
Intanto il surriscaldamento prodotto dai gas ad effetto serra fa battere record di temperatura, siccità, alluvioni, tempeste di neve e tornado. Il fenomeno procede più rapido del previsto: a fine secolo l’aumento potrebbe segnare oltre 6 gradi, invece dei 2 considerati limite massimo. Lo afferma una ricerca pubblicata dalla Rivista Pnas dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense. La scarto di previsione è da imputare ad una sottovalutazione di alcuni fenomeni di retroazione tra loro interagenti. Per capirci: la fusione dei ghiacci polari della Groenlandia, innesca una perturbazione delle correnti oceaniche, provocando un’accumulazione di calore nell’emisfero sud, causando un’accelerazione della fusione antartica, dunque del permafrost, che libera metano fissato nei ghiacci, che infine accelera quale gas serra il riscaldamento.

In realtà la catastrofe climatica imminente non è che la punta dell’iceberg. Vari altri fenomeni sono compresenti: crisi ecologica-esaurimento risorse di base: acqua, terreno e materie prime, diminuzione della biodiversità; crisi economica – costi reali che superano i benefici, vulnerabilità di un sistema omogeneo interconnesso, con effetto domino (vedi crack finanziario del 2008); crisi sociale – crescente precarietà e disuguaglianze nell’accesso a servizi, ai beni di base (cure, alloggio...), emigrazioni forzate. In altre parole, oltre ad ambiente e clima, sta collassando l’intero modello socio-economico e culturale. Collasso riconducibile alle esigenze del capitalismo: crescita costante dei consumi e del profitto.
La strategia Carbon tax – quote di CO₂ (e anche quella di pompaggio del CO₂) – è inadeguata per raggiungere  in tempi utili il doppio obiettivo di: azzerare le immissioni dei gas ad effetto serra entro il 2050 e di realizzare un modello di società sostenibile a livello ambientale, climatico, sociale ed economico.

«Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati» disse Einstein. Parafrasandolo: non possiamo risolvere la complessa crisi odierna applicando principi e criteri che l’hanno creata. Per affrontare il problema complesso è necessario adottarne altri. In primis adottare l’approccio interdisciplinare. Impossibile proseguire a compartimenti stagni. Esemplificando: è positivo che l’auto elettrica non emetta CO₂ quando viaggia, ma l’elettricità che la muove e tutta l’energia, nonché risorse per costruire le sue varie componenti sono CO₂ free? Idem per il legume bio proveniente da paesi lontani, certo rispettoso a livello di produzione locale, ma che ne è del bilancio complessivo dell’intera catena di trasporto-conservazione-commercializzazione in Svizzera? Inutile “sognare” un’impossibile quadratura del cerchio: “The Game is over”.

Il cambiamento radicale di paradigma dovrà basarsi su elementi qualitativi in sostituzione di quelli tecnico-quantitativi odierni, facendo spazio a sostenibilità ambientale, resilienza ed efficienza, comportamenti parchi, mutualismo, benessere psico-fisico delle persone, il loro ruolo e funzione.
Una sfida che tocca nel profondo valori e convinzioni, rimettendo al centro dell’attenzione l’essere umano e la natura di cui è parte integrante. Sostanzialmente quanto reclamano anche le migliaia di giovani scesi in piazza in varie città svizzere e del mondo.

Apparso in Area, il 15 febbraio 2019

Crisi ambientale: il cane che si morde la coda

Fine 2018 e inizio 2019 con notizie non propriamente di buon auspicio su tre fronti distinti ma correlati:
a) allarme climatico lanciato dall’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite): “Il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di 1,5 gradi già nel 2030 anziché 2050”;
b) manifestazioni di piazza che hanno mobilitato migliaia di persone contro la precarietà economica sociale (“gilets jaunes” in Francia, lavoratori del tessile in Bangladesh);
c) inceppamento della macchina industriale europea, tra cui quello della “locomotiva tedesca” con un 2018 all’insegna della crescita negativa.

Tre impasse che hanno carattere sistemico: impossibile dissociare la dimensione ecologica-climatica da quella rispettivamente economica e sociale. All’osservatore distaccato non può sfuggire la contraddizione del modello socio-economico in auge: molto performante a livello di creazione di ricchezza, ma al contempo anche nel creare disparità sociali e precarizzazione crescente. Oltre tutto agendo in modo predatorio: non computa, e quando avviene lo fa in modo inadeguato, i costi di produzione e commercializzazione delle merci derivanti dall’uso e/o distruzione dell’ecosistema: acqua, aria, suolo, petrolio, gas, carbone, materie prime e minerali ecc. Tutte sostanze disponibili in quantità limitate. E dulcis in fundo provoca sconvolgimenti climatici estremi (aumento e violenza dei tifoni, precipitazioni o siccità, inondazioni ed elevazione del livello dei mari...), perdite umane e materiali, che oltre a distruggere habitat e risorse, buttano nell’indigenza totale un numero crescente di persone, costrette sempre più a emigrare da luoghi inospitali.

Pur essendo la meno appariscente, quella eco-climatica è l’emergenza più pressante: se non affrontata provocherà la distruzione dell’ecosistema della Terra (clima e risorse) favorevole alla vita umana.
Per affrontare la incipiente minaccia v’è una sola soluzione, condivisa all’unanimità dai firmatari delle convenzioni sul clima: abolire l’uso di combustibili fossili responsabili dell’effetto serra. La strategia scelta dalla maggioranza è l’orientamento di produttori e consumatori mediante gli strumenti di mercato: tassa sul carbonio (su tutte le sostanze che emettono biossido di azoto (CO₂), responsabile dell’effetto serra), quote massime CO₂ per paese, borse del CO₂ ecc. Per essere incisiva la tassa sul carbonio dovrebbe esser assai alta onde dissuadere rapidamente dall’uso delle risorse energetiche fossili.

L’applicazione delle misure, lasciata ai singoli paesi, ha fatto segnare una diminuzione delle emissioni globali di CO₂, ma in quantità insufficiente, tant’è che lo stock di gas a effetto serra è ancora aumentato. Ciò perché l’importo della tassa è troppo basso: oscilla tra i 15 e i 120 dollari la tonnellata di carbonio (CH 96 franchi), mentre il “range” indicato dagli specialisti è 500-800 dollari. Importo che resta una chimera considerate le pressioni crescenti di certe lobby che, come accaduto al Consiglio nazionale elvetico nel dicembre scorso, vogliono una sua diminuzione.

La strategia d’orientamento del mercato tramite la tassa sul CO₂ appare inefficace e inadeguata per ottenere l’azzeramento delle emissioni di carattere antropico in tempo utile. E anche qualora ci riuscisse potrebbe indurre le aziende a riversare sui consumatori i maggior costi derivanti dalla tassa, scatenando un effetto “boomerang”: riduzione del potere d’acquisto, contrazione dei consumi ed effetti recessivi. Situazione indigesta al capitalismo che necessita di crescita costante dei consumi per sostenere l’esigenza di profitto. Parrebbe che non se ne esca: “Il cane si morde la coda”!

Pubblicato in Area il 17 gennaio 2019

SOS sociale ed ambientale



Eventi climatici sempre più violenti e frequenti, stanno sconvolgendo i quattro angoli del pianeta. L’emergenza ambientale non può più essere relegata in secondo piano perché le sue ripercussioni stanno oramai minando le strutture produttive vitali su cui si basa il modello di sviluppo in auge. I fenomeni odierni non hanno nulla a che vedere con quelli accaduti in tutto il passato dell’uomo. Come afferma l’ecologista Daniel Tanuro è una crisi dei rapporti tra l’umanità e il suo ambiente; un unicum nella storia umana, una novità assoluta, derivante da un sistema socio-economico che si basa sull’uso massiccio di combustibili fossili (carbone, petrolio, e gas) per produrre energia. Combustione che libera nell’atmosfera carbonio che si trasforma in CO2 (il biossido di carbonio). Il CO2 è “trasparente” ai raggi solari ma blocca quelli infrarossi irraggiati dalla terra verso l’esterno (effetto serra), facendo aumentare la temperatura del pianeta. Ovvero maggiore è la concentrazione di CO2, maggiore è l’aumento di temperatura. Alcuni dati per comprendere la situazione odierna: la concentrazione media di carbonio sulla superficie terrestre nel 1750 era di 278 parti per milione di volume (ppm), lo scorso anno era arrivata a 405 ppm che è il valore più alto degli ultimi 800mila anni.
Siamo già ben oltre i 350 ppm, valore considerato dagli specialisti quale limite superiore onde evitare effetti climatici disastrosi. Insomma il CO2 che ha creato condizioni climatiche favorevoli alla vita che conosciamo, provoca il contrario quando supera il suddetto limite!   
Per il bio-economista Herman Daly il nostro modello socio economico di sviluppo basato sulla sete del profitto che spinge a produrre sempre di più non è più sostenibile perché, oltre a risultare antieconomico (costa di più di quanto  valgano i margini che si ottengono) creando precarietà e disagi sociali crescenti, distrugge l’ambiente in cui viviamo.
Anche se smettessimo oggi di immettere artificialmente carbonio nell’atmosfera non ritorneremmo presto alla normalità, perché la capacità d’assorbimento naturale del CO2 tramite oceani e foreste è limitata e richiede tempo.  Resteremmo quindi per decenni ancora sotto l’effetto della “lunga coda ” del gas accumulato e relativi effetti climatici di cui abbiamo avuto solamente i primi assaggi.
Purtroppo siamo ancora distanti dalla situazione di zero emissione, anzi! Tuttavia v’è la convergenza quasi univoca a livello internazionale sulla necessità di agire per far passare il sistema energetico dalle fonti fossili al solare. Obiettivo ambizioso che non può essere concretizzato da un giorno all’altro. Esso richiede l’applicazione di una strategia concordata tra tutti i paesi, nonché rigore d’applicazione da parte di ognuno. La realtà descritta dai dati raccolti indica che sebbene vi sia stata, qua e là, qualche riduzione, siamo ben lontani da quanto auspicato. La velocità di riduzione delle emissioni è troppo lenta, assolutamente insufficiente per raggiungere la sostenibilità ambientale: mantenere l’aumento a 1,5° C rispetto al periodo preindustriale.
Che fare? A differenza dell’economia, della politica e del sociale la crisi ambientale non è una situazione transitoria: nella scala temporale umana essa comporta fenomeni che sono, già ora, irreversibili.
Gioco forza voltare pagina rapidamente, definendo una strategia che  abbandonando il paradigma dominante, consenta di superare le impasse attuali generate dal capitalismo e la sua necessità di crescita fisica infinita, per adottare uno nuovo che, mirando ad una forma di stabilità, si adatti  alla capacità di carico planetario, e al contempo possa realizzare la sostenibilità socio-economica che abbia al centro i bisogni umani ed il riconoscimento del loro lavoro.



Apparso in Area il 5 dicembre 2018

sabato 18 agosto 2018

Industria 4.0: lavoreremo 3 ore al giorno?


Parte 2
Con Industria 4.0 siamo entrati nell’era dell’automazione grazie alla tecnologia che consente di realizzare macchine in grado di attuare attributi finora di stretto dominio umano e dove applicate sostituire il lavoro dell’uomo. Le varie macchine (computer, robot, sistemi misti ) sono sempre più grado di valutare, esprimere un giudizio, apprendere da quanto fanno, di ragionare e di creare. In campi specifici ovviamente, ma il trend è lanciato.
C’è da aspettarsi un impatto sull’organizzazione del lavoro che subirà un ulteriore radicale mutamento mano a mano che Industria 4.0 si diffonderà. Una diffusione non omogenea, piuttosto a macchie di leopardo, in settori, rami operativi, nonché paesi dove più vige maggior concorrenza. Nuove o diverse competenze saranno richieste ai collaboratori, rendendo obsolete la maggioranza di quelle odierne, e come nelle precedenti rivoluzioni vi sarà sostituzione di lavoro umano in settori finora off-limits. Logica quindi la disoccupazione tecnologica, e al contempo l’aumento poderoso della produttività del lavoro, ovvero minor tempo di lavoro umano per creare un‘unità di bene o servizio. Che succederà allora con il lavoro: aumenterà, come pare essere certa l’ideologia dominante, oppure scemerà? Per
rispondere occorre dapprima chiarire che per le statistiche sul lavoro appare occupato chi ha lavorato almeno un’ora al giorno, quindi l’impiego può aumentare, ma non necessariamente la sua durata e relativo reddito! Ovviamente anche in futuro il fabbisogno di lavoro continuerà ad esistere
ma sotto forme e modalità ben diverse da quelle in vigore. Già si possono cogliere deboli, ma significativi segnali, che mostrano accanto alla forme classiche di impiego a tempo indeterminato, un fiorire di modalità atipiche, che, sfruttando internet e relative applicazioni, consentono alla singola persona di interagire direttamente con una piattaforma per offrire o

cercare lavoro( il cosiddetto “crowdworking” praticato da almeno 3,5 % degli Svizzeri). Lo sconvolgimento dell’organizzazione del lavoro è grande; e altrettanto lo è quello dello statuto e forme giuridiche di lavoro autonomo ( più noto quello alla Uber) attualmente non contemplate, o non sufficientemente tutelate o dal sistema d’assicurazioni sociali. L’uberizzazione, sorta di moderno cottimo, comporta, per dirla con Varoufakis, riduzioni strategiche dei salari a livelli sempre più bassi che non possono essere razionali, in quanto contraggono la domanda aggregata portando al collasso catastrofico, generato da una spirale perniciosa: minor reddito, implica meno domanda, quindi minor produzione di VA, da cui minor ridistribuzione sotto forma di salario e di imposte, minor risorse per lo stato per acquisire (beni e servizi)o ridistribuire (reddito a coloro sotto la soglia della povertà)....
Un aneddoto affibbiato a Henry Ford II riassume la questione lavoro umano sostituito dalle macchine; esso narra che Ford rivolgendosi a Walter Reuther boss dei sindacati in visita alla fabbrica disse: “come farai a far
pagare i contributi a questi robot?” Al che il sindacalista rispose come farai a farti acquistare le tue macchine: dai robot?”..
Appare ovvio che con l’affermarsi del nuovo paradigma produttivo sia necessario attuare un cambiamento dei principi di economia politica. la prima volta nella storia moderna.
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Accadde a cavallo tra 800 e 900 quando di fronte a disoccupazione e precarizzazione prodotte dalla rivoluzione industriale, le classi dirigenti dei vari paesi industrializzati si convinsero, non dopo lunghi dibattiti e moti popolari, che la miseria sociale non derivava dalla volontà divina, ma interpretata come conseguenza di un ordinamento politico ed economico. Riconobbero la necessità di dar avvio a ciò che oggi chiamiamo sistema welfare. Industria 4.0 obbliga pure al ripensamento, essa tuttavia offre anche un’opportunità da tempo agognata: diminuire la durata del lavoro grazie al poderoso aumento di produttività. “Il progresso tecnico consentirà prosperità generale e riduzione del tempo di lavoro”, disse Keynes nel 1930, profetizzando che entro 100 anni “3 ore di lavoro giornaliero, 15 settimanali, sarebbero bastate”. Non siamo lontani dalla scadenza. Spetta quindi alla politica volere e sapere farsi carico del cambiamento, per ridefinire principi e priorità, consentendo di mantenere e/o migliorare il benessere di tutti.
Se il dibattito tra teorici è assai vivace, quello politico langue e non pare all’altezza dell’importanza del problema. Le proposte presentate nel novembre scorso dal Consiglio federale (formazione di base e continua per
preparare i lavoratori alle nuove esigenze in primis, e secondariamente puntuali e specifici adattamenti delle condizioni quadro nel settore dell'occupazione e della sicurezza sociale) dimostrano scarsa comprensione dell’insieme della problematica, ed una propensione a restare a rimorchio della rassicurante ideologia dominate affermante che il lavoro cancellato sarà compensato da quello nuovo con la crescita. Un atteggiamento a
rimorchio, piuttosto che alla guida dello sviluppo.
Per riuscire la politica, scevra da ideologie, dovrà saper porre alcune domande pertinenti; per esempio: a chi vanno i guadagni di produttività realizzati? Come ripartire tali guadagni? Cosa significa lavoro oggi: solo prestazione remunerata che produce valore di scambio ? o anche prestazioni non remunerate che generano valore di scambio (es. uso internet da cui le grandi del web traggono big data che generano ingenti profitti) o ancora tutte le prestazioni che generano valore d’uso, non remunerate (lavori domestici, educativi, di cura, ...) senza le quali l’economia si bloccherebbe?... Ce la farà da sola o occorrerà una “spinta dal basso?"


Apparso in Corriere del Ticino 10 marzo 2018