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venerdì 4 marzo 2022

Come prepararsi alla prossima inevitabile pandemia

Fine della pandemia da coronavirus e ritorno alla tanta auspicata normalità? Il Consiglio federale ne è convinto, la fase critica è superata: via libera a un ulteriore allentamento delle misure anti-Covid. Tuttavia v’è una certezza: un’altra pandemia da virus arriverà presto o tardi, perché, usando le parole della virologa Ilaria Capua: «Un virus è il risultato di interazioni biochimiche della natura, di cui quali esseri umani facciamo parte». L’unica incognita è quando e da dove partirà.
Nell’uscire da un’esperienza traumatica e dolorosa come quella da Covid giocoforza cercare di capire cosa è accaduto, evincere le cause e concause, ma anche tutti gli effetti relazionati: economici, sanitari, ma anche sociali, tra cui il benessere dell’individuo. Disponiamo di statistiche riguardanti infettati, ospedalizzati e/o ricoverati nelle cure intense; di quelli guariti e di coloro, e sono parecchi, che non ce l’hanno fatta. Sappiamo anche di molti che pur essendo “guariti” hanno sofferto per mesi o continuano a subire effetti debilitanti (il cosiddetto Long Covid). Le varie associazioni nazionali di psicoterapia concordano che il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro, anche per chi non è stato contagiato, ha portato molti sull’orlo di una crisi di nervi, a un aumento di casi di depressione soprattutto fra persone a basso reddito e/o disoccupate.


A inizio 2020 l’Oms, considerando i dati forniti dalla Cina, confermati da verifiche di istituti occidentali, aveva segnalato il ruolo aggravante di diabete, cancro, ipertensione, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, che appartengono alle cosiddette malattie non trasmissibili (Mnt). Questione presa in considerazione nella strategia anti-Covid: le persone affette da Mnt sono state messe in priorità 1. Merrill Singer – medico e antropologo americano – in un articolo del 1997 dimostrò che le malattie non trasmissibili sono maggiormente presenti in ambienti sociali precari, caratterizzati da bassi redditi, abitazioni insalubri, malnutrizione, insicurezza e stress generato dall’incertezza di poter soddisfare i bisogni primari. Le statistiche ci dicono che nel mondo v’è oltre 1 miliardo di persone affette da Mnt.
L’insieme di problemi di salute, sociali ed economici derivanti dall’interazione di due o più malattie trasmissibili (virali) con malattie non trasmissibili ha un nome: sindemia. A differenza della pandemia, provocata dal diffondersi di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente il corpo umano con la stessa rapidità e gravità ovunque, la sindemia introduce un nesso tra l’agente infettivo di malattie e le condizioni ambientali, economiche e sociali.
Di fronte al coronavirus «tutti gli interventi dei governi mondiali si sono concentrati sul taglio delle vie di trasmissione virale, per controllare la diffusione del virus», scriveva a inizio pandemia Richard Horton, redattore capo della rivista scientifica The Lancet.
 

Davanti all’importanza e all’urgenza probabilmente l’unico approccio agibile. Per affrontare il prossimo virus con potenziale infettivo, evitando che sfoci in una ripetuta tragedia umana, diventa urgente approntare una strategia che assegni priorità:
1) alla cura e soprattutto alla prevenzione delle malattie non trasmissibili, assicurando che ognuno possa avere: alimentazione equilibrata, alloggio salubre, con spazi personali sufficienti, in un ambiente qualitativo; condizioni di lavoro conciliabili con impegni di famiglia e ovviamente, presupposto indispensabile, un reddito che consenta di affrontare i costi base;
2) produrre i medicamenti e vaccini mettendoli  a disposizione di tutta la popolazione mondiale senza condizioni di brevetti o finanziarie.
Presupposti al momento non riuniti nemmeno nella ricca Svizzera: il tempo stringe!

 

Pubblicato in AREA 4 febbraio 2022 (cartaceo)

Digitale Rubrica Dietro lo specchio

Coronavirus: le omissioni della politica

 

Non sappiamo ancora quale impatto avrà il virus nei prossimi mesi o anni. Per questo dobbiamo rimanere vigili ed essere pronti a reagire in caso di bisogno» ha detto Berset.«Arriverà un giorno una nuova mutazione? Chi lo sa» risponde Cassis invitando tutti a comportarsi in modo prudente”.

Per evitare un nuovo-e insostenibile disastro a livello sociale ed economico provocato da una insorgenza di una variante “cattiva” occorre realisticamente considerare lo scenario peggiore: poca e/o nessuna protezione immunitaria e/o inefficacia dei vaccini disponibili Ciò significa concretamente prevedere alcuni mesi per sviluppare, testare e produrre un nuovo vaccino, fronteggiando nel frattempo l’emergenza curativa diponendo di strutture ospedaliere adeguate (personale e mezzi). Come con Covid19 andranno definite e concordate regole comportamentali che modificheranno “la normalità”.

Eppure questo è uno scenario incompleto perché dimentica che Coronavirus non colpisce tutti in modo uguale: “del 10% più povero della Svizzera, il doppio ha dovuto essere trattato in terapia intensiva rispetto al 10% più ricco. Le differenze nei decessi e nelle infezioni sono altrettanto chiare. Corona è un virus di classe” A dirlo è Matthias Egger -ex capo della task force e presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche del Fondo Nazionale Svizzero- che ha studiato la connessione tra lo status socio-economico ed il rischio di Covid19. Un “dettaglio” non evocato da Berset e altri ministri che diventa omissione allorquando veniamo a sapere che 25 anni orsono Merrill Singer -antropologo, medico e prof.Uni del Connecticut- evidenziò come talune malattie: diabete, cancro, ipertensione, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, le cosiddette malattie non trasmissibili (Mnt) fossero maggiormente presenti in ambienti sociali precari, caratterizzati da bassi redditi, abitazioni insalubri, malnutrizione, insicurezza e condizioni di stress generati dall’incertezza di poter soddisfare i bisogni primari. Nel mondo v’è oltre 1 miliardo di persone affette da Mnt. I dati aggiornati dall’UST ci dicono che in CH quasi il 30 % ne soffre di almeno una ( il Ticino con altri 7 cantoni è leggermente al disopra la media). Nel 2017 Singer e coautori, in un articolo pubblicato dalla rivista di ricerca medica inglese The Lancet, arrivavano alla conclusione che “per la prognosi e il trattamento delle malattie e per le politiche sanitarie occorra una visione che metta alla luce tutte le interazioni biologiche e sociali.” Visione che chiamarono sindemica

Nel settembre 2020 Richard Horton, direttore di The Lancet, riprendendo gli assunti di Singer a proposito di Covid, affermava che “due tipologie di malattie agiscono in sinergia, incidendo maggiormente sulla salute di alcune popolazioni specifiche: A) la grave infezione da Coronavirus2(Sars-CoV-2); B) una serie di malattie degenerative di tipo non contagioso” (le Mnt).”Le condizioni- proseguiva Horton- per lo sviluppo di entrambe le tipologie riguardano soprattutto alcuni gruppi sociali e si ritrovano concentrate a causa di disuguaglianze profondamente radicate nelle nostre società. La combinazione di queste patologie nei contesti di disuguaglianza sociale ed economica, accentua gli effetti negativi di ogni singola malattia”.
Horton ammoniva:“non importa quanto sia efficace un trattamento medico o protettivo un vaccino, ogni ricerca di una soluzione puramente biomedica per contrastare il Covid-19 è destinata a fallire”.
Affrontare il Coronavirus o altre sindemie richiederà gioco forza una strategia che associ sia il trattamento biomedico (la cura) sia l’eliminazione dei fattori socio economici affrontino e cancellino le profonde disparità di classe esistenti, focolai e amplificatori delle malattie non trasmissibili. Governanti e politici, sono avvertiti: qualsiasi omissione sarà da considerare volontaria quindi corresponsabile.

 

 Pubblicato   in LA REGIONE, 24.2 2022;  cartaceo e elettronico


martedì 1 marzo 2022

Vaccini, monopoli e interessi

 

Nell'editoriale “Chi monopolizza i vaccini” apparso su questo giornale, lunedì 1 febbraio, Simonetta Caratti riassume in modo chiaro l'agire dei big farmaceutici e problematiche derivanti: “prima con il marketing ossessivo e ora ritardi e promesse non mantenute, ...in un mercanteggiare senza precedenti, tra contratti blindati (anche se ci sono in ballo soldi pubblici!) e corsie di accesso prioritario ai più ricchi, hanno promesso milioni di dosi dei loro vaccini ancora prima di sapere se fossero sicuri, efficaci e se potevano effettivamente consegnarli” Alcuni miei complementi:

a)i vaccini, come dimostra la pandemia odierna, sono indispensabili, anzi vanno considerati un “bene comune universale” come ha ricordato il Segretario dell'ONU nel suo intervento al WEF appena concluso, quindi svincolati da priorità ed interessi specifici di privati;

b)la produzione del vaccino essendo importante ed urgente, ha priorità assoluta.
A rigore di logica la produzione del quantitativo necessario di dosi può essere
raggiunta coinvolgendo  tutte le aziende che hanno capacità produttive adeguate:
sia quelle che hanno licenze e brevetti sia le altre.

c)In caso di urgenza(guerre, cataclismi, o come nel caso odierno una pandemia) gli stati dispongono di provvedimenti speciali. In svizzera, pure in Ticino è lo “stato di necessità” (art 20 Legge protezione popolazione), il cui art. 22 recita “non potendo garantire con i mezzi ordinari l’attività amministrativa, i servizi d’interesse pubblico hanno facoltà di precettare personale, requisire i mezzi ed i beni necessari”. È quanto accaduto con Covid con la precettazione del personale sanitario e civile, nonché la requisizione di strutture ospedaliere e logistiche.

d)Tuttavia tale facoltà di vincolare le aziende è data solo per aziende che attuano sul proprio territorio. Il potere degli stati finisce dunque alla frontiera del loro territorio. Questo limite è sfruttato dalle multinazionali consapevoli che a livello del diritto internazionale non esiste autorità superiore - sopra le parti- che possa dirimere su diatribe tra un Paese ed un'azienda non insediata in quel paese. Agli stati rimangono due soluzioni: accettare un compromesso (come ha fatto la Presidente UE) o utilizzare la forza.

Un breve commento.
A pochi mesi dal voto popolare sull'iniziativa “Per imprese responsabili – a
tutela dell’essere umano e dell’ambiente” eccoci serviti con un ulteriore esempio 
dell'agire di talune multinazionali:
 • arrogante, sfrontato a livello comunicativo ;
 • consapevole  e meticoloso nella  scelta del dove insediare (paese)  e quali
 attività realizzare.  Per quelle più critiche ovviamente paesi più “liberali” e
 “disponibili”, con leggi meno vincolanti a livello  sociale, ambientale  e con
 meno imposizioni fiscali  (non a caso la Svizzera è sede di tante
 Multinazionali)
 • cinico e  odioso  nell'applicare il motto: “business is business” incurante
 degli effetti sociali, ambientali  derivanti
 Da parte dei vari governi tra cui il nostro:
 •ingenuità e leggerezza nel non sapere valutare i rischi affidandosi alle
 promesse e  buona volontà delle  multinazionali
 • subalternità degli interessi generali di milioni di persone agli interessi
 economici finanziari di poche persone.
 Una situazione da Farwest  che “sovranità dei singoli stati” e “liberismo
 imperante” rende difficile da risolvere.
 
Pubblicato in La Regione, 3 febbraio 2021 

venerdì 10 dicembre 2021

Virus e clima: due facce della stessa medaglia


Il Consiglio federale tira il fiato. La bocciatura del referendum gli consente di poter agire, non incagliarsi ulteriormente, evitando il ricorso a decreti per farlo. Siamo a cavallo? Non proprio. Facciamo mente locale: due anni or sono, giorno più giorno meno, giunse notizia di un virus che mieteva vittime in una metropoli della lontana Cina. Sottovalutato in occidente e in Svizzera con quella supponenza  da primi della classe che ci distingue, snobbato pure l'allarme dell'OMS, quel virus ce lo siamo trovato in mezzo a noi nel giro di poche settimane, e siamo ben lungi dal liberarcene. Anzi: malgrado la disponibilità di vaccini la situazione ritorna ad essere critica: la 5° ondata sta mettendo in crisi il sistema sanitario in modo paragonabile se non superiore alla prima fase. Mentre desta timore la nuova variante sudafricana scoperta in Belgio.
Governanti nuovamente sotto pressione che hanno denotato poca lucidità nel gestire la situazione. Nulla serve accampare scuse appellandosi all'evento imprevisto. Dall'inizio del secolo vi sono state altre situazioni epidemiche  (Ebola, Sars) che, fortuna nostra, non si sono trasformate in pandemie; gli esperti avevano però ammonito che era solo questione di tempo affinché ciò avvenisse. Eppure, malgrado i dispostivi legislativi riguardanti  epidemie e pandemie, la reazione dei governi è stata tardiva ed inadeguata a livello di strategia e misure. Ciò che però più colpisce nell'atteggiamento della maggioranza dei governi- Svizzera compresa- è l'ignoranza riguardo l'impatto sociale di epidemie e pandemie del passato. Ovvero: dimenticare e/o negare che esse hanno la stessa caratteristica: ”cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e spazio limitata -spiega lo  storico della medicina C.Rosemberg- seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale”. Crisi collettiva ed individuale che con Coronavirus è sfociata nel: cercare il colpevole, dare la colpa a qualcuno (questa volta i cinesi); chiudersi a riccio, con blocco parziale-totale delle frontiere; riemergere del nazionalismo, piuttosto territoriale che etnico, al punto che persone che si spostano all’interno di aree più colpite dal virus di un paese sono invise, sgradite al pari del peggior straniero. Inoltre l'esplodere di: tensioni inter-familiari generate dalla costrizione di condividere spazi di vita esigui ed assenza di contatti sociali; conflitti intergenerazionali giovani–anziani (se i primi criticano gli over 65 per la loro riluttanza a cambiare abitudini per salvare l'ambiente, gli anziani criticano i millennial per il loro poco rispetto delle regole  anti-Covid). All'incapacità di anticipare l'apparire di tali questioni, s'aggiungono: inadeguatezza di linguaggio e comunicazione alle varie tipologie di persone, assenza di implicazione di associazioni di cittadini che meglio di altre  conoscono le utenze specifiche. Dulcis in fundo: il governo svizzero introducendo il Covid pass a 2 vie (gratuito per persone vaccinate, a pagamento per chi utilizza il tampone)ha cannato: sia politicamente, fomentando tensioni tra provax-antivax; sia dal punto di vista prevenzione: i vaccinati possono ammalarsi, diventando diffusori, mentre solo il test identifica chi è portatore, consentendo di combattere efficacemente la propagazione.
La certezza di essere al riparo dei virus cresciuta via via negli anni sta sgretolandosi di fronte allo spillover Coronavirus e le sue varianti.Il ritorno alla normalità pre Covid è un sogno. Emergenza climatica ed emergenza virus sono due facce della stessa medaglia: il sistema socio-economico dominante. Sistema caratterizzato da un crescente fabbisogno di energia, prodotta essenzialmente con risorse fossili, responsabili dei gas ad effetto serra, e al contempo una crescente mobilità di persone per corti soggiorni che favorisce la rapida diffusione dei virus tra regioni e continenti. Alternativa? cambiare modello economico!

 

Rubrica

Area Giovedì 2 Dicembre 2021



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venerdì 27 agosto 2021

Brutto sogno, incubo? No, realtà.

 

A volte la realtà supera quella dei sogni: belli ma anche brutti.
A fine primavera e inizio estate, l’allentamento accelerato del lockdown ha fatto credere che il ritorno alla normalità fosse cosa oramai fatta. L’incubo di restrizioni appariva ormai cosa del passato. La realtà superava il sogno che da mesi facevamo, almeno nei paesi “ricchi” come il nostro che dispone di vaccini e strutture sanitarie operative. Alla riunione del G7 del mese di giugno a Saint Ives (Gran Bretagna) ospiti del presidente Johnson, i presidenti di Usa, Germania, Francia, Giappone, Canada, Italia e dei paesi invitati: Australia, Corea del sud, India, Sudafrica e dell’Unione europea hanno guardato al futuro, affrontando questioni  ritenute prioritarie. Tra cui due urgenze attuali: pandemia e clima. I Big si sono accordati sulla necessità di avere un Piano pandemia per ridurre nel futuro il tempo di reazione all’insorgere di nuovi virus, dimenticando tuttavia quella in corso per la quale non sono andati oltre alla promessa di fornire 1 miliardo di dosi entro il 2022: un’inezia per oltre la metà della popolazione mondiale. Scordando che il virus non conosce le frontiere e fino a quando non sarà debellato ovunque costituirà una minaccia per tutti.

Riguardo al clima l’abbandono immediato del carbone quale fonte energetica è stato osteggiato da Usa e Giappone. Risultato: “L’elefante ha partorito il solito topolino”, una vaga, quanto insufficiente dichiarazione di abbandono a partire dal 2030.

Neanche il tempo di concludere il Summit che violenti eventi meteorologici hanno iniziato a manifestarsi in vari paesi; un vero e proprio flagello, un primo scioccante risveglio che ha frantumato l’ottimismo dei regnanti. Oltre al dolore per le vittime, ai pesanti disastri, all’inaudita violenza, rara nel passato, a sorprendere è stata la ripetitività: a un evento ne seguiva un altro. Alle inondazioni in talune zone, faceva notizia l’estrema siccità altrove. Regioni e città (vedi Canada e California, più tardi Sud Europa) con temperature superiori di 20 gradi alla media, con punte oltre i 55 gradi che hanno favorito lo sviluppo di incendi, ma anche il concatenamento di ulteriori manifestazioni climatiche: venti tempestosi, piogge, grandine, uragani. La realtà di questa estate rasenta il peggiore degli incubi di romanzi o film.     

Sul fronte pandemia altro risveglio poco gradito: le varianti “Delta” del coronavirus, più aggressive, si sono fatte strada un po’ ovunque, anche nei paesi occidentali che dispongono del vaccino. A un mese dalla fine dell’estate il numero dei ricoveri è nuovamente in ascesa: la temuta quarta ondata sta diventando realtà.

Poi, il 9 agosto, in pieno ferragosto, per l’emisfero nord (quello che politicamente conta di più) è giunto l’ultimo rapporto sul clima “Cambiamenti climatici 2021, dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) in cui gli oltre 250 esperti di 65 paesi hanno potuto dimostrare che inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici sono «due facce della stessa medaglia». Il rapporto non lascia dubbi: CO2 e metano in massima parte di origine antropica «hanno raggiunto livelli di concentrazione in atmosfera mai riscontrati negli ultimi 800mila anni». La temperatura media globale del pianeta nel decennio 2011-2020 è stata di 1,09 gradi centigradi superiore a quella del periodo 1850-1900. Di questo passo il limite di +1,5 gradi sarà raggiunto già nella prossima decade, e quello di +2 ben prima di fine secolo.

Brutto sogno, incubo? No realtà che dobbiamo affrontare prioritariamente, per salvare il salvabile. Consci che azzerando le immissioni oggi, non azzeriamo il CO2 concentrato nell’atmosfera, per farlo ci vorranno decenni, almeno un secolo. Continueranno quindi per inerzia i fenomeni climatici violenti e distruttivi, nonché innalzamento dei mari, desertificazione, scioglimento dei ghiacciai. Per ritrovare il paesaggio odierno ci vorranno secoli se non millenni.

 

Pubblicato in AREA,  26 agosto 2021

 
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