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venerdì 17 aprile 2026

I risvolti dell’exploit cinese

 La Cina è assurta in pochi decenni a potenza economica:a livello Prodotto interno lordo (PIL) seconda solo agli USA, e primo nel gruppo dei BRICS.

Tale exploit è marcato da un evento passato in secondo piano, tuttavia rilevante. Il

riconoscimento politico della Cina voluto nel 1964 dal presidente francese De Gaulle,

primo paese occidentale a stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare

Cinese (RPC), allora guidata da Mao Zedong.

A quell’epoca la Cina aveva urgenza di realizzare e potenziare le vie di comunicazione:

occorrevano strumenti, in particolare: autocarri, ma non disponeva né tecnologia né

strutture. La Francia invece aveva un atout: autocarri di ogni tipo concepiti e

fabbricati da Berliet (nome del proprietario dell’omonima fabbrica che ebbe un ruolo

fondamentale).

La visita di una delegazione condotta dal vice-primo ministro Cinese alle fabbriche

Berliet, la possibilità data ai Cinesi di testare sul proprio territorio gli autocarri

francesi, convinse il governo cinese portandolo a negoziare con Francia e Berliet la

fabbricazione in proprio.

Ne scaturì un accordo per la produzione di autocarri in Cina mediante una società mista

a maggioranza cinese. La concretizzazione si svolse in 3 fasi principali: 1)formazione

al montaggio del personale cinese in Francia e allestimento della fabbrica per il

montaggio in Cina; 2) montaggio in loco degli autocarri e al contempo formazione di

personale tecnici e operai, nonché allestimento di strutture produttive dei singoli

pezzi; 3) produzione totalmente cinese.

Insomma un esempio di cooperazione che tramite il trasferimento di know-how consente

autonomia, sostituzione delle importazioni.

L‘esperienza Berliet diventò per la Cina il “modello da seguire” con i partner

occidentali. Negli accordi industriali successivi, il governo cinese avrebbe sempre

detenuto la maggioranza del capitale (51% o più), sempre vincolando il partner all

contributo tecnologico e formativo.

Nel 2001 1’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) comportò

l’adozione di riforme (liberalizzazioni del mercato, leggi più permissive riguardo la

regolamentazione del lavoro, ecc.). Riforme che hanno avuto conseguenze a doppio taglio:

positive: forte aumento degli investimenti esteri in tutti i settori chiave: dal

tessile, alla micro-meccanica e elettronica, ecc.(le multinazionali USA in primis Apple,

Microsoft) dando impulso all’esportazione e conseguente aumento del PIL, che si traduce

in ricchezza da poter distribuire tra azionisti e lavoratori. In Cina a vantaggio di

addetti di aziende localizzate massimamente attorno alle grandi città, facendo aumentare

la classe media ivi residente, il cui potere d’acquisto sprona le attività interne,

rafforzando l’economia del paese.

Ma anche conseguenze negative: acuizione delle differenze socio-economiche (tra classe

media delle grandi città e resto della popolazione, residenti nelle zone rurali e/o

attive nei settori tradizionali, facendo riaffiorare le proteste (quelle tragiche di

piazza Tienanmen nel 1989 rimangono vivide).

L’ exploit cinese realizzato in meno di 50 anni, frutto di compromessi, ha saputo far

coesistere due attori principali: il settore pubblico (inizialmente maggioritario) e

quello privato (sempre più importante).

Il futuro della Cina è condizionato dalla soluzione di 2 questioni : a)Economia: povera

di risorse naturali, a dipendenza al commercio estero b) Sociale: aumento di

disuguaglianze (tra citta e campagna e all’interno delle città).

La determinazione della Dirigenza cinese nel promuovere relazioni di cooperazione

economica basati sulla reciprocità (vedi BRiCS) o costruzione di infrastrutture

ferroviarie (vedi linee ferroviarie in Africa) mostra che la Dirigenza cinese ha

“chiarezza d’intenti”.

Chiarezza che per la soluzione alle questioni sociali è tutt’ora latitante! "Non temere

di andare lentamente, temi solo di fermarti” recita un proverbio cinese: non ci resta che

attendere!

giovedì 1 gennaio 2026

BIFORCAZIONE ECOLOGICA PER USCIRE DAL PANTANO

La scelta inevitabile tra la continuità del disastro e un nuovo sistema economico fondato su limiti fisici e giustizia sociale.

La qualità di un sistema socio-economico è valutata in base alla sua capacità di affrontare i problemi reali. Agli storici che valuteranno questo primo quarto del 21esimo secolo non sfuggirà né il peggioramento delle condizioni sociali della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali (in particolare: aumento dei costi, non controbilanciati da adeguamento di salari e pensioni che consentano di soddisfare i bisogni fondamentali) né l’incapacità di approntare un sistema socio-economico senza effetti perniciosi irreversibili a scala umana quali perdita di biodiversità e aumento temperatura terrestre. Due problemi interconnessi, generati dal sistema economico in vigore. Bisogni sociali degli umani da un lato e complessi e noti meccanismi biologici, chimici e fisici soggiacenti a clima e vita biologica, impongono una inderogabile e radicale svolta: approntare un sistema economico che consenta di eliminare suddette ripercussioni e nefaste conseguenze.


Benché sempre negata, o considerata subalterna ad altre priorità, l’emergenza assoluta è la biforcazione ecologica. Ovvero: abbandonare l’uso di risorse energetiche fossili approntando e coordinando azioni a livello mondiale, onde dismettere i sistemi attuali di produzione di merci organizzati con lunghe catene delocalizzate in vari paesi e assumere comportamenti individuali scevri dal consumo di risorse fossili. Concretamente significa: produrre a “km zero” abbandonando sistemi che implicano trasporti a lunga distanza di merce: dall’agricoltura (anche se “bio”), all’industria dell’abbigliamento, alla componentistica. Cambiamenti che comportano evidentemente importanti conseguenze tecnico organizzative, sociali quali il mutamento delle competenze professionali associate.


Imperativi e implicazioni che generano resistenze inficiando la messa in atto. In primis del sistema finanziario le cui priorità sono gli investimenti che producono il massimo profitto. A cui s’aggiunge l’inerzia: anche se le grandi compagnie del settore energetico, sotto pressione pubblica, abbandonassero il fossile, sarebbero immediatamente rimpiazzate da altre meno soggette a suddette  pressioni e localizzate in altri paesi. Infine, come fanno notare Cédric Durand e Razmig Keucheyan : “Più la trasformazione ecologica deve essere effettuata rapidamente, più la pressione dell’aumento sui costi diventa importante, ciò che rende ancora più difficile la mutazione”.
Insomma la biforcazione per stare in piedi necessita di una “seconda gamba”: massicci e rapidi investimenti. E qui cade un’altra tegola: “Il capitalismo non assicurerà il passaggio in modo sufficientemente rapido” come ha anche scritto il Financial time. Da un lato perché imprenditori, gestionari  di fondi non hanno singolarmente la potenza finanziaria sufficiente, ma soprattutto manca loro la capacità di coordinamento. Gli unici attori in grado di farlo sono i governi.

Per uscire dal pantano occorre “decolonizzare” i nostri immaginari economici, affermano Durand e Keucheyan e fare tesoro di studi pregressi. Riguardo al finanziamento pubblico valga la proposta di John Maynard Keynes che in un suo discorso radiofonico alla BBC nel 1942 disse: “Tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Egli intendeva che se un paese dispone delle risorse fisiche e della manodopera necessarie per portare a termine un progetto, i limiti finanziari non costituiscono un ostacolo insormontabile. Keynes riteneva che il “motivo monetario” (o ortodossia finanziaria) non fosse sufficiente per impedire a una società di costruire cosa vuole: ciò che conta è la produzione economica reale.


Publlicato in Area 9.12.2025 

domenica 1 dicembre 2024

Una cura per salvare la vita sulla terra

 Il 2024 sta segnando ulteriori record climatici a livello di temperatura (vedi 33 ore consecutive sopra lo zero in vetta al Mt Bianco a 4806 mlm). L’aumento di temperatura, scrive Meteo Suisse- “può essere spiegata unicamente tenendo conto del contributo delle attività umane allaumento delle concentrazioni globali delle emissioni di gas a effetto serra”. In particolare dall’uso di energie fossili (carbone, petrolio) a partire dalla rivoluzione industriale in poi. 

Emissioni che se fossero azzerate oggi, consentirebbero al complesso sistema naturale di riassorbire quelle liberate nell’atmosfera. Ma ci vorrebbero parecchi secoli per ritornare ai valori del preindustriale. L’azzeramento potrebbe invece limitare l’aumento a 4-5 gradi (oltre il doppio da preconizzato dalle conferenze ONU e sottoscritto dai governi).

Incombenza climatica e crescente divario nella distribuzione della ricchezza (il 10%più ricchi detiene oltre 85% del totale mondiale), non sembrano scalfire l’arroganza degli odierni “potenti della terra”: finanzieri e grands patrons dell’economia mondiale e fedeli politici a bordo del nuovo lussuosissimo Titanic. Mentre gli organi di diffusione (giornali, catene televisive) in mano ai primi offrono ampio e acritico spazio.


Il capitalismo uscito dalla crisi Covid mira cinicamente “al sodo”: massima e immediata redditività! Evaporato invece lo spirito di “entusiasta solidarietà” che aleggiava fra la popolazione e che sembrava potesse dar avvio ad una “Nuova era” di maggior equità, rispetto delle persone, della natura e di tuti gli esseri che la compongono! Al contrario: il singolo individuo vive sempre più isolato, le sue interazioni sociali limitate a persone/gruppi animati da stesse preferenze, sostanzialmente solo nell’interazione con l’economia: una relazione sostanzialmente di sudditanza!.

Il capitalismo odierno privilegia la produzione di beni e servizi solvibili, che assicurino massimo reddito a chi finanzia(azionisti e fondi investimento). D’obbligo la massima efficienza e produttività (niente tempi morti, minor costo di produzione) e la produzione di merce che abbia mercato (domanda solvibile): vedi armi, merce di lusso, ma anche a basso prezzo (usa getta e/o bassa qualità). I bisogni reali della maggioranza della popolazione (alloggi qualitativi, sanità, mobilità…) offerti a costi accessibili, non entrano in linea di conto; mentre affrontare l’incombenza climatica rimane un optional.


Che fare? In sostanza urge un cambiamento di paradigma culturale ( ovvero dei valori, principi etici, morali, scientifici e relative teorie) che  consenta alle persone di liberare la mente dal “fagocitamento” del capitalismo e poter  cambiare rotta per evitare  l’iceberg .che farà colare a picco l’intero  sistema biologico che ha dato vita anche a noi esseri umani.


Marco Bersani (Filosofo, socio fondatore di ATTAC Italia, e saggista)nel suo ultimo saggio fresco di stampa propone quello che chiama “paradigma “della cura”. 

Cura di sé, dellaltra, dellaltro, del vivente, del pianeta. Ovvero: dellinsieme degli elementi che compongono  e influenzano il funzionamento del sistema Terra su cui può essere riorganizzata la società futura. Bersani indica due condizioni (che chiama Rivoluzioni culturali)per riuscire nell’intento: Liberismo, 

1) rovesciare la cosmogonia” della narrazione liberista”, rimettendo al centro che a)“la natura è luniverso dentro il quale tutto accade; e la società deve essere il luogo dove le persone decidono come organizzare la vita comune”. b)leconomia sia “luogo dentro il quale la società determina come produrre e scambiarsi beni e servizi”.

2) rovesciare lideologia liberista (che esalta lautonomia dellindividuo: indipendente ed solo artefice del proprio destino) ripristinando la funzione primaria della società. 

Perché-come già indicò Vykoskij (psicologo e pedagogista sovietico 1896-1934)- levoluzione e sviluppo delle facoltà  di qualsiasi essere umano è strettamente legata alla dimensione sociale in cui nasce ed evolve.


Pubblicato in Area N°7, 13 settembre 2024,

Cambiare o perire. Non ci sono alternative

Montagne e ghiacciai che collassano a causa del progressivo aumento della temperatura che sta sciogliendo il permafrost (suolo perennemente gelato, circa il 25%  della terra, 5% di quello CH) intaccando la stabilità. Scioglimento che interessa anche la tundra -zone circumpolari di Groenlandia, Canada, Alaska e Russia- e che ha per conseguenza la liberazione di gas ad effetto serra imprigionato da  migliaia di anni. Gas che liberati si aggiungono a quelli generati dal nostro sistema socio economico, facendoli ulteriormente crescere, invece che, come dovremmo, diminuire! Sul piano sociale pure notizie allarmanti: la forchetta dei redditi continua ad allargarsi nei paesi avanzati, compresa la “ricca Svizzera”: dove il 50% delle famiglie ha difficoltà a sbarcare il lunario.


Due segnali chiari ed ineluttabili che il sistema socio economico in auge generi più disastri e crei maggiori problemi dei declamati benefici. Insomma “Time is over”: gioca forza voltare pagina, soprattutto rapidamente, se vogliamo dare una chance alle prossime generazioni; e più in generale al sistema biologico odierno a cui apparteniamo, evitando la sesta estinzione di massa. Non abbiamo scelta: in altre parole è assolutamente indispensabile ed urgente adottare misure agendo per affrontare l’incombenza climatica e, al contempo, approntare un sistema socio economico che risponda ai bisogni reali degli umani, in sintonia con le esigenze di funzionamento del complesso sistema biologico dal quale dipendiamo.

Il dibattito sulle possibili alternative non è nuovo, anzi: già agli inizi del secolo scorso la riflessione teorica riguardante economia, biologia e termodinamica diede avvio ad approfondimenti. La ex Unione sovietica- come ricorda J.B.Fosteraveva la scienza ecologica più dinamica del mondo nel 1920. “Gli scienziati sovietici furono i primi a prestare attenzione al cambiamento climatico accelerato”. Questioni messe in secondo piano a seguito delle purghe sotto Stalin e le sue priorità per realizzare il Capitalismo di stato in Unione sovietica e nei paesi dell’allora blocco orientale.


Oggigiorno “decrescita e ecosocialismo” rappresentano le correnti più importanti della sinistra ecologica. Nel suo  saggio del 2021, il filosofo M. Lowy ricorda che l’ecosocialismo si basa su una potenzialità già ravvisata da Marx ovvero:”la predominanza, in una società senza classi, liberata dallalienazione capitalistica, dell'essere” rispetto all’avere. Concretamente per la persona disporre di tempo libero da dedicare ad attività culturali, sportive, ludiche, erotiche oltre che scientifiche, artistiche, sociali oltre che politiche, piuttosto che il desiderio di un infinito possesso di oggetti.

Lowy segnala la proposta di St.Lavignotte (ecologista, saggista) per il quale la sfida consiste nel trovare un filo conduttore che consenta di essere operativi, onde a)coniugare la lotta per linteresse ecologico ed economico della maggioranza della popolazione, contro quello dei grandi proprietari di capitale e b) (ri)attivare la discussione, il confronto che sappia ravvivare e coinvolgere  la crescente maggioranza dei cittadini che ha abbandonato e/o si sente abbandonata dalla politica.


In altre parole la proposta sostenuta da Lowy-Lavignotte mira a realizzare, senza nascondere gli inevitabili disaccordi, una composizione politica di tutti coloro che, avendo compreso che la sopravvivenza della vita sul pianeta necessita di condizioni in netta contraddizione  con il capitalismo, cercano una via alternativa Purtroppo al momento navighiamo in alto mare, senza bussola, in balia di eventi tragici e sconvolgenti (guerre) che oltre a straziante follia, come sono tutti i conflitti armati, rafforzano il modello economico che ci sta spingendo verso il “buco nero” della 6°distruzione biologica di massa. Non abbiamo scelta: impegnarsi per cambiare modello socio-economico o perire.


Pubblicato in AREA,N°5, maggio 2024

Senza energia, Niente vita

 Essendo incapaci di produrre energia necessaria per vivere, qualsiasi essere vivente, dal più semplice e microscopico al più complesso (esseri umani), deve procacciarsela. Forse pochi sanno che la nostra specie, nata essenzialmente carnivora, quando scese di un gradino le toccò mettersi a lavorare non essendo geneticamente attrezzata per mangiare vegetali selvatici (producono molta cellulosa). I nostri lontani antenati si diedero allora all’agricoltura: “Una lunga lotta” – come ricorda Laura Conti – “per costringere le piante a produrre molto meno cellulosa più amido, olio e proteine”. Ciò implicò però lavorare più a lungo e più intensamente per essere più produttivi, ed estendere le coltivazioni e/o migliorare la fertilità dei suoli. Addomesticamento e allevamento animale, nonché selezione e produzione vegetale sono stati per migliaia di anni le principali risorse da cui cibandosi hanno tratto l’energia necessaria per vivere. La rivoluzione industriale avvenne senza sapere prima e tener conto poi, quando la scienza lo dimostrò, che la combustione di risorse fossili produce gas ad effetto serra. “Quell’effetto serra che ha contribuito a generare condizioni di abitabilità – spiega E. Lorenzini – ampliato a dismisura dalle attività umane si sta trasformando in un effetto pernicioso”.

L’abbaglio che continua ad accecare governanti, politici, imprenditori e la maggioranza degli economisti è la non comprensione che l’attività biologica del nostro globo forma un tutt’uno in evoluzione; è il risultato della continua interazione tra le sue diverse componenti: viventi (animali, vegetali, funghi giù giù fino ai microrganismi) dove ciascuno svolge un ruolo utile per il mantenimento della vita del sistema biologico, la cui complessità permette al sistema stesso di essere più flessibile, di adattarsi ai mutamenti dell’ambiente, di avere più probabilità di sopravvivere e quindi di evolversi. Due meccanismi sono fondamentali per realizzare quello che Tiezzi chiama “il lungo e meraviglioso gioco ecodinamico della natura”: retroazione (feedback )e omeostasi (ricerca dell’equilibrio).

Al modello di sviluppo dominante manca tale comprensione (l’unica pseudo-omeostasi riconosciuta è quella “meccanica” della parità di bilancio tra entrate e uscite), mentre la volontà di girare finalmente pagina è lungi dal concretizzarsi.

Ne risulta che le pratiche dei “paesi avanzati” e, a ruota, di quelli “emergenti” generano scempi carichi di conseguenze:

1) appropriandosi e utilizzando sempre più energia primaria terrestre (generata dalla fotosintesi) per assicurare la produzione di beni e servizi, la sottraggono al resto della comunità dei viventi condannandola a morte: risultato, riduzione della biodiversità
2) la riduzione di biodiversità significa interruzione della lunga catena biologica che consente alle varie specie di ricavare energia per mantenere ognuna in uno stato di non equilibrio termodinamico (equilibrio c’è solo con la morte)
3) sfruttando l’energia sussidiaria contenuta nelle risorse fossili, si continua a generare gas a effetto serra, responsabile dello scombussolamento climatico in corso e, di conseguenza, del funzionamento del sistema biologico.

L’economia mainstream rimane ancorata al paradigma di equilibrio, incapace di capire, spiega Rifkin, che “ogni espropriazione di energia disponibile fornisce un guadagno a breve termine a spese di una perdita antropica maggiore a lungo termine”. Quanto sta appunto accadendo.

venerdì 4 marzo 2022

Come prepararsi alla prossima inevitabile pandemia

Fine della pandemia da coronavirus e ritorno alla tanta auspicata normalità? Il Consiglio federale ne è convinto, la fase critica è superata: via libera a un ulteriore allentamento delle misure anti-Covid. Tuttavia v’è una certezza: un’altra pandemia da virus arriverà presto o tardi, perché, usando le parole della virologa Ilaria Capua: «Un virus è il risultato di interazioni biochimiche della natura, di cui quali esseri umani facciamo parte». L’unica incognita è quando e da dove partirà.
Nell’uscire da un’esperienza traumatica e dolorosa come quella da Covid giocoforza cercare di capire cosa è accaduto, evincere le cause e concause, ma anche tutti gli effetti relazionati: economici, sanitari, ma anche sociali, tra cui il benessere dell’individuo. Disponiamo di statistiche riguardanti infettati, ospedalizzati e/o ricoverati nelle cure intense; di quelli guariti e di coloro, e sono parecchi, che non ce l’hanno fatta. Sappiamo anche di molti che pur essendo “guariti” hanno sofferto per mesi o continuano a subire effetti debilitanti (il cosiddetto Long Covid). Le varie associazioni nazionali di psicoterapia concordano che il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro, anche per chi non è stato contagiato, ha portato molti sull’orlo di una crisi di nervi, a un aumento di casi di depressione soprattutto fra persone a basso reddito e/o disoccupate.


A inizio 2020 l’Oms, considerando i dati forniti dalla Cina, confermati da verifiche di istituti occidentali, aveva segnalato il ruolo aggravante di diabete, cancro, ipertensione, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, che appartengono alle cosiddette malattie non trasmissibili (Mnt). Questione presa in considerazione nella strategia anti-Covid: le persone affette da Mnt sono state messe in priorità 1. Merrill Singer – medico e antropologo americano – in un articolo del 1997 dimostrò che le malattie non trasmissibili sono maggiormente presenti in ambienti sociali precari, caratterizzati da bassi redditi, abitazioni insalubri, malnutrizione, insicurezza e stress generato dall’incertezza di poter soddisfare i bisogni primari. Le statistiche ci dicono che nel mondo v’è oltre 1 miliardo di persone affette da Mnt.
L’insieme di problemi di salute, sociali ed economici derivanti dall’interazione di due o più malattie trasmissibili (virali) con malattie non trasmissibili ha un nome: sindemia. A differenza della pandemia, provocata dal diffondersi di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente il corpo umano con la stessa rapidità e gravità ovunque, la sindemia introduce un nesso tra l’agente infettivo di malattie e le condizioni ambientali, economiche e sociali.
Di fronte al coronavirus «tutti gli interventi dei governi mondiali si sono concentrati sul taglio delle vie di trasmissione virale, per controllare la diffusione del virus», scriveva a inizio pandemia Richard Horton, redattore capo della rivista scientifica The Lancet.
 

Davanti all’importanza e all’urgenza probabilmente l’unico approccio agibile. Per affrontare il prossimo virus con potenziale infettivo, evitando che sfoci in una ripetuta tragedia umana, diventa urgente approntare una strategia che assegni priorità:
1) alla cura e soprattutto alla prevenzione delle malattie non trasmissibili, assicurando che ognuno possa avere: alimentazione equilibrata, alloggio salubre, con spazi personali sufficienti, in un ambiente qualitativo; condizioni di lavoro conciliabili con impegni di famiglia e ovviamente, presupposto indispensabile, un reddito che consenta di affrontare i costi base;
2) produrre i medicamenti e vaccini mettendoli  a disposizione di tutta la popolazione mondiale senza condizioni di brevetti o finanziarie.
Presupposti al momento non riuniti nemmeno nella ricca Svizzera: il tempo stringe!

 

Pubblicato in AREA 4 febbraio 2022 (cartaceo)

Digitale Rubrica Dietro lo specchio

venerdì 10 dicembre 2021

Virus e clima: due facce della stessa medaglia


Il Consiglio federale tira il fiato. La bocciatura del referendum gli consente di poter agire, non incagliarsi ulteriormente, evitando il ricorso a decreti per farlo. Siamo a cavallo? Non proprio. Facciamo mente locale: due anni or sono, giorno più giorno meno, giunse notizia di un virus che mieteva vittime in una metropoli della lontana Cina. Sottovalutato in occidente e in Svizzera con quella supponenza  da primi della classe che ci distingue, snobbato pure l'allarme dell'OMS, quel virus ce lo siamo trovato in mezzo a noi nel giro di poche settimane, e siamo ben lungi dal liberarcene. Anzi: malgrado la disponibilità di vaccini la situazione ritorna ad essere critica: la 5° ondata sta mettendo in crisi il sistema sanitario in modo paragonabile se non superiore alla prima fase. Mentre desta timore la nuova variante sudafricana scoperta in Belgio.
Governanti nuovamente sotto pressione che hanno denotato poca lucidità nel gestire la situazione. Nulla serve accampare scuse appellandosi all'evento imprevisto. Dall'inizio del secolo vi sono state altre situazioni epidemiche  (Ebola, Sars) che, fortuna nostra, non si sono trasformate in pandemie; gli esperti avevano però ammonito che era solo questione di tempo affinché ciò avvenisse. Eppure, malgrado i dispostivi legislativi riguardanti  epidemie e pandemie, la reazione dei governi è stata tardiva ed inadeguata a livello di strategia e misure. Ciò che però più colpisce nell'atteggiamento della maggioranza dei governi- Svizzera compresa- è l'ignoranza riguardo l'impatto sociale di epidemie e pandemie del passato. Ovvero: dimenticare e/o negare che esse hanno la stessa caratteristica: ”cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e spazio limitata -spiega lo  storico della medicina C.Rosemberg- seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale”. Crisi collettiva ed individuale che con Coronavirus è sfociata nel: cercare il colpevole, dare la colpa a qualcuno (questa volta i cinesi); chiudersi a riccio, con blocco parziale-totale delle frontiere; riemergere del nazionalismo, piuttosto territoriale che etnico, al punto che persone che si spostano all’interno di aree più colpite dal virus di un paese sono invise, sgradite al pari del peggior straniero. Inoltre l'esplodere di: tensioni inter-familiari generate dalla costrizione di condividere spazi di vita esigui ed assenza di contatti sociali; conflitti intergenerazionali giovani–anziani (se i primi criticano gli over 65 per la loro riluttanza a cambiare abitudini per salvare l'ambiente, gli anziani criticano i millennial per il loro poco rispetto delle regole  anti-Covid). All'incapacità di anticipare l'apparire di tali questioni, s'aggiungono: inadeguatezza di linguaggio e comunicazione alle varie tipologie di persone, assenza di implicazione di associazioni di cittadini che meglio di altre  conoscono le utenze specifiche. Dulcis in fundo: il governo svizzero introducendo il Covid pass a 2 vie (gratuito per persone vaccinate, a pagamento per chi utilizza il tampone)ha cannato: sia politicamente, fomentando tensioni tra provax-antivax; sia dal punto di vista prevenzione: i vaccinati possono ammalarsi, diventando diffusori, mentre solo il test identifica chi è portatore, consentendo di combattere efficacemente la propagazione.
La certezza di essere al riparo dei virus cresciuta via via negli anni sta sgretolandosi di fronte allo spillover Coronavirus e le sue varianti.Il ritorno alla normalità pre Covid è un sogno. Emergenza climatica ed emergenza virus sono due facce della stessa medaglia: il sistema socio-economico dominante. Sistema caratterizzato da un crescente fabbisogno di energia, prodotta essenzialmente con risorse fossili, responsabili dei gas ad effetto serra, e al contempo una crescente mobilità di persone per corti soggiorni che favorisce la rapida diffusione dei virus tra regioni e continenti. Alternativa? cambiare modello economico!

 

Rubrica

Area Giovedì 2 Dicembre 2021



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venerdì 8 ottobre 2021

Clima: cambiare rotta si può!

L'incombenza climatica ha bussato alla porta dell'umanità, e non se ne andrà, certamente di sua spontanea volontà. Dipenderà da noi  umani, dalle nostra capacità di agire uniti senza indugio alcuno. Gli effetti climatici, come i virus, non hanno frontiere e possono colpire ovunque, nessuno può ritenersi sicuro.
Conosciamo bene e da tempo la causa della crisi climatica, ma non agiamo per eliminarle. Ovvero: smettere di usare i combustibili fossili, passare all'”energia verde”, consumare meno (trasporto, riscaldamento, e tutti i tipi di oggetti e alimenti) e meglio (dieta a base vegetale, e molto meno carne).
Le soluzioni necessarie, faticano a farsi breccia ed apprezzare. Incontrano resistenza, perché mettono in discussione  interessi di alcuni ma anche  abitudini consolidate.  Nelle “nostre economie orientate alla crescita- scrive Julia Steinberger Specialista d'economia ecologica uni di Losanna e Leeds-  i cittadini-consumatori percepiscono la perdita di potere d'acquisto quale elemento più terrificante che  una perdita di vivibilità del pianeta. Purtroppo  finché le nostre case  e strutture  sono intatte  finché  abbiamo abbastanza da mangiare, gli appelli  degli scienziati  rimangono inascoltati”.
Tale atteggiamento è rafforzato anche dalla difficoltà per molti  di immaginarsi che quanto sembra perenne possa mutare; che il paesaggio e la geografia del nostro globo possano  cambiare, che isole, territori costieri saranno sommersi per centinaia o migliaia di anni, che ghiacciai svaniranno, che territori ancora ricoperti di vegetazione si trasformeranno in  deserto. Ancora più difficile immaginare che le condizioni climatiche, sostanzialmente stabili  degli ultimi 10 mila anni, mutino rendendo il nostro pianeta poco ospitale ed in certe regioni invivibile! Difficile per la maggioranza rappresentarsi un altro modello di vita, se non quello praticato quotidianamente, generato dal sistema economico vigente che non si vuol cambiare.
Non abbiamo scelta: time is over. Occorre una modifica radicale dei nostro agire, di principi e regole di funzionamento. Ovvero un salto di paradigma. Come quello proposto 4 anni fa da  Kate Raworth, economista dell’Istituto di Cambiamento Ambientale università di Oxford nel suo saggio “Teoria della ciambella: sette mosse per guardare il mondo con occhi diversi (e provare a cambiarlo). Il modello mira a creare uno spazio vitale sicuro e giusto per l'umanità mediante un sistema  economico inclusivo e durevole.
Ovvero sviluppo capace di creare un equilibrio sociale che soddisfi d'un lato i  bisogni umani di tutto il globo: sono gli 11 fattori della convenzione di Rio per vivere qualitativamente: cibo, accesso all'acqua, istruzione, assistenza sanitaria, diritto di espressione, lavoro, reddito, accesso all' energia, parità di genere, equità sociale, pace e giustizia; e d'altro lato un uso parsimonioso ed accorto delle risorse del pianeta ed un'attenzione al clima in relazione  a 9 fattori quali: cambiamenti climatici, consumo acqua dolce, ciclo dell'azoto e fosfato, acidificazione  oceani, inquinamento chimico, carico di aerosol atmosferico, riduzione dell'ozono, perdita di biodiversità, cambiamento d'uso del suolo.
I vari specialisti hanno calcolato quante sono le risorse disponibili che possiamo consumare garantendo uno sviluppo sostenibile duraturo per la popolazione del globo, calcolando il consumo massimo pro capite per non esaurire o distruggere l'eco-ambiente, stabilendo i limiti massimi d'emissione di gas ad effetto serra per evitare il surriscaldamento.
Insomma cambiare rotta, si può: la sfida climatica, la sopravvivenza dell'umanità intera e uno sviluppo sostenibile e duraturo possono essere affrontate solo mediante uno sforzo collettivo ed individuale. Una questione politica non di mera responsabilità individuale. Due opzioni:  sistema totalitario o sistema di democrazia di cittadini. Meglio il secondo of course!

 

 

  Pubblicato in AREA,  8 ottobre 2021

 
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martedì 8 giugno 2021

Come conquistare diritti passando dal commercio

Lockdown e campagna di vaccinazione a tappeto stanno mettendo all’angolo Covid-19, ma solo nei paesi avanzati che dispongono di mezzi finanziari e sanitari! Non è il caso per gli abitanti di taluni continenti (America Latina, Africa) o grandi paesi (India, Bangladesh per non citare che i più popolati) che continuano a essere indifesi al virus.

Due priorità accomunano i governanti dei paesi avanzati: a) affrontare e diminuire il debito pubblico schizzato mediamente di almeno 20 punti percentuali a seguito di misure economiche straordinarie; b) orientare il mercato al Green (zero gas serra entro 2050) per evitare l’incombenza ambientale (tema prioritario già prima del coronavirus). Silenzio invece sulla necessità di eliminare povertà e precarietà: quella pre-esistente al Covid-19 che costringe persone, famiglie e  bambini a vivere in alloggi fatiscenti, insalubri e proprio per ciò più colpiti dal virus. Povertà, frutto della riorganizzazione del lavoro, in cui sempre più lavoratrici e lavoratori, anche nella nostra Elvezia, sono costretti ad accettare ciò che il mercato offre: lavoro su chiamata o a tempo determinato, remunerazione oraria tutto compreso. Per far uscire dalla precarietà l’establishment politico odierno continua ad affidarsi ai precetti del neoliberismo (il «vecchio mondo che non vuol morire») insistendo sulla priorità di libero scambio, libero commercio, che sono la causa diretta delle penurie vissute e di suddetti problemi sociali.

Paradossalmente il commercio può diventare la chiave di volta per una transizione ecologica e sociale. A spiegarlo è uno studio recente dell’istituto Veblen – da sempre attento alle questioni socio-economiche-ambientali. In sintesi i 5 punti della proposta:

1. Fare del commercio internazionale una leva per la diplomazia del clima, la cooperazione fiscale e la protezione dei diritti umani. Modalità: imporre sanzioni commerciali ai paesi che  commettono gravi violazioni ambientali e dei diritti umani, che non si impegnano a combattere l’evasione fiscale. Sì invece agli accordi bilaterali con paesi fermamente impegnati nell’attuazione degli impegni internazionali.

2. Includere clausole di sospensione dei benefici commerciali in tutti i futuri accordi commerciali bilaterali in caso di mancato rispetto degli impegni internazionali climatici, sociali e fiscali.

3. Introdurre l’eccezione agri-culturale. Siccome i beni agricoli non sono merci come altre, occorre negare l’accesso al mercato di beni agricoli prodotti secondo pratiche dannose e proibite dalla legge del paese (per esempio la carne alimentata con farine animali o i cereali trattati con pesticidi il cui uso è proibito in Europa).

4. Attuare una tassa sul carbonio alla frontiera per rafforzare l’azione contro il cambiamento climatico, e assicurare al contempo condizioni di parità per i produttori dei paesi che li rispettano. Ciò implica stralciare le «borse del carbonio» che consentono ai paesi di acquisire bonus e di monitorare le merci onde ridurre i rischi di rifocalizzazione del carbonio (produrre altrove dove le leggi sono meno restrittive).

5. Abolire i tribunali arbitrali che consentono alle multinazionali di attaccare gli Stati quando questi adottano una legislazione contraria agli interessi delle aziende; e al contempo introdurre norme vincolanti sul rispetto dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Insomma non si può vivere in autarchia, nessun paese può permetterselo, tuttavia cambiando le regole che reggono il commercio è possibile raggiungere importanti obiettivi: transizione ecologica, diritti sociali per tutti e in tutti i paesi. Una decisione che spetta alla politica, soprattutto fra paesi membri di aree economiche e tra queste. A tutt’ora nulla in tal senso all’orizzonte, siccome ne va dell’esigenza dell’umanità: mai dire mai.

 

Pubblicato in AREA,  8 giugno 2021

 
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giovedì 3 dicembre 2020

Un’altra economia dopo il Covid

La recrudescenza del Covid ha obbligato Stati e Banche centrali, tra cui anche della Svizzera, a iniettare nuova liquidità (crediti, fideiussioni, e indennità di disoccupazione, nonché aiuti indiretti: sospensione di pagamenti e tasse) che stanno tenendo a galla imprese, consentendo di mantenere un reddito minimo per quasi tutti.

Misure evidentemente necessarie per affrontare l’urgenza, ma, come ricorda l’economista Penacchi, non modificando la struttura non sono in grado di cambiare il modello di sviluppo.

Oltretutto all’orizzonte si sta formando un’enorme ondata di recessione  che arrischia pure di essere lunga. Secondo l’Fmi nel prossimo decennio il Pil si contrarrà a livello planetario tra il 6 e il 10%. I più toccati saranno i paesi del “sud” ma non solo! Come prima, anzi più di prima, a sopportarne le conseguenze saranno ovunque gli strati più vulnerabili: bambini, donne, famiglie: soprattutto di coloro che affollano città e metropoli, già costretti a vivere in condizioni fatiscenti, a cui si aggiungeranno altri che rimarranno senza lavoro sia per fallimenti, sia per la riorganizzazione del lavoro associata a web 4.0 (digitalizzazione e intelligenza artificiale).

I vari governi, anche il nostro, confidano nel vaccino, sperando di ritrovare la normalità e far ripartire l’economia. Già ma quale? Quella del pre Covid? Un abbaglio! «Ci ritroveremo con due grandi sfide: il crescente divario tra ricchi e poveri, a livello nazionale e internazionale, e la crisi climatica. Problemi che dobbiamo affrontare. E oggi, con la pandemia di corona, ci troviamo di fronte a una terza sfida. Necessitiamo di un sistema economico che sia più resistente, inclusivo e sostenibile». Sono parole di K. Schwab, presidente e fondatore del Wef di Davos, intervistato da Die Zeit. Dette da un liberale (non liberista) suonano forti.


C. Durand e R. Keucheyan, rispettivamente economista a Paris-XIII e sociologo all’università di Bordeaux, hanno formulato una proposta (L’heure de la planification écologique, MD, maggio 2020) per un futuro sostenibile a livello sociale, economico e ambientale. In sintesi:

1. Rilocalizzazione delle attività economiche che poggi su tre principi: a)de-specializzazione dei territori, per eliminare dipendenza e sfruttamento;
b) protezionismo solidale mediante barriere doganali sociali, ambientali e reciprocità su conoscenze, oggidì monopolio delle multinazionali; c) produzione di beni durevoli e riparabili;

2. crediti e investimenti sottoposti a controllo pubblico e democratico a tutti i livelli decisionali, annullando così il potere della finanza privata, la cui decisione d’investire in un settore o in un’attività si basa essenzialmente su 2 criteri: redditività e solvibilità. Al riguardo François Morin ex membro del Conseil général de la Banque de France afferma: «I poteri elettivi devono essere al centro della decisione di credito e, quindi, dell’emissione di nuovo denaro, e definire i criteri per la concessione dei prestiti, i beneficiari e gli importi stanziati»;

3. garanzia di reddito tramite: a) lavoro organizzato dall’ente pubblico che dovrà soddisfare le esigenze non coperte dal mercato (domanda non solvibile). Posti che offrono un elevato valore aggiunto individuale (autostima), sociale (cura anziani, bambini ecc. ) ed ecologico (manutenzione delle risorse naturali, riparazioni di beni durevoli ecc.); b) versamento del reddito di base;

4. giustizia ambientale e sociale mediante il controllo democratico sulle scelte di produzione e di consumo. Oggidì i ceti più poveri sono doppiamente vittime: sia del degrado ambientale (e anche del Covid) costretti a vivere in quartieri e alloggi malsani (inquinamento di acqua, aria, sonoro) situati in periferia, sprovvisti di servizi di base; sia dell’aumento di tasse su consumi e costi d’accesso ai servizi di base.
Saprà la politica liberarsi dalla sua subalternità all’economia vigente?

 

Pubblicato in AREA,  3 dicembre 2020

 
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sabato 12 settembre 2020

Necessità di resilienza

 

Estate agli sgoccioli. Una palpabile incertezza plana su qualsiasi discorso riguardante il futuro. L’evoluzione del Coronavirus sta riprendendo forza, facendo temere un secondo lockdown. Le previsioni annunciano che andremo incontro a mesi “bui”: ulteriore contrazione del PIL, degli ordinativi, della domanda interna. Molte aziende hanno dato avvio a ristrutturazioni con taglio degli effettivi, altre seguiranno, sommate a chiusure di attività rafforzeranno la spirale negativa: aumento della disoccupazione, minore reddito disponibile, minor consumi, aumento dei disagi sociali, diminuzione delle entrate fiscali, ecc.

I vari aiuti pubblici hanno dato ossigeno, allentando preoccupazioni e timori. Una riedizione getterebbe ulteriore sabbia negli ingranaggi del «motore economico» già in affanno, con il rischio di mandarlo in tilt. Con tutte le conseguenze derivanti tra cui la coesione sociale. Costi quello che costi ha dichiarato Angela Merkel, la coesione sociale va mantenuta, lo Stato tedesco interverrà con aiuti finanziari per sostenere l’economia. La Germania (ed il nostro), in virtù della sua situazione finanziaria può dirlo e farlo autonomamente. Ma ciò non vale per la maggioranza degli altri paesi EU, fra cui Italia, Spagna, Francia, che malgrado il recente accordo raggiunto dal Consiglio europeo sul Recovery Fund destinato alla ricostruzione post COVID 19 rimangono ingabbiati dal loro debito pubblico accumulato.

A complicare ulteriormente le cose è l’urgenza clima, caduta in oblio, offuscata da crisi economica e Coronavirus. Mega incendi, mega uragani, mega siccità, flagellano il globo intero, seminando morte, distruzione, danni enormi, che paralizzano le attività Sono “mostri”d'una intensità e violenza sconosciuta che si auto alimentano, secondo dinamiche proprie che mandano in “tilt” conoscenze e modelli di previsione per contrastarli.

E` "disastro permanente"frutto dell’aver ignorato la legge dell’entropia e creduto di poter domare la natura usando senza scrupoli le sue risorse come se fossero infinite, inesauribili ed oltre tutto gratuite! Ed ora la natura ci presenta il conto sotto forma di cambiamento climatico” che mette in pericolo tutte le comunità del mondo» spiega Jeremy Rifkin.

Insomma è crisi sistemica. Le crisi stanno ad indicare che l'ordinamento in auge è inadeguato, non sostenibile, e portano le società a una biforcazione: dover scegliere quale via seguire.

Qualsiasi soluzione obbliga a prendere considerazione anche la natura. E chi dice natura dice resilienza. Per noi umani approntare un sistema socio economico in modo che l’ecosistema del globo - del quale facciamo parte - possa reagire e ripristinare condizioni di equilibrio adeguate alla nostra specie.

«Il treno dei desideri all’incontrario va» cantava Celentano. Come il «treno»delle rivendicazioni degli ambienti economici nostrani e internazionali che a gran voce perorano ulteriore liberalizzazione del mercato: maggior flessibilità di contratti, meno vincoli legislativi, meno tasse; un ritorno alle leggi del «far west», con tutti gli effetti secondari conosciuti: divarico dei redditi, indigenza diffusa, indebitamenti, «necessaria austerità», inquinamento, effetto serra, distruzione ambientale, tensioni sociali, ecc. Oltre tutto comporterebbe anche procrastinare  decisioni importanti ed urgenti per affrontare l’emergenza climatica e realizzare una società resiliente capace al contempo  di rispondere ai bisogni umani.

Di certo la “mano invisibile” da sola non ci guiderà nell'era della resilienza. Non fosse altro perché non ha impedito l’insorgere dei problemi attuali! 

 

Pubblicato giovedì  10 settembre  2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N° - 13- 11 settembre 2020
Rubrica Dietro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00