Visualizzazione post con etichetta Internazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Internazionale. Mostra tutti i post

mercoledì 18 marzo 2020

Riorientare il modello economico

“Il virus ha dimostrato di essere in grado di entrare negli ingranaggi del sistema mettendolo in crisi in quattro e quattr’otto. E siccome è successo una volta, a bocce ferme si dovrà riflettere sul come fare affinché il copione non si ripeta. È quindi auspicabile che, superata l’emergenza, la crisi generata dal Covid-19 ci spinga a una riflessione più profonda sulla necessità di riorientare il nostro modello economico imperante “ scrive il dir. Caratti nel suo editoriale dell’11 marzo.


Le ripercussioni sul sistema economico, sociale provocato dalla rapidissima diffusione del Coronavirus, lasciano allibito il comune cittadino, ma hanno colto impreparati anche i governanti. Quanto stiamo vivendo non è simulazione, bensì realtà con pesanti e dolorosi risvolti sia sociali sia personali. Ma anche conseguenze economiche per aziende e personale toccati dalle misure di contenimento. È venuto alla luce un fattore sottovalutato o ignorato: la  debolezza del sistema economico globalizzato dipendente da una sola area. La lunga e complessa catena di produzione della fabbrica mondo  si è bloccata, quando le autorità cinesi hanno messo in quarantena dapprima  Wuhan, epicentro dell’epidemia, metropoli di oltre 11 milioni di abitanti,  capitale della regione Hubei, il nodo ferroviario più importante della Cina. È la Detroit cinese dell’automobile, la valle dell’ottica (¼ delle fibre ottiche mondiali) e uno dei maggiori poli dell’elettronica, soprattutto componenti, che con altre distretti tecno industriali cinesi, pure toccati dalle ferree misure governative,  alimenta anche il just in time dei paesi occidentali


Nel 2002, la Cina rappresentava solo il 4% di questo commercio. Oggi la sua quota è quasi del 20%. Un rallentamento o interruzione delle forniture si ripercuote direttamente sull’attività di aziende anche in tutto il mondo in una sorta di effetto domino; anche  nella  nostra Elvezia.  Senza contare che la dipendenza arrischia addirittura di generare penuria beni di prima necessità come i prodotti farmaceutici di uso corrente  - vedi Dafalgan – provenienti dalla Cina. “Il "business as usual" non è più un'opzione” scrive Isabel sottosegretaria della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (CNUCES)-  ciò di cui abbiamo bisogno è un modello di organizzazione dell’ economia  aperto, più diversificato in termini di produzione e con catene del valore più brevi: un forte argomento a favore dell'integrazione regionale”. È una buona premessa, anche se non nuova: è dagli anni 70 che gli esperti, inascoltati, propugnano diversificazione e sostenibilità.


D’altronde ora non c’è altra scelta, pressati anche dagli effetti del cambiamento climatico e da quelli di industria 4.0 che, con IA e robot, sostituisce le persone in ambiti finora di solo competenza umana.

Onde evitare sorprese ed impreparazione gioco forza anticipare ed iniziare già sin d’ora a definire le condizioni umane, sociali, ambientali cui il futuro modello d’economia dovrà rispondere. È un compito della politica. Ma il treno degli auspici arrischia di andare nella direzione contraria:

Ursula von der Leyen, presidente dell’UE, ha dichiarato che intende giungere a siglare il nuovo trattato Ttip per liberalizzare il commercio Usa-Ue entro un mese… Insomma i grandi gruppi tecno industriali e i potenti fondi d’investimento non mollano la presa. Come dire: addio sostenibilità e diversificazione!  Politici e partiti dovranno dimostrare capacità di voler innovare. Ai cittadini e loro associazioni, spetta il compito di esercitare pressione affinché non si perda di vista l’obiettivo.



Pubblicato in La Regione, 18 marzo 2020

venerdì 13 marzo 2020

Evitare lo scaricabarile sui cittadini

Stiamo vivendo in un clima che per certi versi sembra quello di una sorta di guerra mondiale. Tuttavia in campo non vi sono eserciti che si combattono, ma un micidiale microorganismo scoperto nel dicembre scorso in Cina, denominato coronavirus. Differentemente dalla guerra tra paesi non vi sono chiusure di frontiere e combattimenti, ma misure di contenimento della diffusione all’interno dei singoli paesi – che possono essere drastiche: mobilità ridotta, chiusura di fabbriche come quelle applicate in Cina. Misure che a medio termine fanno saltare il complesso funzionamento della fabbrica mondo. L’esempio cinese è significativo: Wuhan epicentro dell’epidemia è una metropoli, capitale della regione Hubei, e il nodo ferroviario più importante della Cina; è la Detroit cinese dell’automobile, la valle dell’ottica (1⁄4 dell fibre ottiche mondiali) e uno dei maggiori poli dell’elettronica cinese che alimenta anche il just in time dei paesi occidentali. Un rallentamento o interruzione delle forniture si ripercuote direttamente sull’attività di aziende di altri paesi, tra cui il nostro. O possono, addirittura generare penuria di materie prime e/o beni di prima necessità come prodotti farmaceutici di uso corrente – vedi Dafalgan – provenienti dalla Cina.
L’importanza economica della tigre asiatica nell’economia mondiale è tale che una flessione del suo Pil si ripercuote su quello dei paesi avanzati. Non a caso l’Ocse parla di «rischio senza precedenti» per l’economia, che potrebbe dimezzare la sua crescita. Forse più che l’emergenza climatica, la diffusione del coronavirus ci fa meglio comprendere... il significato della globalizzazione e le sue conseguenze.
La situazione è critica, sta diventando grave, occorre agire per far ripartire il sistema economico, già sottotono che ora rischia di imballarsi. Coronavirus getta ulteriore sabbia negli ingranaggi di un motore che già faticava a causa di una debole domanda solvibile (salari stagnanti). Se non c’è produzione, non c’è distribuzione di salari, senza salari cade la domanda e lo stato perde entrate (imposte). Un pericoloso circolo vizioso che può generare situazioni di alto disagio e tensioni sociali.
Oltretutto fronteggiare l’epidemia richiede risorse supplementari per la sanità (addetti, strutture, medicamenti), per il sistema economico (compensare le ore di lavoro perse, mancanza guadagno piccoli imprenditori). Un serio grattacapo. L’impressione che se ne ricava è che politica, istituzioni internazionali, associazioni imprenditoriali siano frastornate, e non sappiano che pesci pigliare.
Nella crisi del 2008 che generò fenomeni economici simili se ne uscì con l’intervento degli stati che sopperirono alle difficoltà delle principali banche accollandosi i loro debiti – il noto too big to fail. Come nel gioco della “pepa tencia”, gli stati si ritrovarono sovraccaricati, con un forte aumento del debito pubblico, che hanno onerato “facendo quadrare i bilanci” con misure di austerità che hanno indebolito i sistemi sociali. Le vecchie ricette – “tagli d‘interesse da parte di Fed e/o iniezioni di liquidità nel sistema bancario della Bce attraverso il quantitative easing o il rifinanziamento a tassi agevolati degli istituti di credito – spiega Luigi Pandolfi per il quale – è ridicolo che in una situazione così eccezionale si insista ancora e unicamente sul «meccanismo di trasmissione della politica monetaria all’economia reale».
Una cosa è certa: l’iniezione di liquidità è necessaria per rilanciare il motore economico, producendo tuttavia beni e servizi utili alle persone e in sintonia con l’ambiente. Appare scontato che spetti allo stato sobbarcarsi l’onere dell’urgenza con investimenti pubblici, come d’altronde anche taluni ambienti dell’economia sostengono. Tuttavia per evitare lo scaricabarile sui cittadini e i ceti meno abbienti, sorge una questione fondamentale: in che modo e a quali condizioni?



Pubblicato Venerdì 13 Marzo 2020
Edizione cartacea Anno XXIII - N°4- 13 marzo 2020 Leggi altri articoli di Ferruccio D'Ambrogio
Rubrica  Detro lo specchio https://www.areaonline.ch/Dietro-lo-specchio-297a4f00

mercoledì 2 dicembre 2015

Un atto di civiltà: stop al crimine climatico


Lo scombussolamento climatico indotto dall’attività umana tramite l’immissione di ingenti quantità di carbonio prodotto dalla combustione di risorse energetiche fossili (carbone, petrolio, gas) è oramai provato. Il summit di Parigi è sotto i riflettori e suscita tante speranze; capi e rappresentanti di governo presenti sono chiamati a compiere un atto di civiltà e fare passi concreti per affrontare i problemi generati dal nostro modello di sviluppo che poggia sulle risorse energetiche fossili. Gli studi elaborati da equipe pluridisciplinari composte dai migliori scienziati di tutti i paesi non lasciano scampo: il superamento della soglia dei + 2° C comporterebbe fenomeni climatici che modificherebbero il mondo finora conosciuto con un impatto devastante sul mondo degli esseri viventi. Un cataclisma annunciato che provocherebbe milioni di sfollati e di vittime. Continuare con l’attuale modello di sviluppo economico, predatorio di risorse e generatore di emissioni di gas a effetto serra, responsabile dell’innalzamento della temperatura, significa mandare alla morte sicura esseri umani, ovvero perpetrare un crimine contro l’umanità. Un’altra nuova sfida ci attende: quella del diritto alla vita. 
Dopo aver debellato i crimini della schiavitù, della colonizzazione, dell’apartheid, siamo confrontati con il “crimine climatico” che mette nuovamente a repentaglio il principio del diritto alla vita. È giunto il momento di dire stop ad un sistema economico e sociale che favorisce imprese e individui che si arricchiscono con attività “climaticamente criminali”. Per farlo occorre farlo senza esitare. 
La terra conta miliardi di anni, continuerà ad evolvere nello spazio per altrettanti anni, ma il tempo per decidere sul destino dell’umanità è agli sgoccioli, quasi scaduto. Il clima non conosce frontiere, gioco forza risolvere le questioni con tutti gli stati, i maggiori e più inquinanti in primis. Non bastano più le dichiarazioni di buona volontà o promesse, occorrono fatti concreti, e azioni corali. 
Ai capi di governo riuniti a Parigi il coraggio di osare e di compiere il passo decisivo che porti ad accordi vincolanti; ai parlamenti dei singoli paesi la responsabilità di ratificare la decisione per finalmente agire. A noi cittadini esercitare controllo e pressione su chi è chiamato a rappresentarci! 

(Pubblicato  in  La Regione il 2 dicembre 2015) 

martedì 24 maggio 2011

Diritto d'ingerenza in uno stato: uno sberleffo alla Carta delle Nazioni unite?




Il dramma umanitario in Libia continua. A oltre due mesi dalla decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite che con la risoluzione 1973 approvava l’intervento per proteggere la popolazione civile, siamo oramai arrivati alla vera e propria guerra, con tutto ciò che ne deriva per i civili,  mossa sotto l’egida della NATO contro il governo Libico, con lo scopo dichiarato di abbatterlo. Non esistendo un potere sopranazionale, l’unico punto di riferimento a disposizione degli stati per regolare i problemi  nelle relazioni internazionali è la Carta delle Nazioni Unite, voluta, all’indomani del 2° conflitto mondiale, per “salvaguardare il mondo dal flagello della guerra”. Essa precisa nei suoi capitoli e articoli le procedure da adottare per regolare le questioni fra stati ed affrontare gli eventuali  conflitti. Carta a cui si rifà la suddetta risoluzione per l’intervento in Libia. Apparentemente dal punto di vista formale tutto appare legittimo, sennonché le discussioni tra fautori e contrari all’intervento non accennano a diminuire, mostrando sempre più divergenze, mentre i pareri di specialisti in materia, poco citati dai media, evidenziano parecchie incongruenze che vale la pena di considerare. Premesso che la decisione sul chi sia degno governare un paese  e di rappresentarlo debba essere affrontata in modo autonomo dal popolo stesso, la questione centrale riguarda il diritto d’intervento militare esterno in uno stato sovrano. Buona cosa è quindi riferirsi direttamente alla Carta delle NU per evincere cosa sta scritto.  Intanto l’art 2 di detta Carta non autorizza  le Nazioni Unite ad” intervenire in questioni che appartengano essenzialmente alla competenza interna di uno Stato” benché si riconosce che ciò  non pregiudica però l’applicazione di misure coercitive a norma del capitolo VII.” Capitolo che affronta questioni relative  alle Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione. In esso viene affermato che “Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’art. 41- ovvero misure non implicanti l’uso della forza-  siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. Ma attenzione la Carta (art 47 e 47)  precisa che la responsabilità di direzione e coordinamento delle operazioni militari di tutte le forze armate implicate vanno assegnate ad uno speciale Comitato di Stato maggiore, alle dipendenze  dello stesso Consiglio di sicurezza. Da ciò si deduce che l’azione militare in Libia non ossequia la Carta delle Nazioni Unite, tanto meno l’assunzione delle operazioni da parte della NATO che, senza un mandato diretto del Consiglio di sicurezza, è fuori luogo. Ma non è tutto: vale la pena di ricordare che la suddetta risoluzione è stata  presa dal Consiglio di Sicurezza adottando il principio di “protezione umanitaria”, invocato da Stati uniti e alcuni stati europei, sostenitori dell’intervento. Il principio di “protezione umanitaria”, sostituisce quello di “ingerenza umanitaria”, voluta  a suo tempo da Bernard Kouchner, già ministro francese, e dal giurista di diritto internazionale Mario Bettati, i quali  sulla spinta dell’indignazione popolare provocata  dal genocidio in Rwanda proposero che la comunità internazionale doveva agire preventivamente quando uno Stato non era più in grado di garantire la protezione della sua popolazione,  specificatamente in relazione a quattro scenari: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Nel 1999 il principio d’ingerenza umanitaria fu invocato dall’occidente per giustificare l’intervento armato in Kosovo, deciso tuttavia al di fuori della Carta delle NU. L’operazione, come  ricorda Andrea Bianchi professore al Graduate Institute di Ginevra, provocò una forte scissione nel seno della comunità internazionale: i paesi non allineati parlarono di aggressione e di uso ingiustificato della forza.  Il termine d’ingerenza umanitaria cadde in discredito e su proposta del governo canadese che presentò un documento intitolato “la responsabilità di proteggere”, fu sostituito con quello di “protezione umanitaria”: il carattere colonialista del diritto di ingerenza fu così  “cancellato” mediante un sotterfugio semantico. Rimane tuttavia la sostanza, e gli interrogativi riguardanti l’applicazione di tale principio, che arrischia di esser fatta secondo convenienza e interessi di parte, o come a “geometria variabile”: perché Libia si, invece Bahrein, Yemen, Arabia Saudita, Siria: no? A  prescindere da ciò, deve generare forte preoccupazione l’uso sconsiderato che viene fatto della Carta che è, e resta pur sempre,  l’unico strumento riconosciuto dagli stati membri delle Nazioni Unite per affrontare e regolare i problemi. La non osservanza dei suoi articoli o un loro stravolgimento, come dimostrato, ne mina la legittimità e rappresenta un vero e proprio sberleffo. Epoca paradossale la nostra, in cui linguaggio e azioni sono in netto contrasto: in nome della pace si sabotano accordi e convenzioni costruiti con tanta fatica nel corso di tanti anni e che miravano proprio a tale scopo. È un momento storico caratterizzato da chiusure ideologiche, in cui a difesa d’interessi di parte riaffiorano unilateralismo e integralismo, che presagiscono eventi  oscuri per il prossimo futuro dell’umanità, il funzionamento delle istituzioni internazionali: una minaccia per la pace e la democrazia.

9 maggio 2011            

martedì 26 aprile 2011

Chernobyl: 25 anni dopo


 Chernobyl 25 anni dopo

Il 26 aprile di 25 anni orsono rimarrà impresso nella memoria di coloro che l’hanno vissuto. Un incubo iniziato in sordina: nei notiziari della notte una succinta e laconica informazione riguardante un incidente in una centrale nucleare, nella lontana unione sovietica, attirò l’attenzione, ma non più di quel tanto. Poi man mano che le ore passavano, l’impressione che qualcosa di grosso fosse capitato si fece sempre più forte e divenne certezza. Il 28 aprile in Danimarca e in Finlandia la radioattività dell’aria fu da 6 a 10 volte superiore rispetto alla normalità. Alle 21.30 dello stesso giorno l’agenzia Tass ruppe il silenzio annunciando l’esplosione avvenuta in un reattore della centrale di Chernobyl. Il mondo si svegliò incredulo. Insomma quello che secondo i calcoli degli esperti sarebbe potuto capitare con una probabilità di una volta ogni due milioni era accaduto: la fusione del nocciolo. L’esplosione seguita dall’incendio della grafite proiettò nell’aria durante dieci giorni una quantità di sostanze radioattive maggiore di quella delle due bombe sganciate su Nagasaki e Hiroschima. Tuttavia una parte importante delle sostanze radioattive restò bloccata all’interno del sarcofago in cemento ed acciaio edificato in fretta e furia da migliaia di “liquidatori”. Eroi certamente, anche se probabilmente ignari del rischio a cui andavano incontro. Il loro sacrificio contribuì a limitare i danni, evitando una contaminazione ambientale ancora maggiore dell’Europa. Nel frattempo erano trascorsi 3 giorni, la nube radioattiva spinta dai venti aveva cambiato rotta dirigendosi verso l’Europa centro occidentale. Le piogge generate dalla depressione fecero precipitare le sostanze radioattive – purificando l’aria ma inquinando irrimediabilmente il suolo. Nel nostro paese le parti più colpite furono quelle della Svizzera orientale, e soprattutto il sud delle alpi. In Svizzera una cellula di crisi governava la situazione, improvvisamente, e senza volerlo, in quella primavera eravamo entrati in guerra, una strana guerra con un nemico invisibile: la radioattività. I media davano informazioni rassicuranti, senza però spiegazioni convincenti; qualcuno andò alla televisione a spiegare che si poteva lavare e spazzolare l’insalata per togliere le sostanze radioattive. Vi fu, da parte di moltissimi - soprattutto genitori con bimbi piccoli - la corsa a cercare cibi a lunga scadenza non contaminati, soprattutto latte in polvere e alimenti imballati prima della fatidica data. Ci rendemmo conto quanto fosse difficile orientarsi: gli imballaggi portavano la data di scadenza ma non quella di produzione, non risultava facile sapere se prodotto prima o dopo l’incidente. In 25 anni praticamente nulla è cambiato nella comprensione della questione nucleare da parte della popolazione, ed è rimasto sostanzialmente uguale il livello di disinformazione su quanto realmente accaduto. Oggi come allora pochi gli sforzi delle autorità per divulgare e rendere comprensibile la questione. Molte titubanze, molte affermazioni vaghe. Con la scusa del “non creare allarmismi”; anche allora si preferì passare l’acqua bassa, non consentendo libero accesso all’informazione. Le dichiarazioni rassicuranti e al contempo inaccessibili lasciavano solo il cittadino con le sue ansie e paure. Gli effetti sulla salute derivanti dall’incidente di Chernobyl sono rimasti fonte di speculazione e conclusioni contrastanti. Sono stati avviati studi, ma non tutti quelli che si sarebbero dovuti svolgere. L’Organizzazione mondiale per la sanità (OMS) ha palesato enormi difficoltà e perso molte opportunità per accertare l’impatto sulla salute. Cosa certamente non facile viste le circostanze. In realtà vi è stata una grande ingerenza da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ente promotore delle tecnologia nucleare, che ha influenzato fortemente i lavori. Cinque anni orsono gli esperti scelti dall’AIEA per il Forum di Chernobyl stilarono un lungo rapporto che, pur riconoscendo la gravità di quanto accaduto, tendeva a relativizzare l’influsso sulla salute; secondo tale rapporto nei 20 anni intercorsi le radiazioni di Chernobyl avevano ucciso soltanto 56 persone, tra cui 47 soccorritori e 9 bambini deceduti per cancro alla tiroide. La diffusione di tali dichiarazioni, riprese con grande pubblicità dai media, rappresentò un vero e proprio depistaggio, ed una boccata d’ossigeno per la lobby nucleare intenta a rilanciare le centrali atomiche. Le reazioni non mancarono, come quelle della CRIIRAD o di Greenpeace, anche se la stampa non dette loro lo spazio necessario. Recenti studi e ricerche di medici, biologi russi e bielorussi tradotti in inglese e riportati negli Annals of the New York Academy of Sciences nel 2009 dimostrano la falsità e quanto riduttive siano le conclusioni dell’AIEA e del Forum Chernobyl (vedasi anche il Bollettino dei medici svizzeri No 25-2010). A detta di specialisti il numero di vittime delle radiazioni artificiali generate da Chernobyl sarà di alcune centinaia di migliaia di persone: alcune già decedute, altre che lo saranno negli anni a venire, e altre ancora che sono o saranno fortemente debilitate e condizionate nella loro esistenza da malattie generate dalle radiazioni! Perché la radioattività è invisibile, agisce oltre tutto in modo differenziato sulle persone, si manifesta a distanza di anni, a volte in associazione con altri fattori, dando luogo a malattie e disturbi diversi, per cui risulta difficile riconoscere una relazione immediata di causa effetto tra irraggiamento e insorgere della malattia. Il costo umano, sociale, ambientale di un incidente grave come quello di Chernobyl o quello di Fukushima è altissimo: inammissibile dal punto di vista etico, insopportabile dal punto di vista economico: per l’Ufficio federale dell’ambiente un tale vento in Svizzera causerebbe costi fino a 4000 miliardi di Fr.



25 aprile 2011                      Ferruccio D’Ambrogio 

Pubblicato in La Regione del 26.4.2011 

domenica 20 marzo 2011

Intervento in Libia


Un’altra cultura per la pace e la democrazia
Mi dissocio dalla strategia della “guerra chirurgica” senza “effetti collaterali” ingaggiata  per l’esportazione della democrazia. Denuncio l’unilateralità e la cecità della politica internazionale dominata dalla cultura della guerra che ha:
-       sabotato  la ricerca di una soluzione  al conflitto che consisteva nel considerare la proposta di lasciare partire in esilio Gheddafi e la sua famiglia; proposta che avrebbe consentito una transizione con il coinvolgimento dei Libici. Gli USA – che tra l’altro non riconoscono la validità per sé stessi del tribunale internazionale, ma che lo invocano per gli altri paesi – ponendo la condizione che il colonnello fosse differito alla corte internazionale per crimini contro l’umanità, hanno fatto naufragare il discorso;
preparato e organizzato nei dettagli  l’intervento militare ancora prima del dibattito all’ONU, decisione presa con 5 astensioni di peso tra cui Germania, Russia, Cina
-     scartato l’opzione della tregua con l’invio di truppe ONU
-     deciso d’intervenire senza lasciare il tempo di mettere in atto le richieste e di verificarne con la presenza di osservatori indipendenti la messa in esecuzione delle misure richieste;
-    giustificato  l’intervento armato per salvare civili, sapendo che lo stesso intervento “chirurgico” provocherà migliaia di vittime (come lo fu in Serbia, Kosowo, Irak) e getterà probabilmente il paese in una lunga fase di sanguinosa instabilità;
-    adottato la politica dei due pesi e due misure: intervento armato in Libia per salvare i civili rivoltosi e al contempo fornitura di armi ad altri governi dittatoriali che reprimono e sparano sulla folla.
Quale fiducia e legittimità dare a stati, promotori e/o autori dell’intervento  militare,  che fino a ieri chiudevano gli occhi su  quanto accadeva all’interno degli  “stati amici” (es. Egitto, Tunisia e la stessa Libia) e  che anzi appoggiando economicamente e militarmente tali governi, ritenuti oggi dittatoriali e sanguinari, assicuravano all’occidente privilegi ? Come non leggere in simile voltafaccia un opportunismo meramente  politico che mira al mantenimento del controllo di risorse strategiche: petrolio, gas in primis. La Libia, appunto, detiene con le riserve petrolifere maggiori, dopo l’Irak.
Occorre un’altra cultura per uscire dal colonialismo. La conquista dell’indipendenza degli stati colonizzati non ha condotto automaticamente  alla fine della dominazione occidentale, ma ad una modifica della sua articolazione: non più esercitata direttamente  mediante la presenza fisica, ma indirettamente tramite gli autoctoni “fedeli” a certi interessi, a cui si sono lasciati evidentemente molti privilegi,  diventati poi tiranni. In Egitto e in Tunisia il vento della rivolta popolare e civile ha portato alla cacciata dei tiranni usurpatori, tuttavia la strada all’instaurazione di uno stato  “democratico”,  è ancora lunga, anche se comunque le premesse sono favorevoli. L’intervento militare occidentale  in Libia invece non lascia presagire nulla di buono: apre di fatto un periodo di grande instabilità e sofferenza interna. Per gli strateghi della “democrazia esportata” è un effetto collaterale insignificante e di poco conto a confronto  degli enormi benefici  che si preannunciano per  i “liberatori” e le loro imprese.  Irak docet. L’intervento militare in Libia è una brutta copia di quanto fatto in precedenza; purtroppo un passo indietro che, in questo periodo storico, ribadisce arrogantemente la supremazia della cultura dello guerra come solo e unico mezzo per affrontare una situazione conflittuale e raggiungere una pace: quella che fa comodo ai più forti.

20 marzo 2011                                                  Ferruccio D’Ambrogio