Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post

domenica 25 agosto 2024

Guerra : un solo mezzo: la strategia per la pace

 

L'articolo è stato pubblicato da Naufraghi nell'aprile 2022 , a distanza di oltre 2 anni i  vari tentativi per siglare un accordo sono stati "sabotati" da ingerenze occidentli ( in particolare USA e GB). Usa  la cui  industria bellica trae enormi profitti   (oltre l'70 % degli aiuti finanziari USA all'Ucraina fanno ritorno negli USA sotto forma di acquisti di armi.)

Alla tragedia della guerra Russia - Ucraina si è aggiunta 10 mesi orsono quella tra Israele e Gaza  scoppiata il 7 ottobre 2023 dopo  l'azione "terroristica"  di Hamas contro Israele,  a cui è seguita la reazione israeliana  su Gaza tutt'ora in corso. Azione militare possibile solo grazie al fornimento continuo di armi e munizioni da parte USA.

In ambedue i casi la sofferenza per la  popolazione civile (in particolare di bambinei e anziani) è indescrivibile, così come saranno devastanti le conseguenze fisiche, psicologiche e sociali per chi sopravviverà e per le genrazioni future.

Dall'inizio della guerra Russia - Ucraina  l'unico stato che ha preso posizione contro la Guerra è stato il Vaticano. La Svizzera, che si dichiara  neutrale, allineandosi con le sanzioni dell'Unione europea contro la Russia, se è di fatto "autoesclusa" dal poter assumere un ruolo di mediazione fra le parti in guerra, per favorire  la ricerca di soluzioni per siglare la pace.

 Minusio 2024.8.24



 *******

Stragi e distruzioni: l’orrore in presa diretta. Gli interessi geopolitici divergenti tra la coalizione di stati USA-UE e la Russia sono riesplosi in “Ucraina”. Così 23 anni dopo l’aggressione della Nato alla Serbia, l’Europa è nuovamente teatro di una guerra. Questa volta voluta dalla Russia in quell’Ucraina in cui sul Tibisco v’è “un obelisco, austroungarico che segnava il baricentro di terraferma tra l’Atlantico e gli Urali, il Mediterraneo e il Mare di Barents” scrive Paolo Rumiz, giornalista, inviato anche in Afganistan all’inizio dell’occupazione USA, che nel 2008 fece un viaggio di 6000 km con mezzi pubblici che lo portò dalla Kirkens (Norvegia) sul confine russo zigzagando lungo la linea di confine tra Russia e i paesi europei confinanti, raggiungendo Odessa. “Già allora – prosegue – si sapeva che il Mittel Europa non sta affatto nei caffé viennesi, ma molto più a oriente, anche di Budapest e Varsavia. Il cuore batte qui, centinaia di km oltre l’ex Cortina di ferro[1]”.

“Chiunque che abbia un briciolo di memoria – ammonisce Rumiz – sa che la fascia di territorio fra i Balcani e il Baltico è anche una linea di faglia altamente infiammabile, dove Est e Ovest non hanno ancora risolto le loro pretese imperiali e dove il fango ha inghiottito sessanta milioni di vite in una successione di tragedie lunga un secolo. Non possiamo consentire che si incendi ancora”. Ed invece di soffocarlo subito prima che divampi in modo irreparabile “- come indicava qui Marco Revelli – lo attizziamo, facendo affluire disordinatamente armi letali a milizie o gruppi non controllati né controllabili, che potrebbero usarle per sabotare possibili accordi e prolungare le ostilità”.

Assenza di un’autorità riconosciuta a livello internazionale    I conflitti sono parte integrante del mondo vivente a cui apparteniamo; in quello umano segnalano: incompatibilità, interessi, priorità diverse. La capacità di risolverli in modo pacifico – ovvero senza soprusi e violenze – è un surplus significativo e provato. Seppur esista il diritto, non esiste, contrariamente a quanto avviene a livello dei singoli stati, federazioni o unione di Stati, un’autorità superiore che possa sancire chi abbia ragione o meno in caso di divergenza, assicurandone l’applicazione.

Le Nazioni Unite, create dopo la seconda guerra mondiale proprio per assicurare “il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”, non lo sono in quanto le decisioni dell’assemblea devono essere ratificate dal Consiglio di sicurezza composta da 15 membri di cui 5 (Cina, Francia, Regno unito, Russia e Stati uniti) sono membri permanenti e hanno diritto di veto. In concreto: basta il veto di uno dei 5 membri permanenti per inficiare le decisioni e/o le risoluzioni dell’Assemblea. Ciò che è avvenuto e avviene frequentemente.

Di conseguenza rimangono due opzioni contrastanti:
- lo scontro – vince il più forte; nel caso dell’Ucraina sanzioni ed isolamento economico della Russia d’un lato e rafforzamento della resistenza Ucraina con la consegna di nuove e più efficaci armi”;
- la costruzione della pace che sostituisca il conflitto armato. (È l’opzione chiesta a gran voce sulle piazze di moltissime città da un ampio movimento di persone, snobbato o non considerato dalla politica).

I gravi e responsabili omissis della politica  È vietato di attaccare o di bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi” recita l’art.25 della “Convenzione dell’Aja sulla guerra terrestre” del 1907. Articolo attivato durante la seconda guerra mondiale per preservare alcune città dalla rappresaglia nazista (fra cui Rotterdam, Parigi, Bruxelles, Belgrado, Roma, Firenze, Atene).

Il primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949, aggiornato nel 1977 precisa che “tutti i combattenti così come le armi mobili e l’equipaggiamento militare mobile devono essere trasferiti” dalle città” e che “Le autorità e la popolazione non devono commettere atti ostili. Infine, nulla può essere fatto per sostenere atti di guerra”.

Purtroppo come fa osservare Norman Paech, avvocato e professore di scienze politiche e diritto pubblico all’Università di Amburgo, ”il diritto internazionale umanitario delle Convenzioni dell’Aja e di Ginevra è andato regolarmente perso nei combattimenti”, come avvenuto nelle guerre in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, dove il principio di città non difese” non è stato osservato. Addirittura, diversi crimini di guerra sono stati perseguiti nella guerra jugoslava e lì, come sottolinea Paech, “principalmente solo contro serbi, croati, albanesi del Kosovo e bosniaci”; “la parte degli aggressori, la NATO, è rimasta indenne. Era, dopo tutto, la loro corte”.

Eppure il concetto di “luoghi non difesi” non è stato cancellato dal diritto internazionale umanitario: è stato volontariamente dimenticato. E continua ad essere dimenticato in Ucraina, mentre tardano a concretizzarsi le condizioni per un compromesso strategico tra Stati Uniti-NATO e Russia.

Che fare? Concretamente nel caso della guerra in Ucraina occorre rivendicare senza indugio l’attivazione immediata del “principio delle città indifese”, che implica la proibizione di interventi armati su città non difese, da cui deve sparire, ovviamente, qualsiasi arma. Non v’è contro-argomento che impedisca di farlo: tutti gli Stati devono esigerlo, invece di donare armi e/o glorificare la resistenza armata dei civili contro l’aggressore. Qui si tratta di salvare vite umane. Purtroppo, a parte il Papa, nessun governante occidentale, Svizzera compresa, sembra disposto promuoverlo.

L’imperativo è spegnere l’incendio subito: anche se, come ricorda Paech, “nella logica della guerra, cedere la “città aperta” può essere considerata vigliaccheria di fronte al nemico, nella logica della pace è invece prudenza di fronte a un avversario con il quale si deve venire a patti in forma compatibile anche dopo la guerra, per il bene della popolazione”. Senza tregua l’unica certezza per gli abitanti delle città assediate sarà: sacrificio e sofferenza, fuga o morte, e finito il conflitto: rancori, profonde ferite a livello psicologico. Gli “Ucraini- ribadisce Paech- hanno solo la scelta tra l’occupazione russa in una città che è ancora per metà intatta o in una che in gran parte sarà distrutta”.

Costruire la pace  Diciamocelo forte e chiaro, senza maschera: il modello socio-economico di cui la politica è responsabile oltre alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale, sta creando a tutti i livelli conflitti di interesse tra Stati nazione e blocchi, sempre più micidiali. L’unica strategia per affrontarli è quella della pace. La pace, come la neutralità o la democrazia, non esiste in astratto o per decreto: è frutto di una continua pratica, che sappia coinvolgere tutti gli attori, volta a negare il ricorso di forza e violenza. Dirsi pacifista non vuol dire nulla: ciò che conta è agire da pacifista.

Non sono pensieri nuovi, anzi! Negli anni 20 del secolo scorso Gandhi fu promotore di un’azione politica non violenta, di assenza di nuocere o di uccidere per sbarazzarsi dalle catene del colonialismo. Nei successivi Anni Sessanta prese vita in Occidente la Scuola scandinava della “peace research”. I cui nomi più noti sono J. Galtung -fondatore dell’irenologia (la scienza della pace: lo studio delle cause e presupposti della pace) che nel 1960 fondò a Oslo l’International Peace Research Institute, e Alva Reimer Myrdal (Premio Nobel per la pace nel 1982) che nel 1966 fondò l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace a Stoccolma. Nel 1981 Olaf Palme, primo ministro svedese inspirandosi a tali idee, propose con Willy Brand la creazione di una fascia cuscinetto demilitarizzata tra est e ovest. Palme non ebbe tempo di proseguire il suo intento: fu assassinato ad inizio nel febbraio 1982.

Epilogo  Questa guerra, come tutte le guerre, finirà presto o tardi. Più durerà più lo sconquasso materiale e umano sarà micidiale e le conseguenze nelle relazioni tra popoli e anche membri di una stessa nazione che hanno vissuto fianco a fianco, poi divisi da frontiere generate da interessi supremi della geo-politica, saranno devastanti.

La responsabilità dei governi Europei è enorme: un’UE senza linea in fatto di politica estera, ognuno a far di proprio conto, ligia però a seguire la NATO nelle sue iniziative.

Una Svizzera incapace di giocare il ruolo di nazione neutrale che propugni con tenacia l’osservanza dei principi del diritto internazionale riguardanti la salvaguardia e la protezione delle popolazioni civili sottoscritti a Ginevra.

Al termine, parafrasando Brecht, ci saranno vinti e vincitori, tra i vinti farà la fame la povera gente, fra i vincitori farà la fame la povera gente”.

ETRE PACIFISTE, di Jean Rostand

Etre pacifiste c’est écouter avec méfiance ceux qui prétendent quel les massacres d’aujourd’hui pourront empêcher d’autres massacres plus important demain;
Etre pacifiste c’est, sans méconnaitre les droits de l’avenir, donner la priorité à la vie des vivants;
Etre pacifiste c’est vouloir la paix même si la paix n’a pas tout à fait la même couleur qu’on préfère;
Etre pacifiste c’est lui rendre grâce alors même que toutes nos passions ne trouvent pas leur compte;
Etre pacifiste c’est admettre que l’intérêt de la Paix ne coïncides pas toujours avec celui de la Patrie ou de notre idéologie;
Etre pacifiste c’est ne pas consentir aux grossières falsifications que diffusent les propagandes;
Etre pacifiste c’est ne pas clamer qu’on veut la paix, quand on fait le jeu des fanatismes qui le rendent impossible;
Etre pacifiste c’est condamner c’est condamner, dans tous les camps, les intransigeances et les jusqu’auboutismes;
Etre pacifiste c’est s’affliger quand on voit un fusil ou une arme quelconque dans les mains d’un enfant:
Etre pacifiste c’est préférer que les réconciliations devancent les charniers;
être pacifiste c’est n’être jamais tout-à-fait sûr d’avoir raison quand on donne son assentiment à la mort des autres…

Estratto del discorso [qui il testo completo] fatto il 26 aprile 1968 da Jean Rostand, biologo, filosofo, membro dell’Académie française, fondatore e presidente d’onore del Mouvement pour le désarmement, la paix et la liberté MDPL

 

mercoledì 5 giugno 2024

La coerenza degli studenti contro la barbarie


L’aggressione di Israele alla striscia di Gaza in corso da oltre 8 mesi ha suscitato, e sta tuttora suscitando, la reazione di condanna in numerosi atenei americani, europei e pure svizzeri. Nell’editoriale del 21 maggio “Lettera aperta agli studenti” il Direttore di Azione Silini entra nel merito: “La vostra azione dà un senso positivo al sentimento dellindignazione, che oggi viene usato quasi esclusivamente contro minoranze indifese e non a favore di cause nobili”. Non prima di aver puntualizzato che “avete scelto di protestare mettendo al primo posto la solidarietà con le vittime dellingiustizia e non le vostre carriere accademiche. Ci vuole coraggio, servono chiare gerarchie di valore. Alla faccia di chi dipinge i giovani come fatui seguaci del successo economico, dei selfie e della vacuità narcisistica dei social”.

Silini però vuole capire: “come mai-scrive-la molla della vostra protesta sia scattata sulla guerra a Gaza e non su quella in Ucraina, un conflitto che ci minaccia più dellinstabilità medio-orientale. La Russia di Putin ha commesso innumerevoli violazioni del diritto internazionale umanitario, o sbaglio? Come, allargando il raggio dei soprusi su larga scala: lo Yemen degli houthi, la Siria di Assad, lAfghanistan dei talebani, il Myanmar dei generali, il Messico delle mattanze, la Cina che fa tiro a segno su-gli uiguri, o lIran che massacra le ragazze a capo scoperto. E i tanti altri Paesi spariti dal radar della sensibilità mainstream: il Burkina Faso, il Camerun, la Repubblica centroafricana, la Repubblica Democratica del Congo, lEtiopia, la Libia, il Mali, il Niger, la Nigeria, la Somalia, il Sud Sudan, il Pakistan… e fermiamoci qui.” Per poi concludere “Zero parole, zero aule occupate per le vittime innocenti di questi Paesi?”


La domanda di Silini è pertinente, non esprime giudizio, al contrario è interlocutoria. Condizione questa necessaria per andare oltre il “muro” che impedisce il confronto dialettico, necessario quando vi sono posizioni, comportamenti divergenti, che creano qualsiasi tipo di disagio, quindi potenzialmente conflittuali. La differenza di saperi, di opinioni, il dissenso è una ricchezza incommensurabile, di cui non sempre abbiamo coscienza. A livello scientifico la differenza di opinione è parte costitutiva dell’azione onde favorire il progredire della conoscenza. A livello politico-sociale(ovvero concernente la relazione e le decisioni tra persone e/o gruppi di persone) le differenze sono addirittura l’energia essenziale, a condizione di valorizzarle. Per farlo occorre “antinomia” (principio fondamentale in una democrazia) ovvero: volontà e disponibilità al confronto e alla contrapposizione di argomentazioni su pareri divergenti. Condizione oggidì tutt’altro che realizzata! Anzi dilaga e si è rafforzato l’agire autoreferenziale: considerare solo idee e propositi che convalidano la propria convinzione (personale e/o del gruppo di riferimento) rifiutando la sua messa in discussione. Terreno propizio a dissensi e/o incomprensioni che portano a “schieramenti chiusi” incapaci di ascoltare e/o di accettare che possa esistere un parere diverso, negandone l’esistenza. Preludio di possibili conflitti armati con ferite aperte che richiederanno tempo e determinazione per essere rimarginate(come il dopo regime di apartheid in Sud Africa (1948- 1994) con la riconciliazione tra De Klerk e Mandela, risolta superando i rancori (dolorosi, tanti e durati decenni!) grazie al movimento condotto da Mandela che evitò la vendetta o lo spiccio giustizialismo.Una volontà ed unesperienza rarissima, che merita attenzione soprattutto per affrontare il dopo” dei conflitti armati attualmente in corso 


Per rispondere alla domanda perché la molla è scattata con Gaza e non prima, posta da Silini ritengo sia necessario allargare il quadro storico di riferimento. V’è un evento che può aiutare a comprendere: la guerra nel Vietnam terminata 50 anni orsono. Una lunga guerra che purtroppo solo gli over 65 allora studenti, come il sottoscritto, possono ricordare, che vide il massiccio intervento militare degli USA, tra il 1965 e 1975, per mare, cielo e terra (nel 1968 il corpo di spedizione USA raggiunse 500 mila uomini). Quanto avvenne in Vietnam, ha elementi in comune con quanto è accaduto e sta accadendo nella striscia di Gaza: a)la strategia militare che consiste nella sistematica distruzione con bombardamenti aerei di tutte le strutture civili (ospedali, scuole, stabili, infrastrutture); b)l’uso di armi micidiali: in Vietnam il napalm (la fotografia raccapricciante della bimba nuda che fugge piangendo con la pelle a brandelli fece il giro del mondo diventando il simbolo dellorrore della guerra) e luso dell’”Agent Orange” il micidiale defogliante irrorato sul territorio; a Gaza l’uso di proiettili ad uranio impoverito la cui esplosione diffonde polvere che rimane nell’ambiente e che se respirata, indipendentemente dalle sue proprietà radioattive, può causare tumori mortali a reni, pancreas, stomaco, intestino e tiroide.


A mio parere gli studenti Americani “contestatori, come gli omologhi europei e svizzeri (ovvero quei giovani che hanno avuto la “fortuna” di crescere e ricevere un’educazione in paesi retti da una costituzione democratica) sono decisamente “con i piedi per terra”. Ciò deriva dal fatto che quali studenti sono particolarmente sollecitati ad osservare, analizzare la realtà di quanto avviene nella disciplina di studio scelta, applicando e ampliando conoscenze nel solco di principi e nozioni fondamentali. Ciò che li porta ad essere attenti e rigorosi nel cogliere limiti, manchevolezze, contraddizioni nelle teorie specifiche. Inoltre l’università è anche un luogo propizio allo scambio tra discipline e persone, ciò aumenta la  possibilità di accrescere ed allargare il ventaglio delle conoscenze ma anche la consapevolezza della complessità.

Una serie di elementi che ritengo abbiano portato molti studenti di vari atenei ad evidenziare le contraddizioni “tra il cosiddetto “dire e fare ”dei governanti nel caso della guerra condotta da Israele contro la striscia di Gaza, e a metterne a nudo le incoerenze, denunciando e/o contestando aspramente i propri governi rei secondo loro di scelte in contraddizione con i principi  costituzionali e i trattati sottoscritti dal proprio paese. I “2 pesi, 2 misure” di USA, UE ed altri paesi occidentali rispetto ai due conflitti in corso, ovvero: d’un lato condanna totale della Russia con relative sanzioni economiche coercitive, e d’altro lato sostegno incondizionato a Israele (sia militare senza il quale Israele non potrebbe proseguire la sua azione, sia politico con il rifiuto di condanna da parte dell'ONU) unilaterali, appaiono contraddittori inspiegabili e quindi inaccettabili per quei giovani che credono ai principi della democrazia, di non ingerenza e autonomia degli singoli stati quale condizione per un mondo migliore declamati nelle costituzioni dei propri Paesi. Gli studenti contestatori chiedono sostanzialmente e nient’altro che coerenza tra principi fondamentali (costituzione) e decisioni del proprio governo. Segno di grande lucidità e chiarezza. E allora reputo che le contestazioni negli atenei vadano prese come un risveglio dello spirito critico, assopito o andato perso, piuttosto che fastidio e inutile disordine. D’altronde le loro contestazioni non sono un’eccezione anzi. I giovani che protestano negli atenei sono una componente che confluisce con quella più ampia di moltissimi altri giovani che -come scrive Rumiz nel suo ultimo saggio- a centinaia di migliaia hanno protestato a Berlino cantando “wir sind die Brandmauer” e in Polonia si sono riattivati “stufi di scappare altrove” e impossibilitati di prefigurarsi un futuro! 


PS:Quanto alle modalità applicate dagli studenti (sit-in, occupazione di spazi negli atenei ecc) che impedirebbero il normale funzionamento credo che sia la solita argomentazione di coloro che non sanno e/o non vogliono cogliere le ragioni dell’azione.Comunque: i blocchi operativi generati da suddetti sit-in sono nulla a confronto di impedimenti operativi generati da pandemie (che comunque docenti e studenti hanno dimostrato di saper affrontare degnamente) o catastrofi naturali.


nota 1  I trattati  internazionali In particolare le Convenzioni di pace dellAja  (1899 -e  1907) sono  vincolanti per il signatario .(fra cui  i USA; Russia, Svizzera)  precisano che è::  proibito: far uso di veleni o di armi avvelenate; i dichiarare che non sarà dato quartiere;(art 23) …E proibito di attaccare o bombardare città, villaggi, abitazioni o fabbricati che non siano difesi.(art 25) ; Negli assedi e nei bombardamenti si dovranno prendere tutte le misure necessarie al fine di risparmiare, per quanto è possibile, gli edifici dedicati al culto, alle arti, alle scienze e alla beneficenza, gli ospedali e i luoghi di ricovero dei malati e feriti, a condizione che non siano adoperati in pari tempo a uno scopo militare.( art 27) 


nota 2  ONA Osservatorio Nazionale Amianto e altri esposti cancerogeni,, v(Accertato ufficialmente  su popolazione e militari Italiani e tedeschi quale conseguenza dei bombardamenti di aerei NATO su territori dell’ex Jugoslavia avvenuti nel 1999)



Pubblkicato in NAUFRAGHI - 12.6.2024