La Cina è assurta in pochi decenni a potenza economica:a livello Prodotto interno lordo (PIL) seconda solo agli USA, e primo nel gruppo dei BRICS.
Tale exploit è marcato da un evento passato in secondo piano, tuttavia rilevante. Il
riconoscimento politico della Cina voluto nel 1964 dal presidente francese De Gaulle,
primo paese occidentale a stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare
Cinese (RPC), allora guidata da Mao Zedong.
A quell’epoca la Cina aveva urgenza di realizzare e potenziare le vie di comunicazione:
occorrevano strumenti, in particolare: autocarri, ma non disponeva né tecnologia né
strutture. La Francia invece aveva un atout: autocarri di ogni tipo concepiti e
fabbricati da Berliet (nome del proprietario dell’omonima fabbrica che ebbe un ruolo
fondamentale).
La visita di una delegazione condotta dal vice-primo ministro Cinese alle fabbriche
Berliet, la possibilità data ai Cinesi di testare sul proprio territorio gli autocarri
francesi, convinse il governo cinese portandolo a negoziare con Francia e Berliet la
fabbricazione in proprio.
Ne scaturì un accordo per la produzione di autocarri in Cina mediante una società mista
a maggioranza cinese. La concretizzazione si svolse in 3 fasi principali: 1)formazione
al montaggio del personale cinese in Francia e allestimento della fabbrica per il
montaggio in Cina; 2) montaggio in loco degli autocarri e al contempo formazione di
personale tecnici e operai, nonché allestimento di strutture produttive dei singoli
pezzi; 3) produzione totalmente cinese.
Insomma un esempio di cooperazione che tramite il trasferimento di know-how consente
autonomia, sostituzione delle importazioni.
L‘esperienza Berliet diventò per la Cina il “modello da seguire” con i partner
occidentali. Negli accordi industriali successivi, il governo cinese avrebbe sempre
detenuto la maggioranza del capitale (51% o più), sempre vincolando il partner all
contributo tecnologico e formativo.
Nel 2001 1’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) comportò
l’adozione di riforme (liberalizzazioni del mercato, leggi più permissive riguardo la
regolamentazione del lavoro, ecc.). Riforme che hanno avuto conseguenze a doppio taglio:
positive: forte aumento degli investimenti esteri in tutti i settori chiave: dal
tessile, alla micro-meccanica e elettronica, ecc.(le multinazionali USA in primis Apple,
Microsoft) dando impulso all’esportazione e conseguente aumento del PIL, che si traduce
in ricchezza da poter distribuire tra azionisti e lavoratori. In Cina a vantaggio di
addetti di aziende localizzate massimamente attorno alle grandi città, facendo aumentare
la classe media ivi residente, il cui potere d’acquisto sprona le attività interne,
rafforzando l’economia del paese.
Ma anche conseguenze negative: acuizione delle differenze socio-economiche (tra classe
media delle grandi città e resto della popolazione, residenti nelle zone rurali e/o
attive nei settori tradizionali, facendo riaffiorare le proteste (quelle tragiche di
piazza Tienanmen nel 1989 rimangono vivide).
L’ exploit cinese realizzato in meno di 50 anni, frutto di compromessi, ha saputo far
coesistere due attori principali: il settore pubblico (inizialmente maggioritario) e
quello privato (sempre più importante).
Il futuro della Cina è condizionato dalla soluzione di 2 questioni : a)Economia: povera
di risorse naturali, a dipendenza al commercio estero b) Sociale: aumento di
disuguaglianze (tra citta e campagna e all’interno delle città).
La determinazione della Dirigenza cinese nel promuovere relazioni di cooperazione
economica basati sulla reciprocità (vedi BRiCS) o costruzione di infrastrutture
ferroviarie (vedi linee ferroviarie in Africa) mostra che la Dirigenza cinese ha
“chiarezza d’intenti”.
Chiarezza che per la soluzione alle questioni sociali è tutt’ora latitante! "Non temere
di andare lentamente, temi solo di fermarti” recita un proverbio cinese: non ci resta che
attendere!
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